Con la Costituzione nel cuore: in ricordo di Carlo Smuraglia

L’ultimo partigiano presidente dell’ANPI. Un’esistenza vissuta per la libertà e la democrazia. In nome della Costituzione.

Teresa Simeone

Pochi giorni fa, all’età di 98 anni, è morto Carlo Smuraglia, avvocato, senatore della Repubblica, giurista nel CSM, Presidente nazionale e poi emerito dell’ANPI, ma soprattutto fervente e coraggioso partigiano: l’ultimo partigiano presidente.

La sua è stata un’esistenza piena, vissuta nel rispetto di quegli ideali di libertà e di democrazia che lo spinsero, quando si paventò l’eventualità di essere aggregati alla Repubblica Sociale o di essere deportati in Germania, a scegliere la via della clandestinità e a iniziare un percorso di resistenza, con le armi in pugno, per riscattare l’Italia dall’onta del nazifascismo. Quella determinazione e autonomia di pensiero ne hanno fatto una voce, oltre che libera, autorevole: qualche settimana fa, non ha esitato a rivendicare il diritto degli ucraini a difendersi da una guerra di invasione anche con le armi, con “il limite invalicabile dell’entrata in guerra del paese”, ponendosi anche in contrasto con la linea nazionale di Pagliarulo, nel rispetto agito, non soltanto dichiarato, della pluralità di opinioni. D’altronde, l’aver difeso i ragazzi della Zanzara, nel 1966, l’essersi costituito parte civile nel processo per i fatti di Reggio Emilia nel ’60, in quello dell’anarchico Giuseppe Pinelli, morto in circostanze mai del tutto chiarite nel dicembre 1969, a poca distanza dalla strage di Piazza Fontana, e nel processo per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti, il caso che lo segnò più di tutti, delineano la coerenza professionale e la fedeltà ai valori di civiltà e attenzione ai deboli contenuti in quella Costituzione che lo ha sempre ispirato. Porta la sua firma la legge sul lavoro dei detenuti, agevolato dalla riduzione degli oneri sociale e fiscali per le imprese disponibili ad assunzioni.

I numerosi scritti rilanciano, con l’equilibrio e la misura che ne hanno segnato il passo, la necessità di una consapevolezza antifascista solida, che si è alimentata di pratiche quotidiane e di un esercizio della legalità continuo contro il pericolo sempre incombente del fascismo. Bisogna essere antifascisti tutti i giorni, soleva ripetere: «Schiena dritta, sguardo verso le stelle», il suo richiamo a Ovidio per l’appello alla dignità e alla speranza in un incontro ANPI di qualche anno fa.

Era abile nei discorsi, come quello, ascoltato quando era studente alla Normale di Pisa, di Concetto Marchesi che fu percepito, sue parole, “come un invito alla ribellione”.[1] Furono scelte, l’antifascismo e la latitanza, squisitamente ideali; quelle politiche maturarono in seguito, grazie ai rapporti con le persone di diversa estrazione sociale e pensiero conosciute con l’esperienza partigiana. La scelta più importante, oltre quella del ’43, quasi obbligata, la fece nel ’44, quando, liberata la sua città, Ancona, sarebbe potuto rientrare a casa, in famiglia, godersi la giovinezza. Decise, invece, e questa volta in maniera più ragionata e consapevole, di arruolarsi nell’esercito che stava risalendo la penisola, il Corpo Italiano di Liberazione. Si era discusso molto, ha scritto Smuraglia, sulle motivazioni di una tale scelta tra i comunisti: “C’era l’idea che fosse opportuno arrivare al tavolo della pace con un’Italia che aveva partecipato alla guerra come nazione co-belligerante al fianco degli Alleati[2].

La decisione fu subita con angoscia dalla mamma; meglio vissuta dal padre, “antifascista nell’anima”, che si era fatto, nel 1932, otto mesi di carcere per dei volantini, a cui Carlo promise, però, che, una volta tornato, si sarebbe laureato in tempo, patto che rispettò.

