Resistenza e terrore: come definire Hamas

Hamas deve essere definito come un movimento di resistenza o come un’organizzazione terroristica? La risposta decide dell’atteggiamento che si deve adottare, dopo il pogrom del 7 ottobre, verso coloro che ne sono i responsabili.

Jacob Rogozinski

“Dare il nome sbagliato a un oggetto vuol dire accrescere l’infelicità di questo mondo”. Questa ammirevole formula di Camus mantiene tutta la sua forza.
Hamas deve essere definito come un movimento di resistenza o come un’organizzazione terroristica? La risposta decide dell’atteggiamento che si deve adottare, dopo il pogrom del 7 ottobre, verso coloro che ne sono i responsabili. Una parlamentare di “La France Insoumise” ha dichiarato che “Hamas è un movimento di resistenza” perché “resiste a una occupazione”. La nobiltà della causa permetterebbe di giustificare l’atrocità dei loro crimini; o almeno di condannarli con moderazione, come atti da stigmatizzare, ma allo stesso titolo di quelli imputati all’esercito israeliano. Che ne è, allora, di questo termine “resistenza” che avrebbe il potere di assolvere i crimini che si commettono in suo nome? La nozione resta equivoca, fino a che non si individua chi resiste, come, in quale prospettiva. Dopo il 1918, quando l’esercito francese occupava la Renania, dei nazionalisti tedeschi compiono dei sabotaggi. Uno dei loro capi, Schlagater, è fucilato dai francesi. Sarà celebrato come un eroe dai nazisti. Anche le cause più abiette possono esibire i loro resistenti e i loro martiri.

Come ogni occupazione militare, quella della Cisgiordania da parte di Israele è causa di umiliazioni, di violenze, di uccisioni. E tuttavia si sbaglia se si giudica che le azioni di quanti la combattono sarebbero sempre legittime perché si oppongono a un’ingiustizia. Tutti i terroristi si giustificano sostenendo che vogliono riparare un torto. Decisivo però non è il torto in questione, ma il carattere del dispositivo che si invoca: si tratta di un dispositivo di emancipazione o di un dispositivo di terrore? Per saperlo bisogna prendere in conto gli obiettivi e gli argomenti che permettono di legittimarlo.
Il progetto di Hamas è esposto nella Carta del 1988, secondo la quale gli israeliani devono essere combattuti in modo implacabile non solo perché occupano la Palestina, ma perché sono ebrei. Hamas si definisce un movimento islamico impegnato in una jihad che deve essere condotta fino all’annientamento dello Stato d’Israele. Quanto alla sorte riservata agli ebrei, la Carta invoca una dichiarazione attribuita a Maometto che annuncia come “il giorno del Giudizio finale non arriverà” prima che i musulmani non abbiano intrapreso la guerra totale per farla finita con gli ebrei (art. 7). La Carta prosegue denunciando la cospirazione ordina dagli ebrei, che “con il loro denaro” hanno provocato la Rivoluzione francese, le rivoluzioni comuniste e le due guerre mondiali (art. 22). Il “piano sionista” sarebbe contenuto nei “Protocolli dei saggi di Sion” (art. 32). La strategia di Hamas poggia, dunque, su una fake antisemita fabbricata verso il 1900 dalla polizia secreta zarista per accreditare il mito della Cospirazione ebraica mondiale. Hitler, che aveva imparato a memoria i Protocolli, ne aveva tratto le doverose conseguenze. Se è vero che un complotto malefico sta conducendo il mondo alla rovina, è opportuno annientare tutti i membri del complotto fino all’ultimo.

