Il caso della pizzeria “Le Vignole” e i meccanismi dell’informazione

Il caso di Giovanna Pedretti dovrebbe farci fermare un attimo a riflettere. Soprattutto se ci si occupa di informazione e comunicazione. Non per inferire un rapporto di causa-effetto tra quanto accaduto nei giorni scorsi e la morte della ristoratrice, ma perché quanto accaduto mostra in maniera lampante (e al di là della morte di Pedretti) alcuni meccanismi dell'informazione che diamo per scontati anziché metterli in discussione.

Ingrid Colanicchia

Il caso della pizzeria “Le Vignole” di Sant’Angelo Lodigiano, la cui titolare – Giovanna Pedretti – è stata trovata morta (l’ipotesi è quella di suicidio), dovrebbe farci fermare un attimo a riflettere. Soprattutto se ci si occupa di informazione e comunicazione. Non per inferire un rapporto di causa-effetto, che non è compito nostro, tra quanto accaduto nei giorni scorsi e la morte della ristoratrice, ma perché quanto accaduto mostra in maniera lampante (e al di là della morte di Pedretti) alcuni meccanismi in tema di informazione che diamo per scontati anziché metterli in discussione.
La prima questione è che il post dal quale è partita la vicenda (in cui i ristoratori rispondevano per le rime a un avventore che aveva lasciato una recensione online intrisa di omofobia e abilismo) non sarebbe neanche dovuto arrivare sui mezzi di informazione, semplicemente perché non era una notizia, non aveva nessuna rilevanza pubblica e non meritava le prime pagine (ancorché solo online) dei nostri quotidiani. E invece, per tutta una serie di meccanismi che hanno fatto scadere il livello della nostra informazione, non-notizie come questa guadagnano spazio, perché sono in qualche modo consolatorie, perché rispondono all’esigenza di acchiappare click…
La seconda questione è che, proprio perché quella non-notizia non aveva nessuna rilevanza pubblica, non c’era alcun bisogno di farla oggetto di un preteso tentativo di “debunking” come quello messo in atto dalla coppia Lorenzo Biagiarelli e Selvaggia Lucarelli: nella peggiore delle ipotesi i titolari della pizzeria avrebbero guadagnato qualche cliente (o ne avrebbero perso qualche altro, perché di omofobi e abilisti è pieno il mondo…). Sono altri i disvelamenti da cui l’opinione pubblica potrebbe trarre vantaggio e su cui varrebbe la pena investire energie. E poiché quella del post era una non-notizia, lo era anche il preteso “debunking” (che aveva peraltro più i contorni di una insinuazione che quelli di una operazione di disvelamento della verità) e in quanto tale i mezzi di informazione avrebbero potuto tranquillamente evitare di buttarcisi a pesce come invece hanno fatto.
La terza questione è che quello stesso shitstorm che si è abbattuto sui titolari della pizzeria dal momento in cui Biagiarelli e Lucarelli hanno messo in dubbio la veridicità di quel post, si sta ora abbattendo su questi ultimi (i quali hanno certamente le spalle larghe, ma a nessuno fa piacere ricevere minacce di morte), in un corto circuito di cui non solo i social hanno responsabilità, ma quegli stessi mezzi di informazione che hanno reso un caso nazionale una vicenda che avrebbe forse meritato un trafiletto nelle pagine locali. E che prima hanno fatto da grancassa ai dubbi espressi dalla coppia Biagiarelli-Lucarelli e ora, dopo la morte di Pedretti, li fanno oggetto di critiche durissime (penso per esempio all’articolo di Maurizio Crosetti su Repubblica).
Queste critiche, per essere prese sul serio e non essere tacciate di ipocrisia, avrebbero dovuto essere fatte prima, perché non è la morte di Giovanna Pedretti a fare di questa modalità di “debunking” qualcosa di sbagliato oltre che di poco utile all’opinione pubblica. E avrebbero dovuto trovare spazio su pagine che non avevano fatto da megafono a quelle stesse parole che ora vengono imputate di aver condotto la donna al suicidio.



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