Come la destra illiberale si è impossessata della democrazia

Il liberalismo finanziario ha fagocitato i valori di democrazia e solidarietà. Oggi vediamo i risultati di politiche decennali consacrate all'interesse economico capitalistico: un mondo di nuovo preda di fascismi.

Pierfranco Pellizzetti

Il malefizio sotto forma di incantesimo si manifestò tra il 4 maggio 1979, nomina di Margaret Thatcher a Primo Ministro del Regno Unito, e il 20 gennaio 1981, elezione di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti. Prendeva così avvio l’incantamento malefico, che si sarebbe impossessato della democrazia occidentale: dopo decenni di vane ricerche, i negromanti della Destra avevano trovato le ricette magiche con cui annichilire e mettere fuori uso un assetto ispirato ai principi di socialità e inclusione; la certezza che giustizia e libertà fossero destinare a trionfare grazie a storici automatismi. E che convenisse schierarsi da quella parte.

Fu allora che un intero mondo iniziò a dissolversi, lasciando nello sconforto quanti vi avevano trovato la propria ragione identitaria: nomenklature, militanti o semplici credenti. Al tempo stesso emergeva la necessità per quelle moltitudini in smarrimento di recuperare identità sostitutive. Per il ceto politico, cercando di recepire la nuova lezione di successo proveniente dal campo avverso. Quel mix di cinismo e semplificazione che rendeva irresistibile la nuova ricetta della restaurazione. Avvalorata dall’ascesa della finanza e dalla globalizzazione come ideologia portante del nuovo ordine in presunta gestazione. Appunto, fenomeni “presunti”, come ogni profezia che si auto-avvera solo per l’essere stata enunciata. E fu la stagione dei “piacioni” di sinistra, dei Tony Blair e dei Bill Clinton. Anche perché l’epicentro della trasformazione coincideva con il punto da cui partiva la restaurazione capitalistica: l’area anglosassone. E a Londra la nuova “scuola di Atene” teorizzava l’avvento di una mentalità sedicente aggiornata: la London School of Economics presieduta dal sociologo Anthony Giddens, autore dei due pamphlet che diventarono il breviario dei conversi a sinistra (“Oltre la destra e la sinistra” del 1994, “La Terza Via” quattro anni dopo). Romano Prodi, prefacendo la seconda di queste operine, scrisse che “la terza via assume il significato dell’impegno, che oggi è solo all’inizio, di dare un’anima alla società europea che stiamo costruendo”. Difatti tale anima si rivelò ben presto nerissima, soprattutto in quelle istituzioni europee che – spiega Lucio Caracciolo – “tendono a negare il principio della sovranità popolare e poggiano su uno strutturale deficit democratico”. Il tutto occultato grazie alle “fate morgane” e ai veri e propri imbrogli concettuali, giustificativi della trasmigrazione del personale di sinistra nel campo dei vincenti (l’idea suicida di blandire l’elettorato di destra dando per scontato il voto di quello storico di sinistra): la modernità come assiomatica dell’interesse avido, la barzelletta settecentesca della Mano Invisibile al posto del governo dell’economia, il welfare sostituito dal workfare (il mito della formazione garanzia di occupabilità in età postindustriale, dove la priorità d’impresa è l’espulsione del lavoro), lo svilimento del pubblico a favore della presunta maggiore efficienza del profitto privato, quando le grandi innovazioni di fine Novecento sono statali o interstatali: da Internet alle architetture del Web (agenzia Arpa e Cern di Ginevra), dal touch-screen (Università del Delaware) al Gps (Dipartimento Difesa degli Stati Uniti). Il tutto guidato dal retro-pensiero inconfessabile della superiorità non solo estetica ma anche morale dei ricchi.

Questa collezione di corbellerie propalate dalle grancasse mediatiche hanno diffuso una mentalità, per cui è liberale non la critica dei rapporti di dominio bensì il possesso, liberista non è il critico del protezionismo (da Luigi Einaudi a Ernesto Rossi) ma l’apologeta del principio oggi caro pure alla Meloni del non disturbare il potente.

Ormai i danni prodotti dall’irresponsabilità al potere cominciano a essere sotto gli occhi di tutti. Ma non sotto quelli del Partito Democratico, che ha introiettato l’overdose di luoghi comuni già con Massimo D’Alema e poi con Matteo Renzi, nel passaggio dall’ostentazione dello status di yachtman al libro paga in Arabia Saudita. Se questo personale politico avesse un retroterra culturale si potrebbe ipotizzare che fraintese la celebre conferenza “La politica come professione” di Max Weber 1919, in cui il beruf non significherebbe impegno e valori ma carrierismo. Per cui pare che la base PD stia scegliendo Stefano Bonaccini dichiarandosi convinta della sua candidatura alla segreteria in quanto “più adatto a tenere insieme tutte le sensibilità del partito e portatore di un progetto qualificante con un’identità forte”. Endorsement stupefacente in quanto riferito a un epigono NeoLib, come il presidente di Emilia Romagna, che si esprime solo in politichese stretto, risultando assolutamente incomprensibile. Se non per quelli che già la pensano come lui e si identificano nei segnali in codice rivolti alla corporazione politicante. Compresi Burlando e la Pinotti accorsi al suo richiamo.



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