Quelle piccole patrie dei chierici moderni

L’attualità dell’ammonimento di Julien Benda sul rischio che l’intellettuale si asservisca a un interesse politico specifico che gli fa perdere di vista la sua funzione di difensore della giustizia.

Teresa Simeone

Ci sono libri che restano, attivi e propositivi, in biblioteca, pronti a essere riaperti quando i tempi ne stimolano la rilettura e la curiosità si riaccende.

Non sempre di facile interpretazione, prolisso a tratti, con qualche apparente contraddizione, criticato per una prospettiva conservatrice del sapere, Il tradimento dei chierici è sempre culturalmente stimolante. E lo è anche oggi, di fronte al riemergere di sovranismi, i nuovi nazionalismi, e dei populismi che li sostengono.

Intanto la prima domanda che ci si pone è chi sono i chierici. Coloro, risponde con chiarezza Julien Benda, che hanno una visione disinteressata della realtà, che difendono la verità, la giustizia e che antepongono l’esercizio della ragione a qualsiasi altro tipo di sensibilità. In nome di tale priorità, i chierici, quelli che non hanno tradito, guardano all’universale, si elevano al disopra dell’interesse personale e particolaristico, superano le divisioni nazionalistiche coi confini delle loro piccole patrie.

Quando Benda dichiara il carattere “non pratico” degli intellettuali, però, non intende sostenere che non debbano partecipare al dibattito pubblico: egli stesso prese posizione sulle grandi questioni del suo tempo. Ciò che contesta sono le passioni politiche che rendono “interessato” il loro impegno, che ne inquinano la purezza ideale e non lasciano spazio al pensiero squisitamente speculativo, astratto e metafisico.

Oltre a essere un attacco alla modernità intesa come l’età che ha caricato il chierico, con la cittadinanza, di diritti e doveri che lo pongono in una condizione sociale da cui non può più prescindere, il saggio di Benda ammonisce dal rischio che l’intellettuale si asservisca a un’ideologia, borghese, di classe e nazionalista, o appiattisca su un interesse politico specifico che gli fa perdere di vista la sua funzione di difensore della giustizia, considerata supremo valore e che non può essere sostituita dalla forza. Più volte ribadisce che uno Stato deve essere giusto non forte, come invece accade ai governi autoritari sempre più minacciosi. Anche nel passato la moralità veniva oltraggiata ma i valori restavano; oggi, nel 1927, anno della prima edizione del libro, scrive Benda: “Mussolini, invece, proclama la moralità della sua politica di forza e l’immoralità di tutto ciò che vi oppone[1]. Kantianamente la libertà rimane sempre la condizione sine qua non della persona. Eppure molti chierici hanno plaudito ai fascismi mussoliniano e hitleriano, al franchismo spagnolo, agli attacchi a una democrazia che avrebbe dovuto, invece, spingere alla Resistenza, e lo hanno fatto in nome dell’ordine, dimenticando, come sosteneva Montesquieu, che in ogni sistema democratico c’è un elemento di disordine, perché laddove non si percepisce il clamore di un conflitto si può essere sicuri che non c’è libertà. Ecco, la democrazia è l’unico “sistema politico che [l’intellettuale] possa adottare restando fedele a se stesso, perché con i suoi valori sovrani di libertà individuale, di giustizia e di verità, essa non è pratica”[2].

I chierici moderni hanno tradito perché hanno abbandonato la visione disinteressata del mondo, hanno messo in cima ai loro valori il possesso di vantaggi concreti e hanno votato al disprezzo degli uomini il conseguimento dei beni puramente spirituali. Hanno abbandonato l’orizzonte dell’universale e lo hanno sciolto in tante singole verità. Hanno glorificato i particolarismi nazionali, addirittura coinvolgendo in questa esaltazione patriottica anche la Chiesa, fino a fare di Gesù, che insieme a Socrate sono morti per difendere la fraternità universale, un “apostolo del nazionalismo[3]. Si sono calati nel contingente per “incrementare la propria fama di fare il giuoco di una classe che diventa ogni giorno più inquieta[4], per inseguire la gloria e compiacere il potere, per vanità, per decadenza del modello culturale classico e mancanza di rigore intellettuale. Hanno tradito quando hanno lasciato l’osservatorio distaccato che è proprio del sapere, smettendo di farsi custodi dei valori classici universali e inseguendo il culto del successo che considera con disprezzo la volontà che non si traduce in azione. Tale giudizio sul pensiero che si trasformi in agire è anche ciò che celebra le virtù militari, la violenza, l’istinto guerriero. In tal senso Benda non smette di indicare in Nietzsche, in Sorel, in Bergson, in Barrès, in Maurras, coloro che lo hanno introdotto ed esaltato. “Già Callicle affermava che la forza è l’unica morale; ma il mondo del pensiero lo disprezzava[5]. Oggi, invece, lo giustifica. Non ne ha vergogna. Il valore della conoscenza è umiliato di fronte a quello dell’azione.

