Prendersi cura: il lavoro indispensabile

Non solo il lavoro di cura tradizionalmente inteso, ma il prendersi cura dei lavoratori, così come dell’ambiente e delle relazioni sociali, è sempre più indispensabile per la sopravvivenza.

Chiara Saraceno

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Questo contributo è inserito nel numero di MicroMega+ del 23 luglio 2021.

La pandemia ha messo a fuoco, enfatizzandone la necessità e, per alcuni, acuendone le difficoltà di conciliazione con la prestazione lavorativa remunerata, il lavoro di cura che viene svolto quotidianamente in famiglia, nei confronti dei più piccoli o più fragili, ma anche verso adulti autosufficienti, come atto più o meno (spesso meno) di sostegno e attenzione reciproca. Un lavoro che è svolto in larga misura dalle donne in famiglia, come madri e mogli e, quando si tratta di bisogni di persone anziane fragili, anche figlie. Ma questo processo di messa a fuoco ed accentuazione non è avvenuto nello stesso modo per tutti, a parità di condizioni familiari. Non è avvenuto nello stesso modo e con la stessa intensità per gli uomini e le donne, non è avvenuto nello stesso modo per chi ha potuto lavorare a distanza e chi, se non ha perso il lavoro, ha dovuto lavorare in presenza.

La pandemia – e in particolare la fase del lockdown – ha, infatti, introdotto un nuovo tipo di disuguaglianza, ampiamente sottovalutata: quella tra le occupazioni che possono essere svolte a distanza, seppur con tutta la fatica del caso, e le occupazioni che possono essere svolte solo in presenza; categoria all’interno della quale si distinguono le professioni che – proprio per questa loro caratteristica – sono state soggette a chiusura (pensiamo ai settori della ristorazione, del turismo…) e quelle che sono rimaste in attività, con tutti i conseguenti pericoli rispetto al contagio. Mi ha colpito che, tra i lavoratori giustamente salutati come eroi (in particolare gli addetti alle professioni sanitarie) non ci si sia mai ricordati delle commesse dei supermercati o dei lavoratori della logistica o dei trasporti che hanno continuato a prestare servizio, in alcuni casi anche con una intensificazione dei carichi di lavoro, perché era più richiesto da noi consumatori, in mancanza di alternative.

Su tale disuguaglianza, introdotta da questa improvvisa differenziazione nelle condizioni di lavoro, dovremmo riflettere. Così come dovremmo sempre tenere presente, nelle nostre analisi sull’impatto della pandemia sulle condizioni di lavoro e sui problemi di conciliazione tra esigenze lavorative e esigenze famigliari, che coloro che non hanno perso il lavoro, ma lo hanno potuto fare solo in presenza, non solo hanno corso molti più rischi sul piano del contagio, hanno anche dovuto affrontare in modo ancora più drammatico i problemi di conciliazione che hanno investito tutti coloro che avevano e hanno responsabilità di cura familiare.

Il primo dato è questo: non dimentichiamoci mai che non abbiamo lavorato tutti a distanza e che i problemi che hanno vissuto coloro che hanno lavorato a distanza sono stati enormemente più gravi per coloro che invece hanno dovuto lavorare in presenza. Mentre per chi ha lavorato a distanza sono venuti meno i confini tra lavoro e vita privata, per chi ha lavorato in presenza il ritorno a casa quotidiano ha comportato non solo difficoltà di conciliazione proprio quando la presenza sulla scena famigliare diventava più necessaria (nel caso della presenza di figli o anziani fragili, o famigliari con disabilità) a causa della chiusura dei servizi e delle scuole. Ha comportato anche la necessità di fare i conti con il proprio essere potenziale portatore di contagio. Per molti sanitari, questo timore ha significato rinunciare a tornare a casa, a vedere i propri cari, quindi un radicale irrigidimento della separazione lavoro-casa, lavoro-famiglia.

Secondo dato: diamo per scontato che il sovraccarico di lavoro per chi ha lavorato a distanza e aveva responsabilità familiari sia ricaduto sulle spalle delle donne. Le cose sono in effetti andate per lo più così, ma non è una cosa che sta in natura. I padri che hanno lavorato a distanza si sono accorti che esiste il lavoro di cura? Le ricerche ci dicono che qualcosa è in effetti successo. Tra il 40 e il 60 per cento dei padri (a seconda degli studi cui si fa riferimento) ha aumentato il proprio carico di lavoro: stando sulla scena, quindi, hanno visto ed hanno partecipato Questo dato va letto anche all’interno di un processo che, come testimoniano successive indagini sull’uso del tempo, ha visto negli ultimi decenni i padri aumentare la loro presenza nel lavoro famigliare, in particolare nella relazione con i figli. Resta però sempre un 40 o 60 per cento di padri che non ha aumentato di una virgola il proprio lavoro. Soprattutto, dalle ricerche emerge che la stragrande maggioranza delle madri ha aumentato il proprio lavoro e di più di quanto gli uomini non abbiano aumentato il loro. Ciò significa che, nonostante una percentuale consistente di padri abbia fatto di più – e lo sottolineo perché bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo pieno – il divario tra uomini e donne in termini di lavoro di cura e domestico è aumentato.

