“C’è ancora domani” ci invita a ritrovare la consapevolezza di Delia

L'opera prima di Paola Cortellesi come regista macina incassi e consensi. Ma non è solo questione di numeri: "C'è ancora domani" è un film che vede sì Delia come protagonista ma che attraverso di lei ci racconta tutte le donne (e anche gli uomini) del mondo, ripercorrendo e anticipando le lotte per i nostri diritti e le loro conquiste. Conquiste che non vanno date per scontate ma che bisogna continuare a esercitare per tornare ad avere speranza.

Maria Concetta Tringali

C’è ancora domani è l’opera prima di Paola Cortellesi, regista in grande spolvero. Nelle sale dal 26 ottobre, in questo 25 novembre è già record d’incassi, avendo oltrepassato il tetto dei venti milioni di euro. Con oltre sette milioni di spettatori, il film è biglietto d’oro 2023. Ma non è solo botteghino, il racconto che l’attrice dirige e mette in scena sa convincere e perfino commuovere.
Mentre scorrono i titoli di testa una forza d’attrazione cattura lo spettatore, con il sapore della riscrittura. Siamo a un’incollatura dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sembra Roma città aperta, sembra il neorealismo. La storia comincia a srotolarsi per quadri. Una molteplicità di piani di narrazione si offriranno ad altrettanti livelli di lettura, gli stessi di cui la vita in fondo è capace.
In bianco e nero, la pellicola si apre su un interno romano. Delia si alza dal letto. Un ceffone in pieno viso le dà la sveglia.
A guardarla mentre apre le finestre al nuovo sole, dal basso in cui vive con tutta la famiglia, non può non tornare in mente Anna Magnani. Ma ci sono dentro altri capolavori, c’è Scola e Una giornata particolare. Si respira la delicatezza del cameo, che è ricordo liberato dalla nostalgia.
La fisicità di Paola Cortellesi è il primo dettaglio che fuoriesce dallo schermo. L’attrice è diventata una donna maltrattata, dimagrita, smunta, sciatta. Ha gli occhi pesti e lo sguardo pronto a ripiegarsi in basso di chi è abituata a sopportare un’indicibile normalità. Delia è la moglie di, è la madre di, è anche la nuora di. Ha un ruolo che le è stato concesso con il matrimonio, esiste solo a partire da quello: la sua vita è ridotta a una funzione. La povertà è un chiaro-scuro nettissimo: la tovaglia candida, perfettamente stirata, è un fiotto di luce caravaggesco.
Attorno a lei, il germe della violenza si replica e attraversa generazioni: il marito abusante (Valerio Mastandrea), il suocero molesto (Giorgio Colangeli) e i due ragazzini che sono in fondo il ritratto del padre e del nonno. La violenza assistita – si sa – genera modelli mostruosi: per emulazione, o per assorbimento. E poi c’è Marcella, la figlia adolescente che pare destinata a cambiare vita. Aspetta da Giulio una proposta di matrimonio che vale molto più d’una promessa. Il ragazzotto, borghese e benvestito, si rivelerà però ben presto molto più simile agli uomini del basso di quanto non sembri. A metà film, l’acredine di un fato che pare immutabile, aleggia già sullo schermo.
Delia è una femmina “da soma”, lavora dentro casa e fuori; non ha diritto al compenso che rimette al marito come si rimettono i debiti, non senza averne prima rubato gli spiccioli da accantonare per l’abito da sposa di Marcella. Torneranno, come salvacondotto, come lasciapassare, quei soldi.
La coralità dei personaggi è un un campionario di umanità che restituisce a Delia una imprevedibile centralità. Lei è la protagonista assoluta.
I messaggi che partono dal racconto, un fotogramma dopo l’altro, sono il sottotraccia che fa del film un’opera necessaria, la rilettura del mondo di cui avevamo immensamente bisogno.
E il film ci parla. Ci spiega cosa sia il gender gap, quando Delia insegna al giovinastro di bottega come ricucire un ombrello. Riconosce lo scarto nella retribuzione dei due che non è giusto, né giustificabile, e che perciò va denunciato, con parole di consapevolezza e di recriminazione, di lotta.
La storia si srotola dal basso della periferia fino alle zone bene della città, prima liberata e subito occupata dagli americani.
Se volessimo cercare il filo rosso dell’opera di Cortellesi, certamente lo troveremmo nella violenza che viene fuori per com’è, trasversale. Non c’è identikit del carnefice: ricco o povero, ignorante o colto; il mondo non è ancora roba per donne se nel terzo millennio i femminicidi sono oltre cento all’anno.