La Liberazione fu un giorno di gioia per tutti: bisogna recuperare, ha scritto in seguito, il senso di quella giornata, una memoria “intesa non solo come ricordo doloroso, ma come conoscenza, di cui sono testimonianza i monumenti, le lapidi, le feste nazionali.”[3]

Dobbiamo la nostra vita democratica alla Resistenza: la nostra Costituzione, ha scritto ancora Smuraglia, è nata dalla Resistenza. Il 25 aprile ha tutti questi significati dentro di sé e deve rimanere tale. Essa non è solo maschile, ma delle donne il cui diritto al voto nasce anche dal contributo dato alla liberazione: è, in realtà, guerra di un intero popolo, rappresentato in ogni categoria sociale. A chi sostiene che la Festa del 25 aprile sia divisiva, Smuraglia ha risposto senza ambiguità o ipocrisia: “C’è stato chi ha combattuto per mantenere una feroce dittatura e chi, invece, ha combattuto per la libertà e la democrazia. Una differenza fondamentale che non si può colmare con una presunta ‘pacificazione’, dal momento che quella lotta si è conclusa con la vittoria di una parte, quella che amava la libertà”.[4] Non si conservino rancori né tantomeno odi, ma non si può rovesciare la storia e considerare sullo stesso piano partigiani e fascisti: la storia dice che c’è stata la Resistenza e che, alla fine, ha vinto. La memoria e la conoscenza non si azzerano: è necessario che vivano e si fortifichino. È stato fatto in Germania, dove ci si è assunti, senza sconti, la responsabilità della guerra e degli eccidi: basti pensare al progetto di un Atlante delle Stragi nazifasciste proposto e realizzato dall’ANPI grazie soprattutto al finanziamento del governo tedesco o alla visita sui luoghi dell’orrore di due presidenti della repubblica tedesca, Johannes Rau a Marzabotto e Joachim Gauck a Sant’Anna di Stazzema.

Purtroppo l’Italia, come viene ripetuto spesso, non ha mai fatto i conti col fascismo, penetrato nelle istituzioni, che non sono state “democratizzate e defascistizzate” come avrebbero dovuto essere; allo stesso modo non si è sufficientemente ribadito che il nostro non è solo un paese democratico ma soprattutto antifascista. Tutta la nostra Costituzione è antifascista né c’era bisogno di scriverlo in un articolo: “I Costituenti non hanno nemmeno immaginato che un Paese che aveva subito oltre vent’anni di una feroce dittatura potesse pensare di arrivare alla ricostituzione di altre forme di fascismo[5]; d’altronde le ripetute affermazioni di libertà in tutte le sue forme, dell’uguaglianza, dei diritti fondamentali, della dignità di tutti, cosa sono se non il contrario del fascismo? Eppure, ha ammonito Smuraglia, il fascismo, mai del tutto espunto dalla società italiana, continua a serpeggiare, subdolo, nelle forme del “terzo millennio” e in tante altre incoraggiate da una spinta verso la destra estrema, non inquadrabili in una destra liberale giusta e necessaria nella competizione politica, ma una destra nera, razzista e xenofoba. Bisogna essere pronti e lucidi a coglierne i sintomi e ad arginarli, soprattutto perché le condizioni per governi autoritari ci sono come la crisi e le difficoltà economiche, le disuguaglianze economiche, la povertà sempre più diffusa, il disagio sociale, la disoccupazione, gli egoismi nazionalistici.

Per combattere i nuovi fascismi non basta, ovviamente, l’azione giudiziaria: è necessario diffondere conoscenza del passato, cultura democratica, formazione alla cittadinanza attiva e consapevole. E soprattutto, quando tutto vacilla, aprire il solo riferimento ideale che ci consente di ancorarci ai valori solidi, la nostra Costituzione. Ancora da attuare in concreto, da rendere effettiva nei diritti, “la più inapplicata del mondo”, ma sempre vitale e necessaria.

CREDIT FOTO: ANSA / ETTORE FERRARI

[1] Carlo Smuraglia con Francesco Campobello, Con la Costituzione nel cuore, Palafitte, Edizioni Gruppo Abele, pag. 15

[2] Op. cit. pag. 19

[3] Op. cit. pag. 28

[4] Op. cit. pag. 34

[5] Op. cit. pag. 38



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