La differenza tra i Musei Capitolini e il Louvre (e tra Roma e Parigi) spiegata a Carlo Calenda

Perché la proposta del candidato sindaco di Roma di trasformare il complesso dei Musei Capitolini in un grande museo della storia di Roma è non solo sbagliata ma irrealizzabile.

Mariasole Garacci

In questa torrida estate pandemica, la seconda ormai, in cui molti romani e italiani hanno rimandato a tempi più sicuri le vacanze all’estero e stanno riscoprendo (o scoprendo per la prima volta) i tanti e bellissimi musei e siti archeologici di Roma, anche Carlo Calenda ha visitato i Musei Capitolini. Trovo che sia un’ottima scelta, per un candidato sindaco di questa città. Con tale istituzione, infatti, i romani vantano quello che è considerato il museo più antico del mondo: la sua fondazione viene fatta risalire, addirittura, al 1471, anno in cui papa Sisto IV della Rovere, primo committente dello straordinario ciclo di affreschi della Cappella Sistina in Vaticano, donò al popolo romano i bronzi antichi già a San Giovanni in Laterano (la celebre Lupa, lo Spinario, il Camillo e la colossale testa dell’imperatore Costantino), che in quell’occasione furono sistemati davanti la facciata del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio (già sede della magistratura elettiva deputata, con il Senato, all’amministrazione di Roma, e oggi parte del complesso museale) venendo a costituire il primo nucleo della collezione capitolina.

L’iscrizione originale che commemora questo atto solenne, all’ingresso dei Musei Capitolini, reca alcune parole che mi emozionano ogni volta che le leggo: “…ob immensam benignitatem aeneas insignes statuas priscae excellentiae virtutisque monumentum Romano populo unde exorte fuere restituendas condonandasque censuit“: queste statue in bronzo, di così grande valore simbolico, furono restituite “al popolo romano donde erano nate“. Da cui erano sorte, scaturite. Per me sono parole bellissime, perché evocano una naturale e reciproca appartenenza tra arte e cittadinanza. Al di là delle doverose considerazioni sul significato politico e culturale della donazione di Sisto IV nel contesto storico in cui ha avuto luogo, trovo in questa espressione un elemento fondamentale (e certamente di grande ispirazione anche per chi si trovi a governare Roma) su cui basare un’identità cittadina laicamente inclusiva: romano è chi ama Roma, le sue opere d’arte, le testimonianze della sua anima molteplice e complessa, la sua bellezza; chi vuole conoscerla, chi la protegge. E siccome parliamo, appunto, di arte, cioè di una delle manifestazioni dello spirito umano più profonde, libere e coinvolgenti, chiunque, qualunque sia la sua origine culturale e geografica, può riconoscersi in questa matrice. Chiunque, insomma, può essere romano. Da qui può nascere un senso di appartenenza e immedesimazione che vibra nelle corde del sentimento del bello, a tutti comprensibile, e non di campanilistiche reminiscenze imperiali, evocando le quali, durante il fascismo, si produssero effimere mostre della civiltà romana e un museo celebrativo, a essa intitolato, oggi chiuso al pubblico in attesa di fondi e di un’amministrazione che sia in grado di affrontare con criteri scientifici e non ideologici il suo delicato portato storico e simbolico.

Già questo potrebbe essere sufficiente a comprendere che i Musei Capitolini (a differenza di altre istituzioni museali europee come il Louvre o il British Museum, costituite appositamente per ospitare opere estratte dal loro contesto originario), sono intrinsecamente legati alla storia di Roma e sono essi stessi, così come sono nella loro conformazione e nel loro rapporto con le collezioni custodite, espressione di grande valore simbolico, civile e storico-artistico.

Dopo l’atto di fondazione idealmente rappresentato dalla donazione di Sisto IV, i Musei Capitolini continuarono ad arricchirsi come un’istituzione a decoro della città secolare che, con la sua variegata ricchezza e il suo prestigio, rappresentava un polo complementare alle collezioni pontificie oltre Tevere. Il nucleo originario si arricchì al punto da rendere necessaria, nel 1663, la costruzione del Palazzo Nuovo, sul lato opposto della piazza rispetto al Palazzo dei Conservatori, per dare spazio alle opere che l’edificio più antico non era più in grado di contenere. La piazza del Campidoglio assunse, così, la caratteristica forma trapezoidale già progettata da Michelangelo Buonarroti. Tra il 1748 e il 1750, in seguito all’acquisizione di numerosi dipinti del XVI e del XVII secolo provenienti dalle collezioni delle famiglie Sacchetti e Pio di Savoia, papa Benedetto XIV implementò la collezione capitolina di una straordinaria pinacoteca, alla quale, tra le altre cose, si aggiunse nel 1881 una superba raccolta di porcellane donate dal conte Francesco Cini. Fanno parte della pinacoteca, tra l’altro, i dipinti provenienti dalla devoluzione di Ferrara al papato del 1598 (Garofalo, Dosso Dossi, Scarsellino), i veneti del XVI secolo (Lorenzo Lotto, Savoldo, Veronese, Tiziano, Tintoretto), gli emiliani, gli artisti stranieri attivi a Roma nel XVII secolo (i Carracci, Caravaggio, Rubens, Guido Reni, Guercino).

