Chi è Ebrahim Raisi, nuovo presidente conservatore dell’Iran?

Violazioni dei diritti umani, repressioni brutali, censura: il passato, anche recente, dell’ex Capo della Magistratura è costellato di ombre che suscitano diversi dubbi sul futuro volto della Repubblica Islamica.

Giulia Della Michelina

Senza nessuna sorpresa il candidato ultra-favorito Ebrahim Raisi ha vinto al primo turno le tredicesime elezioni presidenziali della Repubblica Islamica e ad agosto si insedierà come nuovo Presidente. Risultato che appariva scontato fin dalla pubblicazione della lista dei candidati ammessi a partecipare alla competizione stilata dal Consiglio dei Guardiani. Raisi, 60 anni, è stato nominato dalla Guida Suprema Ali Khamenei Capo della Magistratura nel marzo del 2019, dopo aver ricoperto diverse cariche di rilievo all’interno del sistema giudiziario iraniano. Già candidato alle elezioni presidenziali del 2017, perse contro il moderato Hassan Rouhani, incassando comunque una buona percentuale di consenso (38,3%, con circa 16 milioni di preferenze). Questa volta la percentuale ottenuta ha sfiorato il 62%, ma considerando la scarsa affluenza (48,8%, in cui bisogna considerare anche 3,7 milioni di schede nulle) i voti ricevuti dal chierico sono stati quasi 18 milioni, su un totale di 59 milioni di aventi diritto al voto.

Il volto mostrato da Raisi durante la campagna elettorale è quello di una figura fedele alla Repubblica Islamica e legata ai suoi leader più iconici, come si è visto nei manifesti che lo ritraevano al fianco del leader della Rivoluzione Islamica Ruollah Khomeini, del generale Qasem Soleimani (ucciso nel 2020 da un drone statunitense) e dell’ayatollah Khamenei. Ma il passato, anche recente, del giudice conservatore è costellato di ombre che non sono passate inosservate in Occidente. Raisi è stato infatti sanzionato nel 2019 dagli Stati Uniti per violazioni dei diritti umani, tra cui le “purghe” del 1988, l’esecuzione di minorenni e la tortura di prigionieri. È inoltre ritenuto responsabile delle repressioni brutali in diverse ondate di protesta, tra cui anche quelle portate avanti dal movimento Onda Verde nel 2009. Il prossimo Presidente della Repubblica Islamica appare dunque come una figura a dir poco controversa, che suscita diversi dubbi sul futuro volto dell’Iran.

Nonostante una lunga carriera che l’ha portato ai vertici del potere giudiziario e i suoi legami con la gerarchia clericale, Raisi non ha nessuna esperienza governativa e nemmeno una formazione economica per poter gestire quella che è probabilmente la peggiore crisi attraversata dal paese. Originario della città di Mashhad, a 15 anni entra in seminario a Qom, seconda città santa dell’Iran, e prosegue gli studi religiosi in età adulta sotto la guida di Khamenei e altri importanti teologi. Oltre a questo dato non ci sono informazioni certe sull’istruzione di Raisi e il suo percorso di studio è stato contestato anche durante i dibattiti tra i candidati perché, al di là degli studi teologici, non avrebbe una formazione che vada oltre il diploma elementare. Comincia la sua carriera in magistratura molto presto, con la nomina di procuratore nella città di Karaj a soli vent’anni. Nel 1985 si trasferisce a Teheran dove viene nominato sostituto procuratore e in seguito procuratore capo.

Nel 1988 ebbe un ruolo nel massacro di migliaia di oppositori e prigionieri politici, decretato da una fatwa dell’ayatollah Khomeini, all’epoca Guida Suprema della Repubblica Islamica. Raisi fece parte, insieme ai giudici Hossein-Ali Nayyeri, Morteza Eshraqi e al rappresentante del Ministero dell’Intelligence Mostafa Pourmohammadi delle cosiddette “commissioni della morte”. Il loro compito consisteva nello svolgimento di processi sommari (della durata di pochi minuti) e nell’espressione della condanna in cui, secondo le parole della fatwa di Khomeini, non dovevano mostrare nessuna pietà. Dall’estate del 1988 fino ai primi mesi del 1989 Amnesty International ha stimato che furono almeno 5.000 i prigionieri messi a morte in tutto il paese, di cui la maggior parte affiliati al movimento di opposizione Mojahedin e-Khalq (MEK) e al partito comunista Tudeh. Nel 2018, Raisi ha dichiarato che in quel momento era necessario difendere la Rivoluzione e di essere onorato di aver combattuto contro l’ipocrisia (monafiqeen, termine usato per riferirsi agli oppositori della Repubblica Islamica).

