Censura tra femministe: attenzione a confondere conflitto e abuso

Negli anni ’70 il femminismo italiano influenzò l’agenda politica di sindacati e partiti di opposizione per demolire la concezione della famiglia del padre/padrone. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, ci chiediamo: il femminismo ce la farà ad affrontare le diverse visioni in modo nonviolento e creativo?

Monica Lanfranco

Prima del doloroso episodio di censura accaduto alla fiera dell’editoria femminista di Roma, dove il 5 marzo scorso è saltato il dibattito tra le opposte posizioni di attiviste e autrici sulla prostituzione, c’è stato, ai primi di marzo, un pesante attacco alla presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini, presa di mira dall’interno del mondo nel quale l’associazione nasce, ovvero Arci e Arcigay, quest’ultima, da tempo, guidata da una donna. Non è una novità che le scomuniche più cocenti abbiano luogo dentro la sinistra e nel mondo femminista, nonostante la teorica (e retorica) predisposizione verso la celebrazione del confronto e l’esaltazione delle differenze come risorsa.

Anche grazie all’uso irresponsabile, e colpevolmente ignorante, dei social, l’odio on line prolifera e contamina la sinistra e i mondi femministi, amplificando i deficit di confronto e le radicate incapacità di ascolto che già sperimentiamo in presenza in luoghi dove ci aspetteremmo, date le premesse teoriche, un’alta resilienza e capacità di governare i conflitti.

Così, specialmente sui quattro temi che da tempo polarizzano lo (scarso) dibattito italiano, ovvero la prostituzione, l’utero in affitto, l’identità di genere e la laicità (nello specifico il velo e l’hijab) accanto alle censure fanno capolino anche le gogne.

Cosa è successo? Il primo marzo l’Ansa batte un commento di Gramolini circa alcune parole della premier Giorgia Meloni su auto dichiarazione e self id: “Sono d’accordo con la Meloni sul fatto che dare la possibilità ad un uomo di dichiararsi donna, al di là di qualsiasi percorso chirurgico, farmacologico e amministrativo, danneggi le donne. Concordo con il fatto che non si può saltare il corpo sessuato, cioè non si è donna essendo di sesso maschile per la sola autodichiarazione, questo nuocerebbe alla realtà e alle donne, ad esempio negli sport femminili o nelle politiche di pari opportunità. Penso anche che l’ideologia gender è giusta quando dice che si è uomini e donne nel tempo in modi diversi, che non è naturale la maschilità e la femminilità, mentre è naturale il corpo femminile e maschile. I ruoli sessuali sono storici, i corpi sono naturali”.

Il giorno dopo, sia al sito nazionale di Arci sia sulla pagina Facebook dell’associazione appare un comunicato a doppia firma dei presidenti nazionali di Arcigay e di Arci, Natascia Maesi e Walter Massa (comunicato rimosso grazie al pressing di molte attiviste e attivisti ma rimasto on line per 48 ore) nel quale si accusa Gramolini di aver pronunciato “parole violente che non appartengono alla nostra comunità. Il tema che tanto Meloni quanto Gramolini affrontavano era quello dell’identità di genere, un tema delicato e complesso, che entrambe le voci hanno brutalizzato, trasformando le persone con disforia di genere in persone capricciose, che per vezzo o provocazione decidono al mattino a quale genere appartenere. O, ancora peggio, come uomini furbi e subdoli (si rivolgono alle persone in transizione dal genere maschile al femminile, quelle dal femminile al maschile vengono metodicamente invisibilizzate) che si travestono da donne per vincere una gara sportiva. Incredibile, insopportabile. Nelle parole di Meloni troviamo l’antico refrain delle destre, che da sempre descrivono le persone lgbtqi+ come freak, strane, persone alle quali attribuire pratiche e abitudini incomprensibili. Ma trovare lo stesso refrain nelle parole di Cristina Gramolini, che è a capo e parla a nome di un’associazione nata e cresciuta assieme a noi, è gravissimo. Gramolini, infatti, non è nuova all’uso di un linguaggio violento che sistematicamente colpisce le persone gay (accusate di “comprare figli” e “affittare uteri” attraverso la gestazione per altr*) e le persone trans*, adesso però la misura è colma”.

A febbraio di quest’anno, a Rovereto, il Circolo Arci La Poderosa aveva invitato la psicoanalista Marina De Carneri ad un dibattito dal titolo Critica al concetto di transgender. l’appuntamento, così come accaduto a Feminism, fu annullato su pressione di Arcigay che lo considerava a rischio di hate speech. “Si tratta di prassi da reazionari. La libertà di espressione è in pericolo. Esprimiamo forte preoccupazione per lo stato di ricattabilità a cui sono sottoposti gli spazi culturali, bersagliati da mail diffamatorie e costretti a cancellare eventi non graditi a detentori di verità inconfutabili sui diritti”, dichiarò Arcilesbica in quella occasione.

