Sempre più città senza assessori alla Cultura. Montanari: “Chiara scelta politica”

Firenze, Bologna e Napoli non hanno un assessorato alla Cultura: in tutti e tre i casi le deleghe sono in capo al sindaco. Stessa sorte per le regioni Lazio e Toscana. Per Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, c’è dietro un disegno: “La cultura viene intesa come propaganda, volta all’acquisizione del consenso”.

Daniele Nalbone

Firenze non ha un assessore alla cultura. Napoli non ha un assessore alla cultura. Bologna non ha un assessore alla cultura. In tutti e tre i casi le deleghe sono in capo al sindaco, rispettivamente Dario Nardella, Gaetano Manfredi e Matteo Lepore. La Regione Toscana non ha un assessore alla cultura. La Regione Lazio non ha un assessore alla cultura. Anche in questo caso le deleghe sono di competenza del “capo”, dei presidenti Eugenio Giani e Nicola Zingaretti. A dire la verità, il comune di Firenze aveva un assessore alla cultura fino a poche settimane fa, fino a quando Tommaso Sacchi non è stato chiamato da Beppe Sala a Milano. E così, dopo le elezioni amministrative dello scorso ottobre, delle cinque grandi città andate al voto, in due non è stato nominato nessun assessore alla Cultura (Napoli e Bologna), in tre sì (Milano, Roma e Torino), e una che non è stata chiamata alle urne lo ha “perso” (Firenze).

La domanda, analizzando quello che ormai sembra essere diventato un fenomeno che si ripete, con sindaci e presidenti di Regione che non assegnano una delle deleghe più importanti, è banale: perché? Per Tomaso Montanari, storico dell’arte, rettore dell’Università per Stranieri di Siena e amico di MicroMega, la risposta è semplice. E tutt’altro che rassicurante: “Perché oggi la cultura viene intesa come propaganda, acquisizione del consenso, intrattenimento, panem et circenses”.

Quindi dietro questa apparente casualità, c’è un disegno, o almeno un’idea politica?
Se la cultura è gestione dell’intrattenimento diventa automaticamente gestione del consenso. E allora il capo, o chi si considera tale e non uso a caso questa parola, è bene che tenga per sé questa leva fondamentale. Il modello è quello del minculpop fascista. Alla base c’è un’idea di cultura come pura propaganda e non di una cultura lontana dal cuore del potere politico, come invece dovrebbe essere. In altre stagioni la linea era esattamente opposta, con assessori “tecnici”, uomini e donne di cultura e per definizione liberi, eccentrici, eretici a guidare il relativo assessorato.

Che messaggio manda una città o una regione che non ha un assessorato alla cultura?
Di accentramento. Di strumentalizzazione della cultura dietro l’unica finalità del consenso. E che la cultura come pensiero critico è un problema, oggi.

Però ci sono fior di assessorati al turismo, o alla valorizzazione dei beni culturali, che invadono il campo della cultura con portafogli ben più gonfi.
Questo è inevitabile: dopo i dissennati tagli alle finanze degli enti locali, un massacro che ci portiamo dietro dagli anni Novanta, i comuni hanno sempre meno risorse da investire e la cultura è la prima voce che solitamente si taglia. In fondo, non si mangia con la cultura, giusto? L’educazione della cittadinanza, poi, nella stagione del consenso a tutti i costi è un problema, perché la sovranità culturale può portare alla sovranità democratica. E allora meglio un cliente che non un consumatore di cultura. Ecco, l’obiettivo è trasformare chi consuma cultura in un cliente che porta soldi a un sistema economico e non culturale.

La cultura sostituita dal turismo?
La cultura cancellata, nemmeno sostituita. Scomparsa perché è ormai scomparsa la democrazia. Oggi tutto si riduce al capo dell’esecutivo, o al sindaco, o al presidente di regione. In fondo anche il Pnrr su un totale di circa 250 miliardi di euro dà alla voce “Cultura e Turismo” 6,6 miliardi di euro. La cultura vera e propria non è mai stata tralasciata e trascurata come oggi. Il fatto che il ministro Dario Franceschini abbia perso la sua centralità politica all’interno del governo Draghi potrebbe anche essere una buona notizia visti i danni fatti, ma resta il problema della marginalizzazione della cultura: è di questi giorni la notizia del rischio di chiusura dell’Archivio di Stato di Genova e stessa sorte potrebbe toccare alla Braidense, la biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Brera, con il direttore James Bradburne che ha denunciato come lo Stato abbia abbandonato uno dei gioielli del nostro Paese. Ormai siamo al rompete le righe, stanno venendo al pettine anni di politiche criminali sul fronte della cultura. E il fatto che comuni importanti come Firenze, Bologna e Napoli e regioni come Lazio e Toscana non abbiano nemmeno un assessore alla Cultura sono la prova dell’abbandono. E della trasformazione della cultura in un “bigliettificio”. Da troppo tempo si valuta la proposta culturale di una città in base ai biglietti staccati.

Qualche esperienza interessante però ci sarà.
Diciamo che sono molto curioso di vedere il lavoro che farà Miguel Gotor alla guida dell’assessorato alla Cultura di Roma. La scelta di Roberto Gualtieri è intelligente, ha optato per una persona di cultura vera, una persona libera. Ecco, mi aspetto che la politica culturale di Roma non sarà organica al partito che guida la città.

Eppure, guardando i tanto famigerati numeri – sono state molte le mostre o le aperture di siti culturali i cui biglietti sono andati esauriti in pochi giorni – c’è tanta voglia di cultura.
C’è voglia di cultura e tanta voglia di vita collettiva. Perché la cultura è questo, è un fatto pubblico, corale. Oppure non è. Sentiamo il bisogno di dare un senso alla nostra vita, dare colore, di rieducarci alla cultura in un momento storico in cui l’economia ci dice che l’unico obiettivo deve essere riempirsi la pancia.

 

(credit foto Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons)



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