Scrivere di cinema con il pretesto della lingua

Il film come atto linguistico. Nel libro “Cinema e parole” di Nunzio La Fauci (ETS) un punto di vista originale sulla comunicazione cinematografica.

Flavio De Bernardinis

Siamo sempre stati convinti che il cinema avesse molto a che fare con l’oralità. Ne abbiamo avuto sostegno e conferma da uno scritto di Cesare Brandi, in cui si tesse il filo tra il cinema e l’arte dell’oratoria.
Secondo Brandi, lo schermo cinematografico è l’erede naturale della tribuna dell’oratore, un luogo da cui si parla al pubblico per affermare il valore di una realtà che senza un discorso appropriato sarebbe più difficoltoso ascoltare e apprendere.

Non è forse un caso che il Neorealismo italiano, e in particolare il cinema di Rossellini, siano stati sovente accostati alla parola parlata. Dopo gli anni del fascismo, e gli orrori della guerra, grazie a Paisà, la realtà italiana, ovvero la sua Storia ancora fresca di Cronaca, può finalmente tornare a far sentire la propria voce.

In quegli anni “ci si strappava le parole di bocca”, scriveva Calvino in una prefazione al suo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno: tutti, nessuno escluso, erano gonfi di cose da raccontare, accadute poco tempo prima, cose terribili e sublimi, oppure cose soltanto e basta. Il Neorealismo ha provveduto a dare voce a parte di queste cose.

Il libro di Nunzio La Fauci, dal titolo Cinema e parole (ETS, 2022) non affronta questioni di fenomenologia degli stili cinematografici. O forse sì. Attenzione alla grafica del titolo. “Parole”, alla francese, rimanda al pensiero di Ferdinand de Saussure: in opposizione a “langue”, il sistema di segni, “parole” è l’atto linguistico individuale. Il film come atto linguistico è quindi l’oggetto del libro di La Fauci, teorico e docente della lingua e della comunicazione, ma non nel senso di una dissertazione teorica, bensì di un viaggio, una scorribanda di un appassionato di cinema, uno spettatore che tuttavia mentre guarda lo schermo prende improvvisamente appunti sul cartoncino del biglietto di ingresso, miscelando la propria competenza specifica, la linguistica, con il proprio piacere personale, il cinema.

Né più né meno che “una stravaganza”, ossia “scrivere di lingua con il pretesto del cinema”: ma anche, come ci è subito parso, certamente il reciproco, ossia scrivere di cinema con il pretesto della lingua.

Il libro non si risparmia. Si parla infatti di Christopher Nolan, Clint Eastwood, Denis Villeneuve. Noi intendiamo qui rimanere sul versante italiano, traendo un paio di esempi, ovvero Ettore Scola e Nanni Moretti (il capitolo su Totò lo lasciamo integralmente al piacere della scoperta del lettore).

Nel titolo del celebre film di Ettore Scola, C’eravamo tanto amati, allora, La Fauci individua un’ambiguità rivelatrice: da una parte, noi italiani, tendiamo ad amarci l’un l’altro, “ci amiamo”, ma l’espressione linguistica del titolo rimanda anche alla modalità riflessiva, ovvero noi italiani non solo ci amiamo reciprocamente, ma ci amiamo, ovvero amiamo noi stessi. Ed è tale “sentimentalismo narcisista” ciò che conta davvero.

Non sarà l’amor proprio di cui parla Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, ma certo trattasi della facoltà capace di oscillare tra la secolare arte di arrangiarsi e una perpetua giustificazione dell’esistente, che rende infine disattivo ogni dilemma morale, la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per gli italiani, tutto è giusto e al tempo stesso tutto è sbagliato: la monarchia e la repubblica, il fascismo e la democrazia.

Quindi ha ragione La Fauci, C’eravamo tanto amati va decodificato in modalità riflessiva. Al di fuori, machiavellicamente, della sfera della morale, gli italiani non possono che amare disperatamente se stessi, pur nel disprezzo reciproco e nel disincanto più lucido. Come testimonia l’ultima mezza porzione del trio protagonista del film, che inizia a sorrisi e finisce a schiaffi, e come sigilla l’ultimo dialogo prima della parola fine, in cui si discetta, da narcisisti incalliti, sul significato dell’espressione linguistica “Boh!?”.

La Fauci, giustamente, affronta quindi l’evoluzione cinematografica del narcisismo nazionale, ossia i film di Nanni Moretti. L’espressione linguistica “Ecce bombo”, titolo di un celebre film dell’autore, rimanda inequivocabilmente alla formula dell’Ecce Homo. Qui La Fauci coglie il substrato poetico del cinema morettiano, ossia “il Figlio per antonomasia”.

La Fauci sottolinea come il Moretti attore non si “camuffi mai geo-linguisticamente”, ossia non faccia nulla per non apparire quello che è, ossia un romano. Questa esibizione di verità lo conduce, da attore, a esprimersi “con nettezza inequivocabile, secca, e sempre venata di sprezzatura”. Insomma, Moretti parla (ah, la natura orale del cinema…) precisamente “come un libro stampato” (ah, la camera stylo dal profumo di cinefilia francese…).

La Fauci precisa come “il comune modo di dire consenta di scivolare per naturale analogia dal parlato allo scritto”. E poiché Moretti è figlio del professor Luigi Moretti, ordinario di epigrafia greca (che fu allievo di Gaetano De Sanctis, uno dei pochissimi accademici a rifiutare di prestare giuramento al fascismo), La Fauci conduce l’analisi del cinema morettiano sul versante della “parola incisa”, epigrafica, ovvero quella parola dal carattere inequivocabilmente “nitido e ordinato”.

Per Moretti, si sa, le parole sono importanti, e quando si utilizzano è come se fossero davvero incise nel suono che proferiscono (in altra chiave, la natura del cinema è talmente orale, che le parole e le immagini si incidono le une sulle altre, e così impressionano lo spettatore).

La Fauci prosegue attraversando altri film di Moretti, primo fra tutti Habemus papam, e intersecando come è giusto la produzione artistica con la vita personale e pubblica dell’autore, per esempio la stagione dei “girotondi”. Fino a giungere all’aspetto conclusivo dell’avventura cine-linguistica morettiana, ossia “il bambino italiano, il Figlio della sua Mamma”, in breve “l’Ecce (B)hom(b)o”. Così scrive (e incide) La Fauci.

Dal Padre alla Madre. Come Gesù. Intransigente e duro cacciando i mercanti dal tempio, tenero e dolce nella compassione umana condivisa.

Viene quindi da chiedersi: quale distanza tra il sentimentalismo narcisista appartenente alla generazione precedente, Scola, e questo Ecce (B)hom(b)o di Nanni Moretti?
Tra il Boh e il Bombo?

Verrebbe da dire, e chiediamo perdono a La Fauci, che la risultante linguistica da noi proposta, che sarebbe così il Bo(h)mbo, possa risultare qualcosa che pur nell’evidente ironia non scansa di produrre una certa inquietudine.
Anzi, poiché ci troviamo in prospettiva linguistica, e La Fauci ci comprenderà certamente, un’inquietudine certa.



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