La violenza di Ivano che è gratuita, si muove di una dinamica ciclica sempre uguale a sé stessa e rende la protagonista – almeno tecnicamente – una vittima. Delia però non è solo quello. Lo si capisce dai dialoghi che, puntuali, riscostruiscono con quel reticolo di stereotipi che tutto avvolge da millenni.
La disparità tra uomini e donne è un braccio di ferro. L’asimmetria tra i sessi è questione di potere. È marginalizzazione delle esistenze: vite represse, schiacciate, normalizzate. L’ironia di Delia (che è “una che parla troppo”), il sarcasmo di lei, affondano più dei pugni. Più degli schiaffi, schivati e poi presi, a viso aperto. Non c’è normalizzazione nella protagonista che magari si piega, senza però spezzarsi.
La violenza, raccontata senza retorica, è dramma puro, pirandelliano. Delia sublima il sangue e i lividi, rivoli di dolore appaiono sul suo volto appena per un momento e poi scompaiono come per magia. Il film si muove sul filo del simbolismo. Mentre subisce il pestaggio, la protagonista è già fuori dal suo corpo, con la mente è altrove. Una forza cieca la attrae al centro della stanza, poi la ricaccia ai margini, la spinge via; lei urta contro le porte, si schianta sugli spigoli: la scelta della coreografia è danza che libera. Delia è tirata dentro a quel palcoscenico di terrore, per i capelli. Si dimena, si fa morbida, poi si abbandona; l’audio è un silenzio che trabocca delle note di un tango macabro.
Assistiamo impotenti, dalle poltrone della sala, a una prova di equilibrismo che sappiamo essere stata (ed essere ancora) di molte di noi. Distanti ma vicinissime, le spettatrici sono Delia: quante nonne, mamme, amiche, quante sorelle di ciascuna di noi si incontrano nella stanza da pranzo di quella Roma antica. Ci sono le partigiane, che non si sono tirate indietro quando c’era da rischiare la vita per la liberazione dal nazifascismo, ci sono le prime elettrici. Ci sono le madri costituenti. Il film è un ponte, tra chi eravamo e chi siamo. E la fine è una via di fuga che disegna il solo domani degno d’esser vissuto: un domani collettivo che restituisce a ciascuna la dignità dei diritti. Nessuna si salva da sola e non è dentro la coppia che la donna deve trovare rinascita: è la libertà la sola salvezza e cercarla è dovere civico.
Forse non lo sappiamo abbastanza, ma a Paola Cortellesi dobbiamo molto: ci consegna un racconto che potrebbe svelarci dov’è che stiamo sbagliando, cos’è che stiamo perdendo. Basterebbe capirlo per fermarsi sull’orlo del baratro, un attimo prima del precipizio si può non cadere.
Per la registra è un’iniziazione: ha messo in scena tutte le donne del mondo e anche tutti gli uomini. A pensarci lo sappiamo bene che Ivano resterà padrone di Delia in ogni angolo del Paese, ancora per molto, moltissimo tempo. Ci vorrà il Parlamento (che in quel 2 giugno è appena in gestazione) perché arrivino le prime leggi di civiltà: il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia. Delia dovrà aspettare che scorrano gli anni Settanta, per sapersi persona dentro a quel nucleo infuocato di proibizioni, che rende intoccabile solo il padre padrone. Con il tramonto della patria potestà, finalmente, dalle viscere della famiglia vedremo spuntare i diritti dei singoli e gli individui risalire in superficie. Saranno gli anni Ottanta a cancellare il delitto d’onore.
Quest’opera è un pezzo prezioso della nostra storia, al centro c’è una sola cosa e ce ne sono molte: al centro ci sono i diritti, c’è la democrazia, c’è il prezzo di una parità che tarda a venire. Anche la colonna sonora è la sola plausibile: da Lucio Dalla a Daniele Silvestri, ogni pezzo è un tassello. Il film è denso, ricco. Citazioni sparse tessono la vita che abbiamo vissuto: la morte del suocero di Delia è inopportuna, sbaglia tutti i tempi e va messa sottochiave. L’omaggio a Pietro Germi (che in Sedotta e abbandonata fa fare a Vincenzo Ascalone la stessa fine) è chiarissimo.
Ma la pellicola di Cortellesi è forte anche perché è un covo di simboli. Quattro terzi è il formato del cinema muto, come mute sono le sue labbra: a bocca chiusa Delia si appresta a fare la rivoluzione, con una matita tra le mani. È una prima volta la sua, ma è anche la nostra. Ci siamo noi con Delia, in quella giornata di giugno, noi che come lei abbiamo potuto votare tardi e che oggi alle urne abbiamo persino smesso di andarci. Recuperare la voglia e la consapevolezza di Delia è sforzo che ci servirà a restituirci la speranza.



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