Carico residuale e sbarco selettivo

Per il ministro dell'Interno Piantedosi il profugo è come un ‘carico’ da sottoporre a selezione, abbandonando a una discarica sociale quanti non riescono a superarla.

Michele Marchesiello

Carico residuale’ è l’espressione usata dal ministro degli interni Matteo Piantedosi, in conferenza stampa, per indicare i 35 disperati che – per essere giovani maschi sani – non si si sono visti riconosciuto il diritto di scendere a terra dalla nave ‘Sos Humanity’, in base al curioso e disumano (altro che ‘Sos Humanity’) criterio dello ‘sbarco selettivo’, sintetica ma efficace espressione giornalistica che descrive il metodo da operatore portuale adottato nell’occasione.

Come sempre, sono le espressioni usate a rivelare impietosamente le peggiori intenzioni di chi vi fa ricorso. Così Vladimir Putin ha imposto al suo popolo di parlare di ‘operazione militare speciale’. Allo stesso modo il prefetto omonimo di Salvini (ah, quel ‘Matteo’…) ha mostrato di intendere gli sventurati naufraghi raccolti in mare dalla nave della ONG come un mero ‘carico’, merce d’infimo valore, tanto da meritare l’aggettivo di ‘residuale’: ciò che avanza, privo di valore, di cui ci si deve in qualche modo liberare. Espressione più che infelice, pienamente corrispondente all’altra, ‘sbarco selettivo’. Si tratta in realtà di una selezione a rovescio, nel senso che il ‘carico’ cui si è consentito lo sbarco riveste un valore inversamente proporzionale alla sua natura: donne, bambini, malati, tanto più importanti in quanto destinati, loro, a provare lo spirito umanitario – oltre che a fugare la preoccupazione per eventuali incriminazioni – da cui sarebbe animato l’astuto Prefetto.

Astuto, si, ma sino a un certo punto. Non è improbabile, infatti, che anche Piantedosi (come l’altro Matteo, di cui è stato solerte capo di gabinetto) sia sottoposto alla lente di qualche magistrato che si sia sentito preso in giro dalla tesi dello ‘sbarco’ nel territorio del Paese di cui la nave batte bandiera. Tesi bizzarra, che confonde una territorialità fittizia e meramente giuridica, con la fisicità geografica di un territorio statale, con i suoi confini, le dogane, le polizie di frontiera. Immaginate che tutto questo ambaradan, già messo in crisi dalla globalizzazione, debba avventurarsi nella vastità dei mari.

Ma, anche dal punto di vista pratico: è curioso che – in un momento di drammatico declino demografico del nostro Paese (di cui un governo di destra non può disinteressarsi!) – vengano ammessi sul territorio italiano proprio i soggetti più deboli, quelli che inevitabilmente e a lungo peseranno sulle nostre finanze, mentre si respingono i giovani maschi sani, che più di ogni altro potrebbero contribuire a fermare quel declino e comunque a integrare efficacemente i vuoti nel mercato del lavoro?

Ma, si sa, anche i Prefetti non sono più quelli di una volta, quelli – per dire – che costituivano l’élite della pubblica amministrazione, formatisi alla scuola severa dei Giolitti, dei Crispi, degli Zanardelli.

Con buona pace di quanti – secondo una pericolosa vulgata – si tranquillizzano col dire che il fascismo appartiene alla storia e non può ritornare se non come folklore, al pari delle sagre di cui il nostro paese è anche troppo ricco. No: aveva ragione Umberto Eco nel definire il fascismo ‘eterno’, riconoscibile non dalle forme esteriori, tristi e grottesche ma sostanzialmente innocue, ma dal riproporsi sempre nuovo di modi di misurarsi con il diverso: dal razzismo più o meno mascherato, all’assurda fantasia di dover difendere i ‘sacri confini’ della patria. Al considerare – infine – il profugo, il migrante, il rifugiato, come un ‘carico’ da sottoporre a selezione, abbandonando a una discarica sociale quanti non riescono a superarla.

(credit foto ANSA/ MARCO COSTANTINO)



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