Il capitalismo italiano e lo choc di Maastricht. Una risposta a Lucio Baccaro e Massimo D’Antoni

Le condizioni disastrose del capitalismo italiano non si curano nella sfera monetaria, ma invertendo la subalternità al modello finanziarizzato anglo-americano. Pierfranco Pellizzetti risponde a un articolo di Lucio Baccaro e Massimo D’Antoni uscito su MicroMega 5/2020 (“Il capitalismo italiano aveva davvero bisogno dell’Euro?”).

Pierfranco Pellizzetti

Cara Micromega,
mi hai fatto venire un coccolone quando ho letto (con colpevole ritardo) l’articolo di Lucio Baccaro e Massimo D’Antoni sul tuo numero 5 dello scorso ottobre: “Il capitalismo italiano aveva davvero bisogno dell’Euro?”. Ma il turbamento non dipendeva tanto dal (pur evidente) retro-pensiero degli autori; in linea con il mood retroverso di questi tempi, in cui non si riesce a riavviare il motorino intellettuale per riflettere sulla possibile invenzione di futuro: come uscire dallo stallo in cui siamo finiti grazie al fallimento del progetto NeoLib. Ossia la globalizzazione finanziarizzata.

Del resto – come argomenterò un’altra volta – ci troviamo in piena restaurazione orleanista e i lavoratori intellettuali sono come quegli aristocratici rientrati in Patria di allora, che “non hanno dimenticato nulla, non hanno imparato nulla”. Nel caso attuale, riguardo alla cassetta degli attrezzi analitici. Per non parlare dei macro-economisti, che considero gli idealisti hegeliani di una presunta scienza economica in fuga verso la mitica Thule della Teoria pura e dei fattori oggettivi, quando la triste scienza è materia ibrida, fatta di interdipendenze-condizionamenti-opportunità sociali, culturali, materiali in genere.

Tanto per dire, mi chiedo sempre come possa discettare sul mercato o su altri massimi sistemi teorici applicati alla vita pratica chi mai abbia annusato l’odore del ferro fresato.

Ma vengo al punto personale: gli autori prendevano come test di insipienza davanti a quella che chiamano “strategia del vincolo esterno” il numero 4 di MicroMega 1996. E nella loro furia iconoclasta addebitavano al sottoscritto la colpa infamante di “lamentarmi che non ci fossero in Italia leader politici all’altezza di Tony Blair per fare le riforme necessarie”. Che vergogna! Scoprirmi venticinque anni fa antemarcia del blairismo, come vent’anni dopo un Matteo Renzi qualunque. Dopo aver citato infinite volte – qui e altrove – la battuta di Tony Judt «Thatcher credeva nelle privatizzazioni, A Tony Blair semplicemente piacciono i ricchi»; con la sua rovinosa Terza Via, apparecchiata dall’altro buono(!), Anthony Giddens: dare per scontato il voto dell’elettorato di sinistra e blandire quello di destra con politiche reazionarie.

Fan del fils ainé di Margareth Thatcher? Ma per favore. Si guardino le date e poi si legga il mio testo di allora (dio mio, come scrivevo involuto…): Blair diventerà premier il 2 maggio 1997 e solo allora avvierà la svendita del suo partito, tradizione laburista inclusa. Al tempo del mio articolo era solo il segretario del Labour (eletto nel 1994) e aveva diffuso il suo Documento di Singapore in cui auspicava “la società degli stakeholder”. Tradotto: un processo di inclusione sociale che mi faceva comodo citare a supporto della tesi che esponevo nel saggetto: la necessità di valorizzare il lavoro come soggetto politico e la denuncia della totale assenza dei sindacati e della sinistra politica in tale impegno.

Certo, allora nutrivo attese nei confronti dell’integrazione monetaria nella logica propria di noi anti-italiani (per intenderci, i nipotini del Giovanni Amendola del “questa Italia non ci piace”), che hanno sempre propugnato come priorità nazionale di sopravvivenza restare aggrappati alle Alpi per non cadere in mare. La logica – se si vuole illuminista ingenua – per cui Bruno Trentin teorizzava l’irrigidimento della forza lavoro come vincolo per un padronato capace di competere solo comprimendo i costi; dunque da costringere all’investimento innovativo. E fu corsa al nanismo d’impresa.

Eppure una logica – quella della sfida esterna – che aveva funzionato alla grande nel secondo dopoguerra, quando pazzi melanconici propugnavano l’integrazione nel mercato europeo e l’establishment, con in testa la Confindustria di Angelo Costa, demonizzava tale scelta perché l’abbandono del protezionismo avrebbe massacrato il fragile sistema industriale a colpi di dumping dei nordici. Costa perse, l’Italia scoprì la propria vocazione esportativa e fu Miracolo Economico.