Detto ciò, se si vuole caratterizzare un movimento che si proclama di “resistenza” non basta fare riferimento ai suoi principi fondatori. Bisogna anche domandarsi se il suo modo d’agire corrisponde all’orientamento che quei principi definiscono. I movimenti di liberazione nazionale concentrano i loro attacchi su bersagli militari. Considerano gli occupanti come nemici provvisori con cui potrebbero un giorno fare la pace. I dispositivi di terrore colpiscono innanzitutto i civili e considerano il bersaglio come un nemico assoluto, un “mostro” indegno di vivere, col quale nessuna pace è possibile e che deve essere annientato. L’emozione che li anima è l’odio. Confonderlo con la collera è un errore, la collera trae origine dal sentimento di un’ingiustizia, mentre l’odio desidera solo distruggere i suoi oggetti anche se non hanno commesso alcun torto. La strategia dei dispositivi di terrore consiste nel far propria una giusta collera, una rivolta legittima contro l’oppressione, per trasformarle in odio. Quando ciò uscita a sua volta l’odio di coloro che erano stati presi per bersaglio, il loro scopo è raggiunto, perché di odio si nutrono e cercano di accrescerlo indefinitamente.

Hamas è un movimento terrorista perché attacca civili disarmati. Ma non fa la stessa cosa l’esercito israeliano quando bombarda Gaza? Judith Butler ci ricorda che nessuna vita “è più degna di essere pianta di un’altra”, che la vita delle vittime palestinesi vale quanto quella delle vittime israeliane. Ha ragione. Ma questo ci permette di capire qual è la posta in gioco? Hamas ha come tattica di fondersi nella popolazione trasformando gli abitanti di Gaza in scudi umani. Ha compiuto massacri in Israele allo scopo deliberato di provocare una risposta devastante, mostrando così di non dare nessun valore alla vita dei palestinesi.  Dobbiamo fare la differenza tra una strategia militare che comporta come conseguenza indiretta la morte dei civili e una strategia genocida per la quale l’assassinio in massa di civili è uno scopo in sé. Il bombardamento di città tedesche da parte dell’aviazione alleata ha causato molti morti, ma resta cosa radicalmente diversa dalla caccia a zingari ed ebrei per mandarli nelle camere a gas. Quanti misconoscono tale differenza e si accontentano di condannare indifferentemente tutte le violenze non comprendono nulla di quanto accade oggi.

Quando Israele risponderà si deve sperare che non commetta gli stessi errori degli Stati Uniti dopo l’11 settembre: che non ceda al desiderio di vendetta lanciandosi in una offensiva sanguinosa senza darsi obiettivi politici che consentano un giorno di arrivare alla pace. Che non risponda all’odio con un odio cieco, proprio quanto si attende il dispositivo del terrore. Si può temere che il governo attuale di Israele non precipiti il paese in questa trappola. Da anni la destra israeliana si sforza, come Hamas, di eliminare ogni prospettiva di pace. Speriamo che il popolo di Israele caccerà dal potere il politico cinico e i suoi alleati fanatici che trascinano il paese verso il peggio. Quanto alle organizzazioni terroriste che prendono in ostaggio gli abitanti di Gaza esponendoli all’angoscia e alla morte, potranno essere spezzate solo dalla forza delle armi. Hamas e la Jihad islamica sono i principali ostacoli a una pace giusta e durevole, una pace che implica – per quanto utopistico ciò possa sembrare oggi – la creazione di uno Stato palestinese capace di coesistere con Israele. L’avvenire ci dirà se è possibile o se l’ultima parola sarà all’odio.

di Jacob Rogozinski, filosofo, studioso di Derrida e Nancy, sul tema di questo articolo ha pubblicato Ils m’ont haï sans raison (Cerf, 2015) et de Djihadisme: le retour du sacrifice (Desclée de Brouwer, 2017). Il testo, in una versione leggermente diversa, è stato pubblicato sul quotidiano Le Monde, la traduzione dal francese è a cura della redazione.

CREDITI FOTO:  Masked militants of Islamic Hamas movement march next a Nave Dekalim settlement in the refugee camp of Khan Younis, southern Gaza Strip, Tuesday 16 August 2005.  MOHAMMED SABER ANSA-CD



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