Nel marzo del 2016 Khamenei nomina Raisi a capo della Astan-e Quds Razavi, la fondazione (bonyad) che gestisce il santuario dell’Imam Reza, importante luogo di culto dell’islam sciita. Il ruolo delle bonyad è di grande rilievo nell’economia non petrolifera iraniana e in particolare quella di Astan-e Quds Razavi può essere considerata la più prestigiosa e facoltosa del paese.
Nel 2019 Raisi raggiunge la massima carica del sistema giudiziario diventando Capo della Magistratura e, anche in questo ruolo, non esita ad incarnare il lato più ferocemente repressivo del regime. Nelle grandi proteste scoppiate nel 2019 in diverse città in seguito all’aumento del prezzo della benzina furono migliaia le persone arrestate, molte delle quali sono ancora in stato di detenzione. Nonostante le autorità iraniane abbiano smentito queste cifre, Amnesty International ha denunciato che in quelle proteste più di 300 manifestanti vennero uccisi, mentre altre fonti (come Reuters) parlano di circa 1500 morti.

Durante i dibattiti tra i candidati prima delle elezioni gli sfidanti hanno accusato Raisi in merito alle restrizioni sulla libertà di espressione e la censura online. Mahsa Alimardani, ricercatrice all’Oxford Internet Institute, ha spiegato a BBC News, come Raisi abbia «lavorato per restringere gli spazi online che godevano di una certa libertà». L’applicazione di messaggistica Signal, nota per il suo elevato livello di sicurezza, è stata bloccata lo scorso gennaio dopo aver registrato un notevole aumento di iscrizioni da parte dei cittadini iraniani. Sempre secondo Alimardani, Raisi sarebbe dietro agli arresti di diversi amministratori di gruppi Telegram e di utenti di Instagram che postavano contenuti sgraditi al regime, ad esempio in favore delle minoranze, della comunità LGBTQ o contro l’obbligo del velo per le donne.

Durante la campagna elettorale Raisi ha continuato ad insistere sui temi che aveva già portato avanti come Capo della Magistratura, come la lotta alla corruzione e all’inefficienza. Durante numerosi viaggi tra le province del paese il chierico dal turbante nero, simbolo della discendenza diretta dal Profeta, ha propagandato un messaggio sostanzialmente populista, promettendo di mettere in campo una battaglia contro la povertà attraverso un “governo del popolo” che metta al primo posto l’interesse nazionale. Così come nella campagna elettorale del 2017, Raisi ha specificato di non essere favorevole ad un implemento degli investimenti internazionali in Iran, ma di voler procedere nel solco di un’“economia di resistenza”, in armonia con la visione della Guida Suprema.

Per quanto riguarda il nodo più spinoso dei rapporti con l’Occidente, i negoziati dell’Accordo sul nucleare (JCPOA) riaperti a Vienna, Raisi ha dichiarato di sostenere l’accordo, sottolineando tuttavia l’importanza di costituire un “governo forte” per raggiungere un esito positivo. Resta da vedere se la “forza” auspicata dal nuovo governo si tradurrà piuttosto nell’inflessibilità, se non nel sabotaggio, dei negoziati. Ciononostante le variabili in gioco sono molteplici e complesse. Innanzitutto va tenuto in considerazione che concludere le trattative prima dell’insediamento di Raisi è nei voti di diversi attori. Gli USA hanno già espresso questa volontà, sapendo che trattare con i conservatori del nuovo governo sarà ancora più complicato rispetto a condurre i negoziati con i moderati. I moderati stessi d’altra parte non vogliono veder vanificati gli sforzi di questi ultimi anni e possono sperare che un risultato positivo in questo senso attenui il forte malcontento verso la gestione di una crisi economica senza precedenti in Iran. Infine per i conservatori, il cui leitmotiv sulla miopia dei moderati nel voler fare accordi con l’Occidente e le recriminazioni contro le durissime sanzioni imposte contro l’Iran continuano ormai da anni, non sarebbe facile riprendere le trattative senza dar prova di incoerenza. Senza contare che lasciare il lavoro sporco dei negoziati al governo uscente non impedirebbe ai conservatori di avvantaggiarsi dell’eventuale attenuarsi delle sanzioni, di cui l’economia iraniana ha disperatamente bisogno.

Non va infine dimenticato che il capo dello Stato iraniano resta la Guida Suprema, a cui spetta il compito di dettare la linea sulla politica estera. Lo stretto legame tra Khamenei e Raisi fa pensare che quest’ultimo possa essere incline a rispettare il volere della Guida, se non addirittura a diventarne mero strumento esecutivo. D’altronde molti analisti hanno letto l’appoggio di Khamenei alla candidatura di Raisi, e la strada più che spianata verso la sua vittoria, come un segnale verso la sua possibile successione alla Guida. L’elezione di Raisi potrebbe costituire una sorta di ultima prova di fedeltà nei confronti del regime, che potrebbe aprirgli le porte verso la carica più importante del paese, sostituendo Khamenei nel ruolo di Guida Suprema. Anche nel 1989, alla morte di Khomeini, la dinamica fu la stessa, con la nomina dell’allora Presidente della Repubblica Ali Khamenei come successore della Guida. La base di consenso che poteva vantare all’epoca Khamenei era però molto più ampia (87%) di quella di cui gode ora Raisi, la cui nomina come capo di Stato potrebbe rivelarsi destabilizzante in un contesto di grandi divisioni e disillusione generale.

 

(foto Fars News Agency, CC BY 4.0 via Wikimedia Commons)



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