C’era bisogno del nuovo choc Maastricht? Stando al duo nostalgia Baccaro-D’Antoni si stava meglio prima. Dunque – scrivono – «cosa sarebbe successo se il vincolo non ci fosse stato, ovvero se l’Italia non avesse deciso di fissare irrevocabilmente il suo tasso di cambio alla fine del 1996? Il miglior controfattuale disponibile è di nuovo rappresentato dall’Italia nei quattro anni tra la fine del 1992 e la fine del 1996. In questi anni l’Italia guadagnò competitività grazie a una forte svalutazione del cambio nominale accompagnata da una riduzione dell’inflazione. Inoltre la produttività del lavoro crebbe molto più rapidamente che negli anni successivi».

Ah sì? Come ho avuto modo di argomentare, anche in questa sede, le cose erano ben diverse: il modello di sviluppo che aveva fatto crescere la capacità competitiva italiana era andato da tempo in tilt; l’impresa partecipata dallo Stato era già implosa dalla metà degli anni Ottanta; la nostra potenza esportativa giocata sulle merceologie “3 F” a bassa soglia di entrata tecnologica (food, fashion, furniture) declinava sotto l’attacco da parte dei Paesi di nuova industrializzazione; evaporava il mito della Terza Italia dei cluster di micro-impresa e dell’innovazione incrementale on the job, mentre incombeva il paradigma tecno-economico (californiano) dell’innovazione nei milieu in cui impresa e ricerca scientifica si incontrano sistematicamente per ibridarsi reciprocamente.

Le svalutazioni competitive erano ormai soluzioni al ribasso, pannicelli per occultare l’inesorabile declino. Come ne era palese dimostrazione la serrata degli investimenti nell’industria privata, in avvio già dagli anni Settanta.

L’Europa della moneta unica poteva essere il nuovo choc positivo, come pensava qualcuno. Incrociando altri ragionamenti a sostegno dell’Euro. Vedi il calcolo di Mitterand (e forse Andreotti) di prendere in ostaggio il marco come pegno per la riunificazione tedesca. Sino al 2008 e il relativo credit crunch l’operazione ha funzionato abbastanza. Più per noi che per i tedeschi, diventati “i malati d’Europa”.

Poi è successo qualcosa, che Baccaro, direttore del Max Plank di Colonia, potrebbe farsi spiegare da Wolfgang Streeck, suo predecessore.

Sicché, addivenendo all’idea che la moneta non è – come riteneva l’economista Adam Smith – un mezzo di scambio in quanto simbolo neutro, bensì – come concepiva il sociologo Max Weber – un’istituzione politico-economica di un’organizzazione dominante, dunque “un mezzo di lotta”, scrive Streeck: «la ragione per cui la moneta unica favoriva ora la Germania risiedeva nella cosiddetta sovra-industrializzazione della sua economia, un fatto lamentato già negli anni Novanta. Ciò l’ha resa meno sensibile alla crisi fiscale e al crollo del credito rispetto agli Stati più dipendenti dai loro mercati interni. Innanzitutto, ha permesso alla Germania di concentrarsi più che mai sull’approvvigionamento dei mercati globali di prodotti industriali di alta qualità. Ulteriore fattore fondamentale è stata la svalutazione dell’Euro come valuta della Germania. In tale modo, senza volerlo o pianificarlo, la Germania è divenuta la potenza egemone europea, fino a nuovo ordine».

Da qui lo scatenamento di un braccio di ferro sempre più feroce tra il nord e il sud dell’Ue sul terreno politico che vede in ballo la questione democratica. Così come l’ipotesi di un’eventuale re-industrializzazione dell’Italia, che richiederebbe immediate strategie di politica industriale.

Tutti temi che sfuggono alla lente dell’economicismo imperante. Tanto da far scrivere (scherzosamente?) al sempre rimpianto Tony Judt, «parafrasando Shakespeare [Enrico IV, parte II, atto IV, scena II] penso che sarebbe utile ‘ammazzare tutti gli economisti’: pochissimi, di loro, accrescono la somma delle conoscenze scientifiche o sociali, ma una maggioranza ben nutrita della categoria contribuisce attivamente a confondere i propri concittadini riguardo a come pensare».

Concludendo – per dirla con Streeck – “il male oscuro europeo del dopo-Euro” e – per dirla con Baccaro e D’Antoni – “le condizioni disastrose del capitalismo italiano” non si curano nella sfera monetaria, quanto – piuttosto – invertendo la subalternità al modello finanziarizzato anglo-americano, recuperando lo spirito egualitario di antichi compromessi keynesiani attraverso il governo democratico dell’economia. Per cui il topic è quello di ribaltare gli attuali rapporti di forza egemoni. Come? Intanto cominciamo a parlarne.

Lo scrivevo già nel lontano 1996. Probabilmente senza riuscire a farmi capire.



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