Clima, il fallimento del G20

Dal summit romano nessun reale antidoto alla crisi climatica. L’analisi di Sara Sessa di Fridays For Future Italia.

Sara Sessa (Fridays for Future)

Gli esiti delle trattative sul clima dell’ultimo G20 sorprendono per quanto sono spaventosamente distanti dai minimi sforzi necessari ad arginare un’emergenza come quella climatica.
Viene da chiedersi in che senso le trattative siano state “sofferte”, se si sono concluse con gli stessi obiettivi climatici già fissati 6 anni fa alla COP21. In particolare: limitare l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C e azzerare le emissioni entro il 2050. Tutto già scritto negli Accordi di Parigi del 2015.

Quel che è sicuro è che il G20 ha deciso di comune accordo di individuare un capro espiatorio su cui scaricare un eventuale, anzi probabile, fallimento dei target festeggiati: la Cina, che sta pagando cara la scelta di non presentarsi né al G20 né alla COP26.
E se è vero che attualmente è il paese con i livelli di emissione più alti, nel bilancio storico ha contribuito a scaricare CO2eq in atmosfera meno di Stati Uniti e Unione Europea, ai quali ora esporta i beni prodotti utilizzando energia da carbone.

Andiamo quindi oltre gli entusiasmi mediatici e ripartiamo dalla domanda che sarebbe stato giusto porsi all’inizio di questo G20: cosa non sta funzionando nelle nostre strategie di contrasto della crisi climatica? Dopo 6 anni dagli Accordi di Parigi le emissioni hanno continuato a crescere, la temperatura è aumentata di 1.2°C dal livello preindustriale e le politiche attuali rischiano di far crescere la temperatura fino a +3°C.

Essere d’accordo sui target è semplice. Più difficile è esserlo sulle soluzioni, perché c’è bisogno di metter d’accordo non solo leader politici e lobby, ma anche società civile, popolazioni indigene, territori.
Innanzitutto, bisognerebbe coinvolgere tutti nelle trattative, cosa che il G20 non ha mai accettato di fare. Hanno tirato fuori dal cilindro le loro proposte sul clima a pochi giorni dalla COP26 a cui partecipano anche i paesi più colpiti.

In secondo luogo, è il momento di denunciare le finte soluzioni che tutelano le grandi compagnie molto più degli ecosistemi. Tra le righe dei documenti ufficiali resi pubblici dopo il G20 si leggono parole come “removal by sinks” o “low carbon emission” o “carbon pricing mechanisms” o “market developments” che suonano come sentinelle alle orecchie degli addetti ai lavori. In sostanza, sul come rispettare i target fissati c’è reticenza, ma la strada che si prospetta segue noti meccanismi salvavita per i settori inquinanti, una serie di scorciatoie per compensare le emissioni piuttosto che ridurle o azzerarle. Il tutto a caro prezzo per territori e Sud globale.

Facciamo un paio di esempi:

– Le tecnologie per il sequestro della CO2, ancora in fase sperimentale e in grado di catturare quote ridicole di CO2, richiedono miliardi di finanziamenti da sottrarre alle alternative realmente pulite. Esistono vari tipi di impianti CCS ma stiamo puntando proprio sui peggiori: quelli che sottraggono la CO2 da carbone e metano, vincolandoci a nuove estrazioni di combustibili fossili da cui riassorbire percentuali minime di gas climalteranti.

– Il mercato dei crediti del carbonio, dove le aziende possono vendere e comprare quote di CO2, consente a chi emette di più di pagare per ottenere nuovi diritti a inquinare o di acquisire nuove quote con progetti di riforestazione fasulli o che prevedono l’appropriazione illecita di terre in aree marginali, il cosiddetto fenomeno del “land grabbing”.

E se in un’ottica di giustizia climatica è fondamentale restituire al Sud globale la possibilità di rifiorire e resistere alle catastrofi climatiche da cui è colpito più di altre aree del mondo, neanche il Green Fund lascia buone speranze. Si tratta di100 miliardi di dollari promessi ai paesi del Sud Globale per i risarcimenti.

Nel documento ufficiale uscito dal G20 si legge: “Ricordiamo e riaffermiamo l’impegno assunto dai paesi sviluppati di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e annualmente fino al 2025 per rispondere ai bisogni dei paesi in via di sviluppo”.

Peccato però che il Green Fund, istituito anch’esso con gli Accordi di Parigi, dal dover raccogliere 100 miliardi di dollari ogni anno fino al 2020 è riuscito a racimolarne solo 37 dal 2015 di cui solo 10 investiti realmente in progetti, non sempre utili visto che alcuni avevano a che fare con il carbone.

Non è da trascurare infine la solita visione dei fondi pubblici come stimolo e attrattore per gli investitori privati; che si tratti dell’European Green Deal, del PNRR, del Green Fund o più territorialmente dei singoli PAESC, continua a ripetersi la formula del partenariato pubblico-privato.
Come avvertono i movimenti sociali e gli analisti già da tempo, la conseguenza di una simile gestione è che mentre i profitti restano a uso esclusivo del privato, è sullo Stato e più in generale sul pubblico che ricadono le perdite, sia in termini economici che ambientali. In questo modo la partecipazione pubblica, se esiste, è solo per legittimare una gestione totalmente privata che garantisce la nota remunerazione del capitale investito. È da qui che nasce il conflitto riguardo la gestione di quelli che spesso sono beni comuni.

Insomma, se il governo Draghi gode di un prestigio internazionale che finora l’ha protetto, la sua visione diventa ora un problema collettivo, perché ripercorre quelle strade che ci lanciano spediti verso la catastrofe. Ma un’alternativa è possibile, e non c’è più tempo per rinviarla.

Sarà che alla Nuvola a Roma erano troppo in alto per cogliere i segnali di allarme dalla Terra, ma il G20 non ha trovato nessun antidoto alla crisi climatica, e ci sarà ancora molto da attivarsi. Nel frattempo restiamo in ascolto della COP26: un’altra festa bellissima, che sarà la fine del mondo.

 

(Credit Image: © Matteo Nardone/Pacific Press via ZUMA Press Wire)



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