E le collezioni dei Musei Capitolini aumentarono ancora, confermando la loro vocazione a custodire ed esporre un tesoro cittadino che doveva rappresentare tutte le arti, tutte le scuole, tutte le epoche. Entrarono, per esempio, le formidabili donazioni fatte da Augusto Castellani nel 1867 e nel 1876, oltre 700 pezzi antichi (prevalentemente ceramiche importate dalla Grecia o prodotte in Etruria e nel Lazio), che tuttora costituiscono un capitolo di estremo interesse in un percorso museale che si snoda, poi, attraverso i magnifici reperti degli scavi post-unitari che restituiscono una mappa in filigrana di una Roma emersa e subitaneamente scomparsa allorquando la città divenne capitale del regno e furono costruiti i moderni edifici atti a ospitare le nuovi funzioni amministrative. Tra questi, i formidabili resti degli Horti Lamiani, provenienti dalla zona dell’Esquilino sotto Piazza Vittorio Emanuele II, e quelli della sontuosa residenza di Mecenate, nella stessa zona, di cui resta in situ solo l’Auditorium, da anni abbandonato e inaccessibile. Una Roma di cui, nei Musei Capitolini, è possibile intuire e immaginare lo splendore.

Si capisce, da questi brevissimi cenni storici, che i Musei Capitolini sono un complesso stratificato e unitario nella sua eterogeneità, la cui consistenza stessa racconta la storia di Roma. Anzi, alcune tra le diverse storie di Roma. Perché questa città di storie ne ha molte, contrariamente alle operazioni ideologiche del ventennio fascista che pretendevano di isolare strumentalmente il singolo segmento di questo intricato racconto che meglio si attagliava agli scopi propagandistici di Mussolini. Bisognerebbe sempre fare molta attenzione alle manipolazioni selettive del passato che anche oggi continuano a balenare nelle uscite di questo o quel politico. È per questo, anche, che si studiano la storia e la storia dell’arte. Per non farsi raccontare da altri come sono andate le cose, che valore hanno opere e momenti, cosa rappresentano. Per non lasciarsi imporre simboli e letture strumentali.

Visitando i Musei Capitolini, Carlo Calenda ha lamentato che non fosse enfatizzata la storia di Roma (quella, appunto, che lui ritiene significativa). Li ha trovati noiosi e, ha dichiarato, non ci ha capito niente.
In un video pubblicato sui suoi social, ha spiegato: “Dentro, le sale sono strepitose. Ma è un museo di concezione vecchia, per tante ragioni. La prima: mette insieme tante cose differenti, e non le spiega; dunque, tu hai due collezioni, chiamiamole così: la pinacoteca, dove ci sono quadri strepitosi, tra cui due Caravaggio… e poi la collezione sostanzialmente composta di marmi romani, tra cui alcune cose epiche, come i Fasti Consolari che elencano tutti i consoli di Roma dalla fondazione. Però non si capisce nulla! E perché non si capisce nulla? Perché sono sale affastellate di statue. Alcune rappresentano divinità; molte sono riproduzioni di statue greche e quindi non si comprende niente della cultura romana. Non si comprende che, in epoca repubblicana, Roma ha fondato le nostre istituzioni, ha ricomposto i diversi strati sociali attraverso la cosiddetta ‘concordia degli ordini’, e che tutto questo è diventato un impero che governava il Mediterraneo e molto di più. Tutto questo non si comprende” – prosegue Calenda – “perché le collezioni sono frammentate: sono un po’ qua, un po’ a Palazzo Massimo, un po’ a Palazzo Altemps. Allora, qual è il nostro progetto? Noi dobbiamo far diventare questa piazza, compreso il Palazzo Senatorio da cui la politica va mandata via, tutto un grande museo che spieghi la civiltà romana”.