Come recita il testo collettivo Non si può più dire niente, citato da Federica D’Alessio nel racconto di quanto accaduto a Roma, il fatto che il solo esercitare il pensiero critico, (non l’insulto, il dileggio, lo scherno) venga stigmatizzato come gesto offensivo e attacco dovrebbe farci molta paura e preoccuparci. La critica è uno dei perni, non solo della democrazia, ma dello sviluppo dell’intelligenza collettiva e della possibilità di cambiamento e evoluzione.

Forse potrebbero venirci in soccorso due testi recenti di altrettante autrici che provano a ragionare sul cortocircuito tra conflitto, critica, percezione individuale e collettiva dell’offesa, l’insieme paralizzante per la comunicazione che avvelena e impedisce ogni tentativo di confronto su temi che, non a caso, ormai sono bollati come divisivi invece che, per esempio, complessi, articolati, spinosi, eterogenei.

Già la scelta di prefigurare, senza appello, che ci si dovrà schierare e dividere, come allo stadio, tra due squadre che inevitabilmente vedranno un vincitore e un vinto, è un’ipoteca alla possibilità di trovare, almeno in parte, qualche punto in comune sul quale lavorare. Una sorta di sindrome del blocco e della contrapposizione, a prescindere.

Il primo testo che ho trovato illuminante è Il conflitto non è abuso. Esagerazione del danno, responsabilità collettiva e dovere di riparazione, di Sarah Schulman, saggista, romanziera e attivista lesbica nordamericana, edito da minimum fax nel 2022.

Scrive Schulman: “Viviamo nel conflitto. Dalle relazioni intime alla geopolitica, abitiamo un mondo di differenze in cui i nostri desideri, i nostri gusti, i nostri limiti, i nostri valori, le nostre credenze sono costantemente in tensione con quelli dell’altro. Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi”.

Confliggere non è, infatti, sinonimo di abusare: partendo dalla coppia per arrivare alla collettività, suggerisce Schulman, spesso chi vive un’esperienza conflittuale tende a esagerare il danno subìto e cerca sostegno in un gruppo (familiare, sociale, religioso, nazionale) segnando l’inizio di una escalation che non fa che moltiplicare l’ingiustizia e la violenza. Del resto non sono le stesse femministe ad alzare la voce contro il boomerang della vittimizzazione e rivittimizzazione, quando gruppi sociali, politici e istituzioni considerano tutte le donne come deboli e vittime per infantilizzarle socialmente, delegittimarle come soggetto politico ed espellerle dallo spazio pubblico?

L’altro testo è Generazione offesa. Dalla polizia della cultura alla polizia del pensiero della giornalista francese Caroline Fourest, edito da Nessun dogma nel 2022.

In occidente, sostiene Fourest, (nota per essere poco tenera nei confronti della sinistra e del femminismo multiculturalista), assistiamo a un rivolgimento culturale, virale in rete e nell’accademia, veicolato dal relativismo postmoderno. Diritti universali e ragione illuminista sono messi in crisi da antirazzismo e identità di minoranza. Intenti lodevoli rischiano di generare ostracismo, intolleranza e censura verso chi è ‘privilegiato’. La generazione offesa che Fourest racconta è composta da una parte di giovani attivisti ideologizzati sui social, che finisce così per promuovere, senza a volte rendersene conto, una sorta di nuovo oscurantismo, mentre sfumano le storiche differenze tra destra e sinistra. Così la sinistra oggi simpatizza per le tradizioni degli ‘oppressi’ e ne asseconda l’isolazionismo e la destra ora usa la laicità contro gli ‘estranei’ ed esalta le libertà contro il ‘politicamente corretto’. Dal suo osservatorio francese Fourest offre uno sguardo laico, progressista, femminista, antirazzista e illuminista, un mix necessario per riconoscere le derive censorie e autodistruttive alle quali stiamo assistendo.

Vorrei ricordare che negli anni ’70 il movimento femminista in Italia influenzò l’agenda politica di sindacati, partiti di opposizione e di governo affrontando in modo coraggioso e laico il doppio fronte conflittuale interno ed esterno per demolire la concezione della famiglia del padre/padrone, che aveva come cardini il delitto d’onore, la patria potestà, il reato di aborto e la totale mancanza di parità salariale e di accesso nel mondo del lavoro per le donne.

Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, la domanda è: ce la faremo ad affrontare le diverse (qualche volta anche opposte) visioni, senza nasconderlo, in modo nonviolento e creativo, come è nel dna del femminismo, considerando il conflitto un passaggio necessario di crisi dalla quale uscire rafforzate e arricchite? Lidia Menapace non ha mai smesso di evidenziare che la radice della parola crisi suggerisce e spinge verso la soluzione. Krisis allude alla scelta, deriva dal verbo krino che significa distinguere. Il crinale al quale la parola fa riferimento è dunque una condizione di ricerca dei fattori più appropriati per dirimere una disputa, distinguendo, appunto, ciò che è utile da ciò che è nocivo. Se siete a Milano si proverà a ragionare su questo l’11 marzo prossimo, per tutta la giornata qui.

Foto Canva | adrianvidal 



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