Un tribunale condanna il governo francese a proteggere il clima sul serio

La sentenza della corte di Parigi smaschera i finti impegni degli Stati per la tutela del clima e dell’ambiente.

Stefano Palmisano

Le sentenze francesi
Il tribunale amministrativo di Parigi condanna il governo francese a proteggere il clima sul serio: più precisamente, ad adottare “tutte le misure necessarie” per riparare, entro il 31 dicembre 2022, al superamento illegale dei budget di carbonio tra il 2015 e il 2018 e al danno ecologico che ne è scaturito sotto il profilo climatico.

È una sentenza che fino a pochissimi anni fa avrebbe destato un certo, e non immotivato, scalpore. Oggi, invece, si pone come un altro tassello di una giurisprudenza internazionale che va profilandosi come sempre meno estemporanea.

A febbraio scorso, infatti, un’altra Corte transalpina si era pronunciata sostanzialmente sullo stesso tema, riconoscendo lo stato d’Oltralpe responsabile di “inerzia climatica” e lo aveva condannato al pagamento della multa simbolica di un euro.

… quella tedesca
Ad aprile, sempre di quest’anno, poi, era stata la volta di una Corte tedesca a creare un precedente in tal senso. Il tribunale di Karlsruhe aveva sancito che la Germania deve aggiornare i suoi obiettivi climatici per proteggere adeguatamente le generazioni future. E lo aveva fatto in una sentenza che presentava passi di grande respiro culturale e potenza etica, sotto il profilo della solidarietà intergenerazionale, prim’ancora che giuridica: non sarebbe lecito consentire a una generazione (quella attuale) di “utilizzare gran parte del budget di CO2 con un onere di riduzione relativamente modesto, se ciò significa contemporaneamente che alle generazioni successive viene lasciato un peso di riduzione radicale e le loro vite sono esposte a forti limitazioni delle libertà”.

… e quella della Corte di Giustizia dell’Unione Europea contro l’Italia
In ambito diverso, ma affine, si era pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) in una vicenda che riguardava l’Italia, meno di un anno fa.

La Grande Sezione, con una sentenza del 10 novembre 2020, a seguito del ricorso della Commissione per inadempimento ex art. 258 TFUE – la cosiddetta “procedura per infrazione” – ha condannato l’Italia per aver superato il valore limite delle concentrazioni di particelle inquinanti, in modo continuato, dal 2008 al 2017.

Tra i vari profili giuridici di questo pronunciamento della Corte europea, uno in particolare appare di particolare rilievo: la mera redazione di piani per la qualità dell’aria è insufficiente a evitare la procedura d’infrazione, soprattutto se essi non contemplano misure adeguate a far sì che il superamento del valore limite sia contenuto nel più breve tempo possibile.

La stessa lezione da pronunce diverse
Le pronunce dei Tribunali francesi e tedesco riguardano in particolare gli inadempimenti dei rispettivi Stati nazionali in relazione alla crisi climatica; quella della CGUE colpisce gli obblighi violati dallo Stato italiano in merito alla riduzione dell’inquinamento dell’aria.

Al netto di questa e di altre significative differenze, sostanziali e processuali, queste sentenze paiono accomunate da un elemento nevralgico, in particolare la recentissima sentenza del Tribunale Amministrativo francese e quella della Corte che sta in Lussemburgo: il contrasto alla crisi climatica e all’inquinamento ambientale non si fa, non si deve fare, solo sulla carta.

Lo Stato francese è stato condannato perché aveva violato regole che esso stesso si era dato; quello italiano perché aveva finto di adempiere gli obblighi che statuiva a suo carico (come di tutti gli altri paesi dell’Unione Europea) la direttiva 2008/50, posta a tutela della salute umana e dell’ambiente, limitandosi a “scrivere un piano” (producendo carte, per l’appunto).

In tal senso, la difesa del Belpaese in sede giudiziale costituisce un plastico paradigma di antropologia giuridica italica: la direttiva in questione prevedrebbe un mero obbligo di riduzione progressiva dei livelli di concentrazione di PM10 e, quindi, il superamento del valore limite produrrebbe come unico effetto di obbligare gli Stati ad adottare un piano per la qualità dell’aria.

La Corte europea ha rispedito al mittente queste argomentazioni di mirabile rigore giuridico e di squisita sensibilità ambientale e ha condannato l’Italia: per avere, in modo continuativo e sistematico, superato i valori fissati per il particolato (PM10); per non aver adottato misure appropriate per garantire il rispetto dei valori limite; per esser venuta meno all’obbligo di adottare e attuare piani per la qualità dell’aria che prevedano misure adeguate affinché il superamento dei valori sia il più breve possibile. La multa sarà fissata a breve e potrebbe oscillare tra 1,5 e 2,3 miliardi di euro.

Lo scrivevamo qualche giorno fa commentando la decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di abbassare i limiti di emissione delle sostanze inquinanti: in materia di tutela dell’ambiente e della salute pubblica, a livello delle istituzioni – nazionali ma non solo – le parole, scritte e parlate, sono ancora in quantità insopportabilmente superiore alle buone pratiche, ai provvedimenti concreti, alle norme cogenti: in una parola, ai fatti.

Ecco, alcune Autorità Giudiziarie, nazionali e sovranazionali, iniziano ad affermare che su questa messinscena deve calare il sipario.

È il ruolo più alto e utile che possa svolgere il diritto e, in particolare, la giurisdizione: quello di ricordare che uno Stato – o un’Unione di Stati – serio approva regole giuridiche per attuarle concretamente; non per riempire “un piano”.

Questo vale sempre; ma soprattutto quando c’è di mezzo il contrasto a fenomeni che mettono in pericolo l’ambiente, la salute pubblica e la stessa sopravvivenza del pianeta.



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