Cognome della madre: chissà che il 2022 sia la volta buona

Il cognome è una questione di potere, visibilità sociale e autorevolezza, negata alle donne e dalle donne stesse spesso sottovalutata. Per questo la battaglia per eliminare l’attuale automatismo che comporta l’attribuzione del cognome del padre è tutt’altro che secondaria.

Monica Lanfranco

Ancora mi ricordo nettamente i sentimenti provati quando, a pochi mesi dalla nascita del mio primo figlio, oltre 30 anni fa, mi recai su suggerimento di una amica avvocata all’anagrafe per verificare la possibilità dell’aggiunta del mio cognome. In alcuni uffici, mi aveva confidato l’amica, questa pratica era consentita, specialmente se eri figlia unica, e quindi con te il cognome andava perduto. “Non si può fare”, mi disse con una punta di soddisfazione l’impiegata.

Del resto, come sarebbe stato possibile, allora, anche solo ragionare di un fatto del genere, a livello istituzionale e sociale: le donne smettevano il cognome (paterno) con il matrimonio (unica concessione al femminile), ma le cose serie e materiali si nominavano, e ancora lo si fa, come ‘patrimonio’, la radice della parola è chiara) e prendevano quello del marito.

Nel mio caso ci sono voluti due anni per procedere finalmente con l’aggiunta del mio cognome al primo figlio: molta pazienza, molti documenti, il pagamento di un milione delle vecchie lire, la stessa procedura anche per il secondo figlio 5 anni dopo perché il precedente non costituiva automatismo, la sottile guerra di negazione, dall’asilo all’università passando per gli scout, la palestra e infine i primi posti di lavoro, nei confronti di quei due cognomi che a molte persone sembravano strani, ridondanti, fastidiosi, eccentrici, sbagliati, insomma una bizza di quella donna, (la loro madre), fissata con il suo cognome. Indovinate un po’ quale si provava a ‘tralasciare’, nella (illegale) scelta che veniva proposta, magari per ‘brevità’ sui documenti.

Ancora oggi mi chiedo come una madre non si senta a disagio quando sua figlia o figlio vanno nel mondo come estranei, perché tecnicamente è così, se manca il loro cognome e c’è solo quello paterno. Per non parlare del fatto che, nella contentezza per il grande valore simbolico che assume avere tre donne ai vertici dell’Europa, Roberta Metsola, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, (madri di 12 tra figlie e figli in totale) va ricordato però che portano tutte il cognome dei mariti. Indicandole come esempi per le nuove generazioni di donne che si vogliono confrontare con il potere in politica, e in altri settori, possiamo considerare questo un dettaglio risibile? Il cognome non è solo una scelta tecnica: è una questione di potere, visibilità sociale e autorevolezza, negata alle donne e dalle donne stesse spesso sottovalutata.

Pensare che la lotta per il cognome materno, che forse in questo 2022 potrebbe diventare legge, grazie alla tenacia di molte attiviste, (cito solo per brevità Iole Natoli, Laura Cima e tra le associazioni Noi Rete Donne e Udi) sia una questione secondaria significa non vedere il meccanismo omissivo, segregativo, cancellatorio, invisibilizzante delle madri.

Il problema è che cavarsela con una alzata di spalle perché in fondo questo insistere da decenni sulla questione è una sciocchezza, è irrilevante, è rivendicativo, è un segno di ostilità verso gli uomini, c’è ben altro da fare per le donne: il problema è che questo pensiero non è solo una prerogativa maschile.

Da oltre trent’anni, nella formazione, nei dibattiti pubblici così come nelle conversazioni private ho discusso con uomini, certo, ma anche e soprattutto con moltissime donne convinte che quella per la cancellazione dell’obbligo del cognome paterno fosse una lotta di poco conto, e non parlo di donne e uomini lontani dalla politica ‘a sinistra’: conosco pochissime famiglie di giovani attivisti e attiviste che hanno deciso di ingaggiare il braccio di ferro (che conosco bene, per averlo sperimentato per ben due volte) per dare anche il cognome della madre ai figli e alle figlie, dimostrazione plastica del potere patriarcale che ancora pervade la concezione della famiglia, nonostante le leggi degli anni ’70 e nonostante il femminismo.

Di fondo, come sosteneva Lidia Menapace, siamo all’evidenza che il maschile è ancora il sesso più degno e nobile (come fino agli anni ’60 era scritto nei libri scolastici italiani, a sostegno del neutro grammaticale), suggello simbolico della trasmissione dell’eredità che, con il solo cognome paterno, esclude la madre nella sfera simbolica così come in quella economica, politica, sociale.

Una verità scomoda è che non molte femministe hanno affrontato il difficile iter per dare anche il loro cognome: si tratta di una scelta, di un percorso verso il quale si fatica a trovare solidarietà e consenso. Il patriarcato non sta solo fuori di noi, quello più duro da affrontare è dentro di noi. Perché darsi valore nelle relazioni, specialmente quelle famigliari, se significa aprire conflitti crea dolore, e spesso vuol dire, per le donne, spezzare quel ‘sogno d’amore’ al quale ancora, tanto, occorre pensare.

 

 

 

 

 



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