Proviamo a capire meglio la proposta di Calenda leggendo il programma sul suo sito: “Per realizzare il progetto del Museo di Roma è necessario arricchire le collezioni già presenti all’interno dei Musei Capitolini con opere provenienti da altri musei della città. Le collezioni che intendiamo spostare nel Museo di Roma sono attualmente conservate in spazi espositivi in parte gestiti dallo Stato e in parte dal Comune”.

Si tratterebbe di trasformare il complesso dei Musei Capitolini, dunque, in un grande museo della storia di Roma che riunisca le collezioni attualmente custodite nei vari istituti della capitale dedicati alle antichità romane. Questi sono il Museo Nazionale Romano (nelle due sedi di Palazzo Massimo alle Terme e delle Terme di Diocleziano, mentre Calenda ne cita solo una), il Museo di Roma di Palazzo Braschi, il Museo della Civiltà Romana all’EUR (chiuso da decenni), e la Centrale Montemartini sulla Via Ostiense. Ma è davvero possibile? La risposta è no. Se anche la costituzione, le leggi, e l’assetto dei livelli amministrativi lo consentissero, l’idea sarebbe comunque materialmente irrealizzabile.

Anzitutto, le antichità di Roma al Campidoglio non ci stanno: solo Palazzo Massimo e Palazzo Altemps, con opere esposte in 10.000 metri quadri di superficie espositiva dovrebbero aggiungersi a quelle dei Musei Capitolini distribuite in circa 13.000 metri quadri, pochi di più se si libera il Palazzo Senatorio. L’estensione su Palazzo Rivaldi, proposta da Calenda, è poi da escludere: è informato, il candidato sindaco, che l’enorme raccolta di sculture antiche della famiglia Torlonia, definita “collezione di collezioni” per le caratteristiche della sua composizione, pur restando di proprietà privata sarà parzialmente esposta, dopo annose trattative, proprio lì?

E la pinacoteca, quella con “i due Caravaggio”? Secondo il candidato sindaco dovrebbe essere spedita a Palazzo Barberini (che è un museo ministeriale). Con tutti gli altri quadri, ordinando con un criterio museologico ispirato, parrebbe di capire, all’omogeneità delle tecniche artistiche e delle epoche, i dipinti con i dipinti, le antichità con le antichità, senza preoccuparsi troppo del fatto che il museo alle Quattro Fontane e il Palazzo Corsini alla Lungara (due palazzi, stesso museo e stessa direttrice, ma anche questo Calenda sembra ignorarlo) hanno una storia peculiare; che sono state residenze aristocratiche con un carattere proprio, in cui le collezioni hanno preso corpo nel corso di secoli, e che nel loro assetto riflettono l’evoluzione di un prestigioso collezionismo familiare che a Roma ha caratterizzato le vicende artistiche dal Rinascimento in poi, rappresentando il risultato di vicende museologiche storicizzate, esse stesse parte del patrimonio di quei luoghi. Patrimonio esposto secondo criteri prodotti da un lavoro di critica e ricerca portato avanti da curatori storici dell’arte.

Nel programma di Calenda, poi, si porta l’esempio virtuoso di alcuni musei europei, in città completamente diverse da Roma, tra cui il Louvre di Parigi e il British Museum di Londra. Si tratta, però, di due musei le cui collezioni archeologiche (che non raccontano certo la storia di quelle città come il “museo unico” dovrebbe fare per Roma, ma sono costituite, al contrario, da reperti provenienti da altre civiltà e aree geografiche) risalgono a differenti processi di acquisizione delle opere custodite, tra cui fasi storiche di colonialismo e spoliazione a discapito di altre culture e paesi. Semmai, rispetto a questi esempi, le collezioni presenti nei musei italiani e romani rappresentano ciò che, attraverso una storica e prestigiosa attività legislativa nel campo della tutela dei beni culturali, il nostro Paese è riuscito a salvare. E rappresentano anche, elemento altrettanto importante, la felice e imperdibile opportunità di fruire le opere d’arte nei luoghi in cui furono riunite dai loro collezionisti storici, siano privati o istituzioni cittadine, a dialogo con il loro contesto artistico e architettonico originario, e dove artisti, intellettuali e scrittori del passato le hanno potute ammirare traendone ispirazione o motivo di meraviglia. Questa caratteristica è una delle ragioni di quella che Calenda lamenta chiamandola “frammentarietà”, e fa parte della stratificazione di sensi e significati depositata sui nostri tesori fino a diventarne un valore intrinseco, una combinazione preziosissima, inscindibile. La caratteristica che rende Roma unica.

