Cancel culture? Ecco come la pensano gli americani

Da quando ha fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico statunitense l’espressione “cancel culture” ha rivestito significati molto diversi a seconda dei contesti e della prospettiva assunta. Un sondaggio del Pew Research Center svela come la pensano davvero gli americani.

Ingrid Colanicchia

Per alcuni non esiste, per altri è un modo di rendere le persone responsabili delle proprie azioni, per altri ancora una strategia per limitarne la libertà di parola. Da quando ha fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico statunitense l’espressione “cancel culture” ha rivestito (e riveste) significati molto diversi a seconda dei contesti e della prospettiva assunta. Per meglio comprendere come la pensa l’opinione pubblica americana, nel settembre 2020 il Pew Research Center ha condotto un sondaggio a riguardo di cui ha diffuso i risultati il 19 maggio scorso, rivelando profonde divisioni.

***

Come spesso accade quando un nuovo termine entra nel lessico collettivo, la conoscenza di esso nell’opinione pubblica può variare molto a seconda dei gruppi demografici.

Per quanto riguarda la cancel culture, il sondaggio rivela che il 44% degli adulti statunitensi ne ha sentito parlare molto o abbastanza; il 38% non ne ha mai sentito parlare e il 18% non così tanto (c’è da dire che il sondaggio è stato condotto prima di una serie di polemiche e dibattiti che hanno avuto al centro la questione).

La familiarità con l’espressione varia molto con l’età: se il 64% degli adulti sotto i 30 anni dice di averne sentito parlare, tra coloro che hanno tra i 30 e i 49 anni questa cifra scende al 46% e tra gli ultracinquantenni cala ulteriormente al 34%.

In generale non si rinviene un grande divario tra democratici e repubblicani (46% contro 44% ne ha sentito parlare). Andando a guardare più nel dettaglio si scopre che i democratici liberal e i repubblicani conservatori hanno sentito parlare della questione in misura maggiore delle controparti più moderate all’interno di ciascun partito: 59% dei democratici liberal e 34% dei democratici conservatori/moderati; 49% dei repubblicani conservatori e 36% dei repubblicani liberal/moderati.

Nel merito, all’interno di quel 44% che ne ha sentito parlare molto o abbastanza, il 49% pensa che l’espressione indichi azioni intraprese per rendere le persone responsabili delle proprie affermazioni (una piccola parte di coloro che hanno menzionato l’accountability ha anche parlato di come queste azioni possano essere mal riposte, inefficaci o apertamente crudeli). Circa il 14% ha descritto la cancel culture come una forma di censura, di limitazione della libertà di parola o di cancellazione della storia. Una percentuale simile (12%) ne ha parlato come di attacchi meschini utilizzati per causare danni ad altre persone. Nelle descrizioni offerte c’è anche chi l’ha definita cancellazione di coloro con cui non si è d’accordo; attacco ai valori tradizionali americani; modo per denunciare razzismo o sessismo.

Differenze piuttosto marcate si rinvengono all’interno degli schieramenti politici (sempre tra coloro che hanno dichiarato familiarità con il termine). Se solo il 36% dei repubblicani conservatori descrive il termine come azione tesa all’accountability, questa cifra sale al 51% tra i repubblicani liberal/moderati, al 54% tra i democratici conservatori/moderati e ben al 59% tra i democratici liberal.

I repubblicani conservatori sono tra i più propensi a definire la cancel culture come una forma di censura. Circa un quarto di costoro (26%) la pensa così, mentre tra i repubblicani liberal/moderati è circa il 15% e tra i democratici solo uno su 10. I repubblicani conservatori sono anche i più propensi a definire la cancel culture come un modo per cancellare chiunque non sia d’accordo (15%) o come un attacco alla società americana tradizionale (13%).

***

E circa la pratica della messa all’indice di contenuti potenzialmente offensivi sui social media? Che effetto si pensa che abbia?

Il 58% degli adulti statunitensi afferma che denunciare simili contenuti sui social media ha maggiori probabilità di rendere le persone responsabili, mentre il 38% afferma che è più probabile che ciò si traduca in una punizione per persone che non lo meritano. Ma le opinioni differiscono nettamente a seconda dell’appartenenza politica. I democratici sono molto più propensi dei repubblicani a dire che, in generale, additare le persone sui social media per la pubblicazione di contenuti offensivi li rende maggiormente responsabili (75% contro 39%). Al contrario, il 56% dei repubblicani – e il 22% dei democratici – pensa che questo tipo di azione generalmente punisca persone che non se lo meritano.

Circa il 17% degli americani che afferma che la messa all’indice sui social media rende le persone responsabili, pensa che esso possa essere un insegnamento che aiuti le persone a imparare dai propri errori e a fare meglio in futuro. Tra coloro che dicono che la messa all’indice costituisce una ingiusta punizione, una quota simile (18%) afferma che le persone non tengono conto del contesto o delle intenzioni di chi ha preso una determinata posizione.

[L’immagine è tratta dal sito del Pew Research Center]



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Ingrid Colanicchia

Le sempre più cordiali relazioni tra movimento e politica, visti i precedenti, non lasciano presagire nulla di buono.

All’asta del 5 agosto scorso la Regione Lazio si è aggiudicata l’immobile di proprietà dell’Atac.

La responsabilità antropica nel riscaldamento globale è da imputarsi non "all’umanità" ma al sistema capitalistico nel suo complesso.

Altri articoli di Mondo

La catastrofe sanitaria in cui ci troviamo è il frutto della criminale incapacità dei governi di cooperare sul terreno della salute.

La strada per combattere fame, povertà, disuguaglianze parte dai Paesi più poveri. Il bilancio di “The Last 20” che ha fatto tappa a Roma.

L’estratto di “Lettere da Guantánamo. Dall’inferno al limbo” di Laura Silvia Battaglia racconta il lavoro di alcuni legali dei detenuti.