Tortura e ipocrisia

Le responsabilità dei fatti di S.Maria Capua Vetere sono di tutta la catena gerarchica, che va dal direttore del carcere fino al ministero della Giustizia. Nessuno sapeva o c'è stata un'operazione di depistaggio? E i grandi giornali dov'erano? E per le altre 16 inchieste per pestaggi nelle carceri cosa sta facendo il governo? A venti anni da Bolzaneto, la storia si ripete. E continuerà a ripetersi.

Paolo Flores d'Arcais

L’espressione giornalistica ricorrente (e pienamente giustificata) è: “Mattanza”. L’espressione tecnico-giuridica usata dal magistrato inquirente è: “Tortura” (oltre ad altre accuse). Stiamo parlando della mostruosa azione squadristica con cui centinaia di agenti della polizia carceraria hanno massacrato centinaia di detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo che questi ultimi avevano protestato per la mancanza di protezione rispetto al Covid (e quando la protesta era già rientrata). Ora tutti si stracciano le vesti, condannano l’orrore (tranne Salvini e Meloni, che stra-minimizzano). Ma in realtà stiamo assistendo a una indecente quadriglia di ipocrisia.

Cominciamo dal Ministro della Giustizia in carica, signora Marta Cartabia. Che ha prontamente dichiarato trattarsi di “un’offesa e un oltraggio alla dignità dei detenuti e alla divisa della Polizia penitenziaria. Un tradimento della Costituzione: l’art. 27 richiama il ‘senso di umanità’ che deve connotare ogni momento di vita in ogni penitenziario. Un tradimento della funzione della Polizia penitenziaria nella missione di contribuire alla rieducazione del condannato”, e ha solennemente garantito di aver chiesto “un rapporto su ogni passaggio e sull’intera catena di responsabilità. Questa vicenda richiede una verifica con tutte le articolazioni istituzionali. I diritti costituzionali non possono essere calpestati”.

Ora, immagino che un ministro quando entra in carica per prima cosa chieda di vedere i dossier di vicende e problemi importanti di cui si stava occupando il predecessore. E la mattanza del carcere campano era tra questi, oggetto anche di interrogazioni parlamentari, e di una serie di dettagliati articoli, anche in prima pagina, del quotidiano “Domani”. Perciò, delle due l’una: o il neo ministro signora Cartabia non ha voluto vedere, e allora diviene pienamente corresponsabile con il suo predecessore, o dorme da piedi, e quindi è palesemente inetta a ricoprire una carica così importante e delicata. In entrambi i casi, in un paese civile deve dimettersi. Perché non è ammissibile che si debba aspettare sempre una inchiesta della magistratura, anziché intervenire con inchieste interne non appena c’è sentore di marcio negli apparati di un organismo dello Stato (e qui il lezzo di sangue e insulti tracimava da ogni interrogazione parlamentare e resoconto giornalistico).

E veniamo al suo predecessore, ministro Alfonso Bonafede (quello della riformicchia, così l’abbiamo definita in precedenti articoli, riformicchia che però per le altre forze parlamentari sembra già troppo, talché il governo Draghi con il ministro Cartabia vogliono una controriforma completa). L’ottobre scorso, a una interrogazione parlamentare del radicale Riccardo Magi, faceva rispondere dal suo sottosegretario Vittorio Ferraresi che si era trattato solo di una “perquisizione straordinaria” e anzi di una “doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità dell’intero reparto”. Cioè Alfonso Bonafede, ministro Cinque Stelle, parlava come parla oggi Salvini, anzi con una solidarietà se possibile ancora più piena nei confronti degli agenti penitenziari: la mattanza come “azione di ripristino della legalità e agibilità dell’intero reparto”.