Il programma di Calenda rileva, ancora l’incoerenza di un sistema museale diviso tra gestione statale e comunale. A parte il fatto che anche all’estero esistono diversi livelli amministrativi (e quindi musei statali, comunali, universitari, privati, etc.) per quanto riguarda Roma sono presenti, in realtà, anche altri soggetti oltre lo Stato e il Comune: i Musei Vaticani, per esempio, che detengono diverse e prestigiose collezioni archeologiche provenienti da Roma e dai territori dello stato pontificio, si trovano in uno stato estero; alcune importanti collezioni sono proprietà delle famiglie che le hanno create (ho già ricordato gli eredi Torlonia) e che le aprono al pubblico nei loro palazzi, come fanno i Doria Pamphilj e i Colonna.

Accorpare le collezioni di arte antica in un unico museo, dunque, è una soluzione che, per tanti motivi, non potrà mai essere attuata. Ed è una fortuna che sia così: l’anima, la storia e la composizione della città e del suo patrimonio hanno una conformazione peculiare che non dovrebbe essere sconvolta e immagazzinata in un mega-contenitore, ma che andrebbe valorizzata nelle sue molteplici sfumature, interpretata e raccontata, restituendo, semmai, le opere al loro contesto rispetto al quale, in realtà, già i musei moderni hanno segnato un’estrazione. Come ho avuto modo di argomentare su MicroMega proprio recentemente, alcune grandi sofferenze del nostro sistema risiedono proprio in questo, e nel fatto che il turismo e la fruizione del patrimonio a Roma sono caratterizzati da una massacrante tendenza dei flussi di visitatori a concentrarsi su pochi attrattori (il Colosseo, i Fori, Fontana di Trevi, i Musei Vaticani). Piuttosto che concentrare i visitatori in uno spaventoso museo unico, organizzato come un grande centro commerciale o una multisala cinematografica, bisognerebbe incoraggiarli a scoprire i tanti angoli e aspetti di Roma, possibilmente alleviando il centro dal logorante passaggio quotidiano di plotoni di turisti.

Sarebbe opportuno, anzi, evitare un sovraccarico che comporta la riconversione della città a merce di scambio economico (tra l’altro, spesso, abbassandosi a un infimo livello di qualità), la fuga degli abitanti, e le ormai ben note conseguenze di quell’overtourism di cui tanti si sta parlando ultimamente. Con la sua proposta, Calenda mostra di non vedere che il centro di Roma sta collassando. Il fatto è che, pur rilevando alcune debolezze del sistema museale romano da tutti verificabili, con la sua proposta Carlo Calenda confonde pericolosamente gli effetti con i problemi che stanno all’origine e, partendo da un’analisi distorta e inesatta della situazione attuale, giunge, in questo modo, a una soluzione assurda. Diversamente da quanto egli afferma, infatti, non è la dispersione delle sedi fisiche a rendere i nostri musei poco attrattivi e a fare di Roma una città da turismo “mordi e fuggi”. È la mancanza di servizi al turista, e anzitutto al cittadino; la quasi totale abdicazione, da parte della cosa della pubblica, di accoglienza e servizi al privato; la mancanza di una sinergia tra istituzioni culturali; la tendenza, già citata, a concentrare l’industria turistica sugli stessi luoghi esaurendone le forze e drenando energie da altre aree.

Fin qui ho tentato di spiegare le ragioni per cui la proposta di Calenda è inaccettabile. Ma vorrei aggiungere una considerazione che esula da quelle più tecniche. Chi obietta che a Roma abbiamo altro di cui occuparci, più grave e impellente che la distribuzione e l’organizzazione dei musei, anziché risentirsi se gli storici dell’arte pretendono (sic!) di dire la loro, dovrebbe ragionare seriamente sulla proposta di Calenda e sul suo significato politico: non è corretto, da parte di un candidato, lanciare agli elettori “non addetti ai lavori” proposte materialmente irrealizzabili. Perché su tali proposte gli elettori faranno le loro scelte, e non devono essere confusi o ingannati. Questo modo di comunicare si chiama demagogia. Né è rispettoso rivolgersi agli stessi elettori come a degli ignoranti: quando, come ha fatto Calenda e di seguito a lui i suoi commentatori, si rifiutano le osservazioni di storici dell’arte, studiosi e professionisti liquidandole come elitarie, si sta affermando surrettiziamente che i propri elettori non sono all’altezza di comprenderle; che non sono all’altezza di fruire del patrimonio cittadino con la stessa sensibilità, passione e curiosità con cui può farlo uno specialista. Questo è molto spiacevole e pericoloso; e stigmatizzare chi il proprio sapere vuole condividerlo e metterlo al servizio degli altri e cerca di far notare le ragioni per cui una proposta politica è assurda, si chiama populismo.

 



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