Caporalato in agricoltura, un problema europeo

Lo sfruttamento riguarda tutta l'Europa, ma 13 Paesi, capeggiati dall’Austria, stanno cercando di eliminare dalla Politica comune agricola europea la clausola che impone alle aziende il rispetto dei diritti dei lavoratori per accedere ai finanziamenti.

Maurizio Franco

Il caporalato e lo sfruttamento nei campi: un affare “tipicamente” italiano. Terra!, associazione ambientalista che da anni si occupa delle storture della filiera agroalimentare, smentisce questo assunto con il suo ultimo rapporto. Il titolo è abbastanza eloquente: E(U)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale. Italia, Spagna, Grecia. Ovvero, le gambe agricole del Continente, sotto la lente investigativa di 84 pagine di report.

E(U)xploitation è composto da tre capitoli, uno per ogni Paese preso in esame. Vere e proprio inchieste sul campo che restituiscono uno spaccato delle condizioni a cui migliaia di lavoratori sono quotidianamente costretti.

Nel primo blocco, Fabio Ciconte, direttore di Terra!, e Stefano Liberti, giornalista e documentarista, hanno osservato le distese di asparagi nel Foggiano, hanno visitato l’Agro Pontino, uno dei bacini più fertili della Penisola, incastonato nel basso Lazio, e hanno osservato le peculiarità della coltivazione della rucola nella Piana del Sele, nella provincia di Salerno.

Mariangela Paone, giornalista freelance, ha analizzato il “caso Murcia” – 470mila ettari di terreni agricoli nel sud-est della Spagna, definiti “gli orti d’Europa” dove, nel 2019, sono stati siglati 366mila contratti attraverso le agenzie interinali -, ha scandagliato le falle del sistema di reclutamento iberico e ha raccontato le discriminazioni che vivono le raccoglitrici marocchine di fragole di Huelva, in Andalusia.

Il terzo capitolo, invece, è ad opera del ricercatore Apostolis Fotiadis e setaccia da vicino il modello greco, ripercorrendo il tragitto degli ortaggi e della frutta, dai campi alle corsie della Grande distribuzione organizzata (Gdo). Con un occhio all’apparato burocratico e amministrativo ellenico.

Il sunto del rapporto? Vessazioni quotidiane per molti operai agricoli, lavoro nero o grigio – la nebulosa di contratti fittizi per aggirare i controlli delle forze dell’ordine e mantenere una parvenza di legalità – e l’intermediazione illecita di manodopera sono le costanti nelle filiere di Spagna, Grecia e Italia. Paghe da fame, turni sfiancanti, il caporale o il mastoura – l’omologo greco – che controlla e impone ritmi frenetici alla raccolta. E i diritti negati in nome del profitto: le fragole, l’insalata o i pomodori che tracimano da questi territori arrivano sugli scaffali dei supermercati e finiscono, poi, nelle tavole del Continente. È lo strapotere della distribuzione moderna che irreggimenta le fila dell’agroalimentare, in contrapposizione all’atomizzazione del reticolo produttivo.

Il filo rosso che accomuna la fascia mediterranea è il processo di precarizzazione esistenziale ed economica del lavoro in agricoltura. Cosa che, peraltro, avviene, con alcune differenze, in tutto il resto del continente.

In Germania, ad esempio, lo scorso anno durante l’esplosione dell’emergenza Covid-19, sono emerse le storie drammatiche dei lavoratori stagionali di origine rumena, impiegati nei campi e nei macelli tedeschi: vivevano ammassati in alloggi di fortuna, con stipendi mensili di circa 250 euro, assunti attraverso un sistema di “scatole cinesi” fatto di appalti e subappalti.

“Le nostre filiere agroalimentari si fondano sullo sfruttamento dei lavoratori, l’anello più debole della catena produttiva, che subisce il peso delle sue contraddizioni”, dice Fabio Ciconte a MicroMega. “Il sottocosto, gli sconti e le prebende, che i produttori sono costretti a pagare alla galassia della Gdo, e l’insieme delle pratiche commerciali sleali inquinano il comparto. Le conseguenze ricadono, il più delle volte, sulle spalle dei braccianti”.

A differenza degli altri Paesi, in Italia, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento nei campi è contrastato da una legge ad hoc, frutto delle battaglie che sindacati e associazioni hanno ingaggiato nel corso degli anni. La 199 del 2016 – la cosiddetta norma “anti-caporalato” – colpisce non solo l’intermediario, ma anche il datore di lavoro che si avvale dei suoi “servizi”, schiavizzando la manodopera. Tuttavia, i numeri del fenomeno sono ancora allarmanti. Secondo i dati elaborati dal sindacato Flai Cgil, nelle campagne tricolori, ad oggi, sarebbero 180mila i lavoratori irregolari sotto le grinfie dello sfruttamento e dei caporali.

In Grecia e in Spagna, come si evince da E(U)xploitation, la questione è concepita esclusivamente in relazione al dramma della tratta degli esseri umani e non è affrontata, invece, con gli strumenti del diritto penale e del lavoro. Il termine caporalato non risulta codificato nelle loro impalcature legislative. “L’Unione europea e gli Stati membri devono dotarsi di norme comuni per fronteggiare queste piaghe e debellarle”, dichiara Ciconte. Che aggiunge: “Le istituzioni europee devono riconoscere il fatto che l’intermediazione illecita e lo sfruttamento degli operai agricoli sono fenomeni pervasivi dei nostri sistemi economici. E per questo vanno affrontati organicamente”.

