“Clemenza”. Una recensione del libro di Francesca Rigotti

Nel suo libro “Clemenza”, Francesca Rigotti, in un montaggio mirabile, ci spiega perché in ragione della crescente asimmetria nelle relazioni e della non meno preoccupante sperequazione delle risorse, possiamo riscoprire la clemenza come un valore persino funzionale all’esercizio del potere: una virtù perfetta per i nostri tempi più che imperfetti.

Fabio Merlini

Il farmaco
Anche quando sono assicurate le migliori condizioni per il suo esercizio, la giustizia (poco importa da chi sia incarnata e attraverso quali leggi) è sempre in una certa misura ingiusta, arbitraria, mancante. Proprio perché il suo compito è quello dell’imparzialità, della rettitudine, della ponderata inflessibilità: un agire secondo equità in cui ognuno, nonostante le possibili attenuanti, sia trattato come tutti. Il problema è che nessuno è tutti. Per questo, legge e giustizia sono sempre in difetto. Sicché il torto è qualcosa di congenito. La giustizia giusta è retta, ma la realtà è storta. E poi essa è sempre l’incarnazione di uno o più poteri che la esprimono e si esprimono attraverso di essa. Un giudizio incondizionatamente giusto è al di là della nostra portata.
Se la giustizia, anche la migliore, ha l’ingiustizia come dimensione inaggirabile del suo sentenziare, essa ne è però in teoria perfettamente consapevole. Non solo. Dispone anche di un farmaco prezioso che le consente di attenuare la sua rigida imparzialità, la sua severa postura (dura lex, sed lex), la sua inflessibilità. Di cosa si tratta? Del farmaco della clemenza.
Quando vi fa ricorso, la sua rettitudine (bilancia, spada, occhi bendati secondo l’allegoria classica) trova il modo di attenuarsi, riconosce nella postura misericordiosa una risorsa che la sottrae, per una certa parte, alle sue astrazioni, al suo necessario formalismo. Allora siamo dinnanzi a un sur plus rispetto al suo corpus codificato.
Laddove chi l’amministra si dimostra clemente, qualcosa di inaudito si aggiunge alla correttezza lineare delle sue deliberazioni. È come un protendersi sollecito del giudicante in direzione del giudicato. Qui, gli occhi del secondo non sono più quelli indifferenziati e anonimi cui deve rivolgersi il giudizio per essere equanime: sono i suoi occhi, la sua storia personale, il suo destino individuale, la sua supplica. Qui non ci sono solo un corpo normativo implacabile e la sua trasgressione legittimamente punibile. Qui ci sono due persone che si guardano, due corpi che si incontrano. C’è un rivolgersi reciproco che avvicina una parte all’altra, dove quella che esercita la potestà, senza smarrire la sua posizione d’autorità, si accosta all’altra secondo un diverso ordine della considerazione e del riconoscimento che ne attenua la rigorosa imparzialità. Senza però alcun arbitrio. Senza snaturarsi, può dunque accadere che la giustizia incontri la dolcezza.
Quando ciò si verifica, la giustizia si spinge dunque oltre se stessa: non “solo” giusta, anche virtuosa. Il “troppo”, mai aggirabile, dell’asimmetria tra le due parti viene ridimensionato in un’asimmetria, che rimane certamente tale, ma con in più un’esuberanza virtuosa. L’ortothes della giustizia, il suo stare dritta, la sua rettitudine, subisce così una flessione che anziché indebolirne le deliberazioni, svilendola o addirittura tradendola, la legittima ancora di più.
Questo spiega, tra l’altro, perché nel bene e nel male, il potere ha sempre a che fare con la clemenza.

Sguardo prismatico
Ripetiamolo: quando per la forza concreta e simbolica conferitagli, poco importa da chi, qualcuno dispone più o meno legittimamente dell’autorità del giudizio e della pena, nessuna giustizia può mai bastare a se stessa. Si tratta di un limite inscritto nella sua stessa pratica, ancora prima di esserlo nel modo in cui essa si esercita. E concerne l’imperfetta relazione di corrispondenza tra risorse del giudizio e “ragioni” del giudicato (vissuto, storia, carattere, destino). Provare a emendarla: è questo il compito della clemenza.
Non poteva essere detto meglio: «Clemenza è […] la giustizia che sporge, che eccede, che esce per un momento dalla sua rettitudine. È la giustizia che si piega, si inclina, si china».
Dobbiamo questa magistrale definizione a Francesca Rigotti, che in un saggio profondo, e al tempo dallo stile leggero, pubblicato dal Mulino nella collana “Controtempo”, ripercorre la storia di questa virtù con la cultura e l’intelligenza cui ci ha ormai abituati. Voglio dire con quel metodo che le è proprio, e che consiste nel ricostruire la storia di un termine seguendone gli spostamenti, le reinterpretazioni, i tradimenti e le fedeltà lungo una vicenda non solo letteraria o filosofica. Ma anche in grado di avvalersi della tradizione iconografica, delle sue immagini simboliche, allegoriche e metaforiche, delle sue personificazioni. Senza minimamente trascurare il côté concettuale. Il risultato è per così dire una filologia filosofica indiziaria, dinamica, creativa e tenace nel seguire, interrogandole, le più diverse piste. Mettendo insieme in modo prismatico discorsi, immagini, dettagli anche apparentemente insignificanti; accostando “continenti” lontani ed eterogenei, così come famiglie di parole affini. Per un più ricco e articolato scandaglio dell’oggetto.
Come sempre accade con la migliore filosofia, la ragione dell’interesse per il tema non nasce dentro la disciplina o all’interno di qualche corrente di scuola. Nasce nel tempo dell’attualità. Di quell’attualità che mette però in scena questioni antichissime, seppur nella forma conferitegli dalla nostra odierna storicità tragica. E allora per capire qual è la fonte sensibile di questo modo esemplare di affrontare il tema della clemenza, occorre andare alle riflessioni delle ultime pagine. Si presentano come una “conclusione”, ma di fatto sono un inizio.