Di nuovo, delle due l’una: o sapeva, e dunque ha commesso veri e propri reati depistando e coprendo le torture, oppure non sapeva e come ministro è dunque peggio che inetto. Che si dia il secondo caso sembra questa volta altamente problematico, visto che il capo del DAP, cioè di tutto il sistema penitenziario, Francesco Basentini, è sempre stato considerato un suo fedelissimo. Evidentemente il ministro ha voluto coprirlo. Perché le responsabilità di Basentini, e del suo sottoposto per quanto riguarda la regione campana, Mario Fullone, sono state minuziosamente squadernate in un esemplare articolo di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini sul “Corriere della sera” del 2 luglio.

D’altro canto, le prove schiaccianti (che più schiaccianti non si può) sono nei video delle telecamere di sorveglianza del carcere. Video che il magistrato riuscì a farsi consegnare pochi giorni dopo i fatti (evitando così che sparissero, come più che talvolta accade). Dunque tutta la catena gerarchica, che va dal direttore del carcere fino al ministro, era in grado di sapere, e chi (chi?) non ha saputo è solo perché non ha, positivamente, voluto sapere.

La stessa cosa vale però per la stampa e le televisioni. Infatti il quotidiano “Domani” aveva dato ampio risalto ai fatti, e denunciato in modo circostanziato gli orrori di quella “mattanza”, ma nessuno dei grandi mezzi di informazione (sic!) aveva ripreso l’inchiesta giornalistica, magari per approfondirla con le maggiori risorse a disposizione. Il 2 luglio “la Repubblica” ha aperto con un titolo in prima a caratteri cubitali, “Il pestaggio coperto dai capi”, ma quando mesi fa ne parlava “Domani” quante righe ha dedicato al “pestaggio”? Arrivare buon ultimi, solo perché ormai ne parlano tutti e non costa nulla, è un fuoco d’artificio d’ipocrisia.

Non basta. Ora si parla del caso di Santa Maria Capua Vetere, ma al momento ci sono altre 16 inchieste in corso che riguardano pestaggi di massa in altrettante carceri. Perché mai il ministro signora Cartabia non ha avviato una inchiesta? Ovviamente il ministero della Giustizia ha possibilità maggiori di un magistrato, ha tutte le sorveglianze video, tutte le testimonianze di direttori dei carceri e di ogni singolo agente, se sa farsi obbedire, cioè se sa fare il ministro. Altrimenti deve dimettersi.

Le 16 inchieste in corso sono solo la punta dell’iceberg, le violenze della polizia penitenziaria che hanno superato il muro della paura (sacrosanta) e dell’omertà (lurida, indecente, e che andrebbe combattuta con una severissima legge: ma la priorità del ministro Cartabia è rafforzare la prescrizione, ancella di tutte le impunità). Violenze di massa. Poi c’è lo stillicidio delle violenze contro singoli detenuti: i garanti dei detenuti, nazionale e locali, riescono talvolta a fare una denuncia, ma non fanno che sottolineare quanto la prassi sia quotidiana e diffusa e il detenuto picchiato non denunci quasi mai, perché terrorizzato di subire anche di peggio.

Il che continuerà ad avvenire, fino a che non si comincerà a licenziare, immediatamente, chiunque nell’intera catena gerarchica non abbia fatto tutto il possibile per impedire che mattanze e pestaggi avvengano. Il ministro Cartabia ha perciò un modo semplice e obbligato per dimostrare se intende far seguire alle sue parole i fatti, o se quelle parole sono l’ennesimo specchietto per le allodole, l’ennesimo minuetto d’ipocrisia: con i potentissimi mezzi di inchiesta di cui dispone, individui chi ha partecipato o coperto le violenze della polizia penitenziaria, e per questi ci deve essere il processo e (si spera) il carcere (molti anni). Ma individui anche chi non ha fatto tutto quanto era in suo potere perché tali fatti non avvenissero, e li licenzi in tronco. Solo così domani i detenuti picchiati oseranno, almeno in parte, sporgere denuncia, e chi porta una divisa sarà degno della Costituzione repubblicana.

Ma non accadrà nulla di tutto questo. I torturatori di Bolzaneto hanno in gran parte fatto carriera, i pochissimi che a Bolzaneto si opposero o ruppero l’omertà, la carriera se la sono sognata.



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