L’Europa cosa dice?

Il rapporto ha un chiaro indirizzo. Il suo sguardo è diretto verso l’Europa. A sedere sul banco degli imputati sono le istituzioni dell’Unione, ree di non aver ancora legiferato in merito al magma dello sfruttamento in agricoltura. Il direttore di Terra! parla della necessità di una direttiva continentale che “aggredisca il tema e lo ponga al centro del dibattito politico”. In questa direzione va la 633/2019 che, entro maggio 2021, deve essere recepita dagli Stati membri: la direttiva vieta le pratiche commerciali sleali – come le aste al doppio ribasso – messe in campo dai grandi attori del settore, Gdo e multinazionali dell’agroindustria, nei confronti dei piccoli produttori, riconoscendo lo squilibrio nei rapporti di filiera. In Italia, la norma è stata approvata il 31 marzo alle Camera ed è passata al Senato.

L’Unione ha un’impalcatura burocratico-amministrativa dai mille rivoli. Commissioni e gruppi che seguono autonomamente più tronconi e segmenti della vita istituzionale dei 27 Paesi.

Enrico Somaglia, vicesegretario generale del sindacato Effat, l’organizzazione internazionale che rappresenta i lavoratori dell’Agro-food e del turismo, lo sa bene. Sul fronte agricolo, dice il sindacalista, il terreno di scontro attuale è il testo della Pac, acronimo per Politica agricola comune. Il serbatoio economico che sostiene la produzione verde comunitaria: ogni anno, circa un terzo dell’intero bilancio europeo è riversato su questa voce di spesa. Nel 2019 circa 59 miliardi di euro hanno foraggiato gli agricoltori dell’Unione con integrazioni al reddito e implementazione del potere di mercato. La Pac 2021-2027 destinerà 357 miliardi di euro. Per l’Italia sono previsti 39 miliardi di euro.

Effat, che annovera tra i membri le tre più grandi sigle sindacali italiane, ha spronato il Parlamento europeo a inserire nella sua posizione – adottata l’ottobre scorso in prima lettura – la “clausola sociale” nell’erogazione dei fondi: il principio di “condizionalità” che impone alle aziende il rispetto pedissequo dei diritti dei lavoratori per accedere al finanziamento. Sono contemplati controlli e, nel caso di violazioni delle leggi e dei contratti, scattano sanzioni sotto forma di riduzione del contributo fino anche alla totale esclusione.

“In poche parole: ti pago se non sfrutti. La posizione del Parlamento europeo è stato un primo passo importante per rendere l’agricoltura più sostenibile e socialmente equa, restituendo dignità alle schiere di invisibili che raccolgono la frutta e la verdura nelle nostre campagne”, dice Somaglia a MicroMega. “Alloggi dignitosi, emersione del lavoro irregolare, accesso universale alle cure e alla sanità e sicurezza sociale per tutti i lavoratori sono i pilastri delle nostre battaglie, che nella Politica agricola comunitaria, trovano un punto di ricaduta”.

Il testo della futura PAC è attualmente in fase di negoziato tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Eppure, nonostante la centralità del tema, la clausola sociale è a rischio. Ben 13 Paesi dell’Unione, capeggiati dall’Austria, sono contrari al suo inserimento nella Pac. Il motivo che adducono: ulteriore burocrazia, scartoffie ed oneri amministrativi. Elementi che, secondo il sindacalista, sono sbagliati e fuorvianti e, soprattutto, non hanno nessun fondamento “quando si parla di tutela dei lavoratori”. Francia, Spagna, Lussemburgo e Italia, invece, hanno dimostrato maggiore apertura al meccanismo della condizionalità. E l’Europa ne sta discutendo con fitti negoziati tra le istituzioni: universi che collidono, con ministri, sindacati, deputati, lobbisti e associazioni di categoria a puntellare ogni capoverso di un testo che traccerà il futuro del settore agricolo. In modo vincolante e, soprattutto, in tempi imminenti. “La versione definitiva dovrebbe essere partorita a giugno. Per questo, oggi, la Pac rappresenta una grande sfida. E noi non faremo nessun passo indietro sulle questioni sociali”.

Le associazioni ambientaliste, tra cui Terra!, hanno criticato aspramente la bozza della Politica agricola comune, che privilegia, a loro dire, le grandi concentrazioni fondiarie che hanno plasmato un modello produttivo che fagocita la biodiversità e le piccole imprese. In un articolo apparso sul suo sito, Effat ha evidenziato “la scarsa ambizione” del Parlamento europeo per il mancato collegamento tra gli obiettivi del Green Deal e della strategia Farm to Forkcon l’architettura verde della Pac. “La difesa dei diritti sociali va di pari passo con la difesa dei diritti ambientali”, dicono all’unisono, ma in momenti diversi, Fabio Ciconte ed Enrico Somaglia. Strade che convergono. E che in E(U)xploitation trovano una chiave interpretativa univoca di lotta e campagna politica.

[Foto: report E(U)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale. Italia, Spagna, Grecia]

 

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