Sentimento del tempo
Dopo aver fatto viaggiare il suo lettore attraverso pagine che ricostruiscono la storia non lineare della clemenza, suggerendo, come detto, percorsi originali e nuovi (le sue apparizioni, il suo significato, le sue immagini allegoriche, la sua postura, il suo senso della cura, ma anche le sue forme di strumentalizzazione legate al potere), Francesca Rigotti ci conduce al cuore della questione. Occorre riuscire a vedere attraverso le grandi figure di coloro i quali nel passato – immaginato o storico che sia -, hanno dato corpo al teatro della compassione, la realtà di chi oggi si ritrova esattamente nella stessa condizione del supplice. Riuscire a sentirne la voce, quella stessa voce; la postura quella stessa postura; la disperazione quella stessa disperazione. E riuscire poi anche a vedere nella nostra indifferenza l’odiosa inflessibilità di chi non sa, non vuole o crede di non poter accogliere la supplica (una particolare postura) grazie a cui potenti e diseredati si incontrano, avvicinandosi l’uno all’altro: come raccontano le meravigliose e innovative pagine sull’iconografia della gamba e del ginocchio messi a nudo (Dei, Imperatori, Santi, Re, ecc.).
In questo modo, la parola “clemenza” acquista una sorprendente attualità, nella consapevolezza che essa mette sempre in gioco relazioni asimmetriche, dove un potere, talvolta uno strapotere arrogante, incontra, se lo incontra, il suo contrario.
A mano a mano che si procede nella lettura del saggio, la clemenza appare come una risorsa inattesa cui dare il rilievo che oggi merita. Viene anche di pensare, per quanto ciò non sia esplicitato, che in questo tenace lavoro di recupero, ci si muove contro chi vuole invece derubricarla dall’agenda etica e politica, presentandola come una forma ora di debolezza (buonismo), ora di aristocratica ipocrisia (di chi rifiuta di regolare a monte i problemi).
Attraverso l’atto della clemenza, colto nelle sue diverse rappresentazioni, il saggio ricostruisce infatti uno specchio in cui vedere riflessa, senza inganni, la nostra condizione. Ci vengono così offerte le parole e le immagini mediante le quali leggere le catastrofi di oggi: una riedizione del “tragico” (guerre, carestie, dispotismi) di cui siamo al contempo artefici e vittime. Ma soprattutto per riuscire ad ascoltare la storia e la supplica di chi si rivolge, bisognoso, ferito, affamato, inerme, a chi ne ha ora in mano il destino. Che cosa sono, si chiede Rigotti, «le supplici di Eschilo, i supplici di Sofocle e di Péguy se non protagonisti a uno stadio liminale di tragedie di bisogno, di fuga e di migrazione, che attendono che i governanti democratici, rappresentanti dei cittadini, si comportino come quell’assemblea di argivi che convalida la proposta di accoglienza di Pelasgo?». La risposta è chiarissima: sono la ripetizione di un dramma che non ha mai fine e che trova ogni volta di nuovo le figure della sua odiosa attualizzazione. Sono però anche – ecco il punto – l’evidenza della sempre rinnovabile funzione della clemenza, rispetto a norme, leggi, decreti, pregiudizi: virtù ineguagliabile di un mondo che, da sempre, riproduce implacabilmente sopraffazione, ingiustizie e inospitalità.
Oggi, appare ancora più urgente questo avvertimento a ripensare una virtù che è tutto fuorché “controtempo” – se non nel senso del sano anacronismo di chi (come la nostra autrice) si oppone al cinismo dello “spirito del tempo” (quello che alimenta il populismo dentro e fuori l’Europa). Basti pensare a quanto sia ingenuo credere di poter regolare attraverso ostili dispositivi di legge e attraverso azioni mediaticamente clamorose i flussi della disperazione migratoria. Quando sappiamo bene che nessuna dissuasione, nessuna spacconata elettorale sarà mai più forte della volontà di vita, laddove la vita sia minacciata e condannata: nessun muro, nessuna legge, nessun decreto urgente nessuna pena, nessuna tolleranza zero.
In questo senso, ripensare la clemenza non è una preoccupazione “idealista”. È al contrario un atto di realismo, ben in chiaro su quanto sta accadendo attorno a noi e sul suo perché.
Il cinismo imperante, invece, fa dell’inclemenza una virtù. Bene, Francesca Rigotti in un montaggio mirabile, anche per la sua capacità di sintetizzare in poche pagine o addirittura in poche righe vicende mitologiche, dottrinali, filologiche e iconografiche articolatissime, ci spiega perché è vero esattamente il contrario. Proprio in ragione della crescente asimmetria nelle relazioni e della non meno preoccupante sperequazione delle risorse, che condanna il nostro mondo a una spietata ingiustizia, possiamo allora riscoprire la clemenza come un valore persino funzionale all’esercizio del potere: una virtù perfetta per i nostri tempi più che imperfetti.
Anche perché aiuta a capire come sarebbe, invece, un mondo in cui non ce ne fosse alcun bisogno.
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