Calenda-Renzi: l’impossibile quadratura del Centro (e Meloni gongola)

Con l'esplosione del Terzo polo e l'implosione di Forza Italia, a guadagnarci potrebbe essere, ancora una volta, la furba Giorgia Meloni.

Mauro Barberis

Sulla rottura Calenda-Renzi, e sul fallimento del progetto Grande (?) Centro, si possono proporre almeno tre letture. La prima, terra-terra, ne fa una commediola all’italiana tipo Ilary-Totti: «almeno noi non ci siamo fregati i Rolex», ha commentato Calenda, non privo di un suo malinconico senso dell’umorismo. Qualche commentatore ha rimproverato allo stesso Calenda, precipitatosi in televisione a giustificare il patatrac, che la rottura sembra «incomprensibile». Io direi, invece, che è sin troppo comprensibile. Cercare di riunire due partiti personali senza decidere quale dei due galli nel pollaio comanderà, è una mission impossible, come la quadratura del cerchio.

La seconda lettura, su cui insisterei di più se non suonasse come un inelegante «Io l’avevo detto», riguarda il destino del centro politico nelle società mediatizzate e polarizzate come la nostra. Con eccezioni come la Francia del primo Macron, ma anche grazie a un sistema elettorale a doppio turno, il Centro è ormai diventato un’araba fenice. E ora chi glielo dirà, ai serissimi industriali che avevano investito su questo miraggio, che hanno buttato i loro soldi? Il fatto è che una volta il centro si rivolgeva ai ceti medi riflessivi: senonché, dove trovarli  i ceti medi, proletarizzati dalla crisi, e, se davvero riflessivi, spazzati via da internet?

Resta una terza lettura, che appassionerà solo coloro ai quali interessa ancora la politica: che poi, in melonese, sarebbero i destini della Patria. Il problema vero è: chi voterà, la prossima volta, un elettore moderato, se esiste? La prossima volta, fra l’altro, sono le elezioni europee fra un anno, che sarebbero state il palcoscenico ideale, anche per il sistema elettorale proporzionale, per un Terzo Polo che si fosse presentato come alternativa di centro alla sinistra-sinistra e alla destra-destra. Per rispondere alla domanda, però, bisogna distinguere, fra l’astuto Renzi e l’umorale Calenda.

Renzi ha certamente un piano B, la B di Berlusconi; anzi, se c’è una strategia politica renziana, rimasta costante lungo tutte le giravolte del leader, è sempre stata quella di svuotare Forza Italia. Non è neppure escluso che l’ospedalizzazione del leader forzista abbia aggiunto qualche martellata sul chiodo fisso di Renzi. Ma la strategia non ha mai funzionato, per due ragioni. La prima è che, a confronto di Renzi, Berlusconi è un simpaticone; non a caso Matteo aveva lasciato la leadership del Terzo Polo a Calenda, salvando i resti di Italia Viva, pensando fra sé e sé: vai avanti tu, che a me scappa da ridere.

La seconda ragione, altrettanto seria o ridicola, fate un po’ voi, è che Renzi pare pur sempre troppo “di sinistra” all’elettore berlusconiano medio. Più attrattivo, al limite, Calenda: troppo schietto, però, sino al limite della dabbenaggine, per piacere a quell’elettorato. Ad esempio, non sono affatto sicuro che lui un piano B ce l’abbia. Recuperare i radicali di Più Europa, ad esempio, o riavvicinarsi al Pd della Schlein, quando era riuscito a litigare persino con quella pasta d’uomo di Enrico Letta? E il tutto, poi, per cosa? Superare la soglia del 4% alle Europee, dopo aver provato l’ebbrezza del 10% alle regionali lombarde?

Insomma, se la domanda resta «chi voterà, alle Europee, il povero elettore moderato?» la risposta è facile, sia che vada a votare sia che diserti le urne pure lui. Alla Meloni basterà non fare troppe fesserie, magari mettendo una museruola al proprio cerchio magico, per occuparlo lei, il mitico centro.

IMMAGINE: Elaborazione di Edoardo Baraldi



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