Sarà interessante vedere cosa succederà nel tempo, anche perché gli uomini sono tornati più velocemente al lavoro in presenza rispetto alle donne: cosa stanno facendo e cosa faranno questi padri? Manterranno questo livello di partecipazione al lavoro familiare (di cura domestico) oppure torneranno alle vecchie abitudini?

Il lavoro di cura diffuso

Il lavoro di cura non è però soltanto questo. Prendersi cura è un’attività essenziale che riguarda tutte le relazioni umane. E ridurlo “solo” alla cura delle persone che non possono curare se stesse (ovviamente fondamentale) nasconde da un lato il lavoro domestico in senso stretto, dall’altro che  anche cura delle e nelle relazioni “orizzontali”, tra e verso persone autosufficienti è una attività importante per la tenuta delle relazioni stesse e per il benessere sociale, una attività che ha bisogno di riconoscimento, spazio, tempo: all’interno delle coppie, nell’ambiente di lavoro, con il vicinato; in altre parole nelle relazioni che costruiscono la società.

Anche in questo caso molte ricerche, non solo italiane, mostrano purtroppo come anche questo tipo di lavoro di cura, questo interrogarsi su come stiano gli altri (partner, colleghi, dipendenti, vicini di casa), se stiano bene e si sentano compresi è più spesso fatto da donne che non da uomini. Per non parlare del fatto che ci sono delle professioni tipicamente femminili, nel senso che sono più spesso svolte da donne, che hanno addirittura incorporato nel mansionario il prendersi cura dell’altro: la segretaria personale, per esempio, il cui mansionario esplicito ed implicito include una disponibilità all’attenzione minuta agli umori del suo capo e la capacità di tenere insieme la sua, del capo, agenda professionale e privata. Per altro, anche la maggior parte dei lavori professionali di cura è ad alta concentrazione femminile. E quando è una donna a farli, ci si aspetta un di più di disponibilità alla cura amorevole.

Non significa che tutte le donne fanno lavoro di cura formale e informale, che sono disponibili a mettere questo “di più” nelle relazioni sociali ed anche lavorative. Ma ce lo si aspetta di più da loro. E le donne lo aspettano di più da se stesse.

Che lo facciano o meno prevalentemente le donne, ciò che mi preme sottolineare è che la cura, il bisogno di cura, l’attività di cura traborda le attività e le relazioni familiari. È, o dovrebbe essere, una dimensione essenziale del vivere sociale e della costruzione di una società. Dimenticarci questa dimensione, oltre che avere un impatto sulla nostra vita di relazione e sulla società, ha un effetto anche sui rapporti di lavoro in senso stretto. In un libro del 2013, intitolato Caring democracy: markets, equality, and justice, la filosofa olandese Joan Tronto sostiene che cura è «un’attività che include qualsiasi cosa noi facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo in modo che possiamo viverci il più a lungo possibile».

È una definizione piuttosto ampia, forse troppo, ma la trovo molto suggestiva. Include senz’altro le scelte ambientali (che riguardano una dimensione di cura anche verso le generazioni future). E sottolinea come le varie pratiche di cura siano a più livelli e possano essere concepite come nested: cioè incardinate l’una nell’altra.

Tronto giunge anche a sostenere che un deficit di cura in questo senso allargato è anche un deficit di democrazia. E la democrazia ha a sua volta a che fare con il riconoscimento della necessità di avere tempo e spazio per la cura. Che non significa solo avere tempo e spazio per accudire la propria famiglia, ma – appunto – avere tempo e spazio per le relazioni, per costruire comunità vivibili ed anche per realizzare un ambiente di lavoro “amichevole”.

Ogni giorno nel nostro Paese si verificano incidenti mortali sul lavoro: vuol dire che siamo una società in cui non ci si prende cura dei lavoratori, a partire dalle condizioni minime di sicurezza. Il nostro è un Paese che ha investito pochissimo in capitale umano e moltissimo in bassi salari, come se dovessimo competere con la Cina o l’India. Bassi salari significa considerare la forza lavoro come non degna – non solo di investimenti – ma di cura. Significa considerare la forza lavoro spendibile e fungibile.

Lo stesso vale per altre relazioni e contesti. Guardiamo, ad esempio, alle condizioni in cui versano le scuole, non solo per la troppo frequente mancanza di sicurezza, ma anche per una organizzazione degli ambienti così poco attenta alle esigenze delle bambine/i e adolescenti, oltre che poco adatta ad una didattica ricca e flessibile. È una manifestazione esemplare di una mancanza di cura. Lo stesso vale per molti spazi dei servizi pubblici. È come se, avendo ristretto la cura entro la famiglia ed entro a professioni e relazioni specifiche, l’avessimo esclusa, come dimensione necessaria, da tutto il resto.

Ma l’assenza di consapevolezza della relazione di cura come relazione necessaria e non delegabile in spazi ad hoc (dentro la famiglia o da parte di alcuni soggetti e non di altri), oltre che poco democratica – come direbbe Tronto – è anche vagamente suicida.


Questo testo è una rielaborazione rivista dall’autrice, mantenendo il carattere di parlato, dell’intervento tenuto il 13 giugno 2021 nell’ambito delle Giornate della laicità di Reggio Emilia.



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