L’Ucraina non lasci gli scrittori russi a Putin e Kirill

Non si può ridurre la grandezza e la profondità incommensurabile della letteratura russa alla miseria e alla strettezza di vedute di chi esercita oggi il potere in Russia.

Francesco 'Pancho' Pardi

Fino a pochi giorni fa la questione culturale tra Russia e Ucraina era incentrata sulla decisione russa di annettere gli scrittori ucraini e di considerarli esclusivamente russi. Scelta imperialistica in perfetto accordo con l’operazione militare speciale diretta contro un Paese cui non si vuole riconoscere alcuna identità: una qualsiasi regione della grande Russia, su cui questa si ritiene in diritto di esercitare un pieno, indiscutibile dominio. C’è di mezzo la questione della lingua: i classici nati in Ucraina, Gogol’, Čechov, Bulgàkov, Babel’, Grossman, Achmatova scrivevano in russo. Ma non è una buona ragione per annichilire la loro vena ucraina, evidente nei modi più vari nei loro scritti. Di questi sei (ci sono anche tanti altri cosiddetti minori) forse la sola Achmatova non ha un’evidente risonanza ucraina.

Ma ora, impegnata allo spasimo nell’autodifesa dall’aggressione russa, l’Ucraina sarebbe sul punto di adottare leggi per escludere scrittori russi dalle materie d’insegnamento e dalla pubblicazione. Da un’intervista di una deputata al Parlamento ucraino, filologa e docente in lingua e letteratura ucraina, membro della Commissione Cultura che ha elaborato il testo (Iryna Konstankevych, Corriere delle Sera, 21.6.2022) risulta che nell’80% delle biblioteche ucraine ci sono ancora solo testi russi, molti dei tempi sovietici, e che nei territori ora occupati dalla Russia nei nuovi libri delle elementari la parola Ucraina non esiste più. Da qui la necessità della Repubblica aggredita di adottare contromisure efficaci per combattere la propaganda putiniana. Quindi censura sul 40% degli scrittori russi; scelti chissà come, forse sulla base della loro sottomissione alla supremazia dell’impero russo di allora; censura moderata con la promessa di annullarla alla fine della guerra. Infine, dalla discussione sui rapporti culturali tra Russia e Ucraina si ricava che perfino alcuni scrittori ucraini di grande rilievo, come Gogol’e Bulgakov, sono oggi considerati filorussi o antiucraini.

È probabile che la condizione di chi legge in Italia non sia la più adatta a capire il contrasto e la sua virulenza attuale. A noi i russi non hanno distrutto case, scuole, ospedali, né ucciso figli, parenti, amici. Quindi non siamo in grado di pesare quanto e come l’aggressione incide sul dibattito culturale. Forse se stessimo lì sotto i bombardamenti anche noi spingeremmo l’ostilità contro la Russia fino all’esclusione dei suoi scrittori. Per colpa di Putin saremmo anche noi pronti a rinunciare a Tolstoj e Dostoevskij? Non possiamo saperlo. Forse sì. Ma, ammessa questa incertezza, non possiamo fare a meno di sperare che gli ucraini, cui va tutta la nostra completa solidarietà, vogliano ripensarci. Prima di tutto per l’impossibilità di ridurre la grandezza e la profondità incommensurabile della letteratura russa alla miseria e alla strettezza di vedute di chi esercita oggi il potere in Russia. Che senso ha regalare un intero universo straordinariamente complesso e contraddittorio, dove esprimono la loro inconfondibile voce pensieri, fantasie, visioni degli umani e della natura, in una parola stili che non potrebbero essere più diversi, a una classe dirigente gretta e asfittica, incapace di comprendere ciò che esige di comandare? Che titoli hanno Putin e il patriarca Kirill, entrambi vecchi arnesi del KGB approdati a una visione arcaica del mondo, per ricevere gratis un patrimonio culturale, di cui una singola pagina, un singolo verso valgono più dei due capi messi insieme con tutte le loro servili gerarchie? Quando Putin e Kirill saranno seppelliti e dimenticati, Puskin e Turgenev, Lermontov e Leskov continueranno a essere letti dovunque. I grandi scrittori russi appartengono meno alla Russia e molto di più all’infinita Repubblica dei Lettori. Dove vige l’esercizio della libera interpretazione del testo e dove nessuno può inculcare al lettore visioni prefabbricate della realtà: il mondo della lettura non è quello della televisione di Stato. Perciò il Parlamento ucraino darebbe una teatrale manifestazione di autentica superiorità se rinunciasse all’ostracismo nei confronti degli scrittori russi e dimostrerebbe di intenderli, nella loro ricca complessità, in modo molto più profondo di quanto possa mai fare la classe dirigente russa attuale, così grottesca da apparire come un parto di un Gogol’ redivivo. La letteratura russa è il miglior antidoto alla propaganda putiniana.

Ma poi davvero Gogol’ e Bulgakov erano autori antiucraini? L’accusa indeterminata richiederebbe l’individuazione dei luoghi testuali suscettibili di sostegno alla tesi. Si dovrebbe, con l’opportuno contraddittorio, controllare sui testi e verificare la fondatezza della critica. Non ho la possibilità di discutere con la professoressa Kostankevych che sicuramente ne sa più di me, ma spero sia consentita una difesa d’ufficio. Intanto quando l’Ucraina era ben lontana dall’essere aggredita un atteggiamento antiucraino non era necessariamente antipatriottico. Poteva essere manifestazione di spirito critico, libera espressione di uno scrittore bastian contrario. La stessa letteratura russa ce ne fornisce mirabili esempi. C’è poi da considerare l’effetto dell’ironia. Gogol’ e Bulgakov sono autori essenzialmente ironici e la critica dell’ironia non può essere rigettata con posture seriose. Chi lo fa si sottopone senza rendersene conto a un surplus d’ironia. Si finirebbe di fare la parte degli abitanti di Poltava, che si sapeva essere il modello della città rappresentata nell’Ispettore generale di Gogol’. L’irresistibile, comica critica della sua amministrazione fu denunciata dagli abitanti come vera e propria diffamazione della città, col risultato di esporla più di quanto l’autore avesse immaginato. E il caleidoscopio, al tempo stesso lirico e ironico, del punto di vista da cui Bulgakov illustra Kyïv disputata da tre poteri (l’armata rossa, la guardia bianca e la banda del malfattore Petliura) non può essere distorto e reso monotono dall’accusa di essere antiucraino. L’ironia e anche la critica più impietosa non tolgono ma aggiungono significato all’oggetto del loro interesse e perciò la letteratura irriverente può essere intesa come la forma più compiuta di affetto per la propria materia. Ancora oggi, fatta salva l’osservazione del principe Mirskij sulla prevalenza del fantastico sul realistico in Gogol’, il lettore che voglia sentire la voce dell’antica Ucraina ha la fortuna impareggiabile di poter leggere i suoi racconti di ambiente rurale nelle raccolte “Le veglie alla masseria presso Dikan’ka” e “Mìrgorod”. Dove l’affetto è espresso con incisiva ironia. L’autore di La fiera di Soròcintsy, Proprietari di vecchio stampo o Storia del litigio tra Ivàn Ivànovic e Ivàn Nikiforovic non potrà mai essere considerato antiucraino.

Credit foto: Un grande murales di Jorit con il volto di Fedor Dostoevskij per dire no a qualsiasi tipo di censura. ANSA/CESARE ABBATE



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