Ciò che è grave non è tanto che ci sia una classe di uomini che esalta passioni nazionalistiche e virtù che le consentano, ma che non ci sia più, o che ci sia e abbia smarrito il proprio dovere, una classe di chierici che denunci tale situazione. Ciò che indigna è vedere i chierici predicare, invece di soffocare, l’orgoglio umano e farlo con quanta docilità, “con quale mancanza di disgusto, con quale entusiasmo, con quale gioia[6]. Si è dato spazio, anche grazie a loro, all’elogio della durezza e al disprezzo dell’amore umano, cioè della carità, della pietà, dell’affetto. Essi non si sono limitati a ricordare che la durezza è necessaria per realizzare e la carità è scomoda, ma hanno proclamato “la nobiltà morale della durezza e l’ignominia della carità”, dimenticando che il soccorso degli altri uomini, oltre che auspicabile, è razionalmente fondato.

Seguire l’umanitarismo o il liberalismo, in tale contesto, è considerato debolezza e infatti le dottrine reazionarie offrono materia a un romanticismo pessimista e sprezzante che sulla gente comune fa molta più impressione di quanto non ne faccia il romanticismo entusiasta e ottimista. Della serie, il cinismo e il disincanto affascinano più di uno sguardo pietoso sulle miserie umane. L’aristocrazia più della democrazia. E, non a caso, i chierici moderni si buttano “su quei temi che sul piano letterario si prestano ad atteggiamenti che fanno colpo.[7], compiacendo la borghesia che “crea la fama e dispensa gli onori” e scrivendo e dicendo ciò che il gregge laico vuol sentirsi dire.

A rendere ancora più rozzo il patriottismo nel chierico moderno è la xenofobia, l’odio per chi viene da fuori, il disprezzo per chi non è “di casa nostra”: sono sentimenti comuni nei popoli, ma non possono esserlo negli uomini di pensiero, in coloro, cioè, che dovrebbero indicare i valori importanti, filosoficamente fondati, di una ragione che nelle radici comuni piuttosto che in quelle distintive dovrebbe trovare la sua matrice. E, invece, i chierici moderni hanno spinto i popoli “a riconoscersi in ciò che li fa più distinti, nei loro poeti piuttosto che nei loro scienziati, nelle loro leggende piuttosto che nelle loro filosofie, essendo la poesia infinitamente più nazionale, più separatrice che non i prodotti della pura intelligenza”.[8]

È libero solo chi è disinteressato: il tradimento dei chierici è avvenuto quando hanno incominciato ad appoggiare un sistema che onora il pensiero unicamente nella misura in cui serve a qualcuno o a qualcosa. La filosofia non può essere al servizio di alcun potere, di alcun partito né di alcuna Chiesa.

Se leggiamo, come ci invita a fare Benda, Renan, a lui caro: “L’uomo non appartiene né alla propria lingua né alla propria razza; non appartiene che a se stesso, perché è un essere libero, vale a dire un essere morale[9], non possiamo, al di là delle considerazioni individuali sulla necessità di un proprio engagement, non riflettere su come la libertà dei chierici di cui parla l’autore de La Trahison des clercs sia in fondo la ricerca disinteressata e razionale della verità, ciò che la filosofia ha da sempre nel suo statuto epistemologico.

NOTE

[1] Julien Benda, Il tradimento dei chierici, prefazione di Davide Cadeddu, Piccola Biblioteca Einaudi, pag. 147

[2] Op. cit. pag. 48

[3] Op. cit., pag. 132

[4] Op. cit., pag. 193

[5] Op. cit., pag. 147

[6] Op. cit., pag. 167

[7] Op. cit., pag. 187

[8] Op. cit., pag. 128

[9] Op. cit., pag. 115



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