Come la tratta degli schiavi ha costruito l’economia moderna

Nella giornata in memoria della tratta transatlantica verso le Americhe parliamo del ruolo che la schiavitù ha giocato nel costruire il mondo che oggi abitiamo.

Michela Fantozzi

“Senza la schiavitù non ci sarebbe stato il cotone,
senza il cotone non esisterebbe l’industria moderna”
Karl Marx The Poverty of Philosophy, 1846

Il Regno Ndongo si affacciava sulle sponde occidentali del continente africano. Il popolo che là viveva, i Mbundu, era solito riconoscere ai propri re il titolo di Ngola. È proprio da quell’onorificenza che prende il nome l’odierno stato dell’Angola, sulle cui spiagge ha avuto inizio la tratta degli schiavi africani nel continente americano.
Il 25 marzo è la data che l’ONU ha scelto per commemorare le vittime delle schiavitù e della tratta transatlantica verso le Americhe. Tra il 1525 e il 1866, date di inizio e di fine della tratta, si stima che siano state 12 milioni e mezzo le persone deportate nel Nuovo Mondo.
Molti potrebbero chiedersi perché un fenomeno terminato un secolo e mezzo fa debba interessarci.
Eppure, quel preciso fatto storico, oggi riconosciuto come crimine contro l’umanità, ci parla ancora molto di noi e di chi siamo.

Ad inaugurare il commercio degli schiavi fu il Portogallo, in principio tramite accordi commerciali con il reame di Ndongo proprio all’inizio del XVI secolo.
La tratta nelle regioni nordamericane avvenne più tardi e viene fatta risalire a una vicenda storica precisa. Nel 1619 la nave negriera portoghese São João Bautista fu sequestrata da due navi pirata inglesi. L’imbarcazione venne poi portata a Point Comfort, un porto vicino a Jamestown, la capitale della colonia inglese della Virginia. Qui per la prima volta un carico di schiavi africani fece la sua comparsa nei territori che più tardi sarebbero diventati gli Stati Uniti.

La schiavitù esisteva in Africa e in Europa ancora prima della tratta in America. Ma, per dirla come Karl Marx, quello che divenne il commercio degli schiavi verso l’America non ha eguali nella storia.
Prima dell’espansione verso il Nuovo Mondo, la riduzione in schiavitù di una persona non seguiva regole collegate al concetto di razza. In particolare, in Europa poteva essere ridotto in schiavitù chi non era cristiano.
All’inizio del 1500 non esisteva un grande commercio di schiavi come al tempo dell’Impero Romano, ma gli europei meridionali lungo la costa mediterranea erano soliti acquistare schiavi da varie parti dell’Europa orientale, dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa. La religione era la base discriminante tra chi poteva essere reso schiavo e chi no.

Quando i Portoghesi cominciarono a commerciare esseri umani dall’Africa all’America, ricorrevano alla scusa religiosa per giustificare le loro azioni. Ma quando gli schiavi cominciarono a convertirsi al cristianesimo, i proprietari terrieri portoghesi si trovarono di fronte a un dilemma. Cosa poteva permettere a un conquistatore portoghese di abusare sempre dello schiavo africano e non rischiare mai in prima persona la schiavitù? Il colore della pelle.
“I concetti europei di conquista combinavano pregiudizi religiosi e stereotipi di inferiorità fisica e mentale per giustificare la sottomissione come forza civilizzatrice. […] Con l’aumento degli incentivi economici alla sottomissione, gli stereotipi razziali europei sugli africani divennero sempre più sprezzanti. Come nota la storica Ira Berlin, durante l’espansione del Nuovo Mondo, gli europei inizialmente caratterizzavano gli africani occidentali e centrali come ‘furbi, astuti, ingannevoli… forse troppo intelligenti’. Questi stereotipi non erano diversi da quelli che gli europei si facevano l’un l’altro e rivelano un senso di competizione paritaria piuttosto che di superiorità bianca. Con l’avvento della schiavitù africana nel Nuovo Mondo, gli europei cambiarono questi stereotipi per sostenere una gerarchia razziale in cui gli africani e gli afroamericani erano rappresentati come animali, servili, poco intelligenti e sessualmente promiscui. […] Il razzismo del Nuovo Mondo si sviluppò per giustificare la schiavitù”.

Se intendiamo il razzismo come la paura del diverso, allora è un sentimento sempre esistito nell’umanità. Il disprezzo verso alcune culture, come quella ebraica, è antichissimo.
Ma se ricerchiamo l’origine del mero termine, troviamo le sue radici nella tratta degli schiavi in America. È qui che l’idea della razza viene presa e inserita stabilmente all’interno di una gerarchia sociale per giustificare lo sfruttamento lavorativo di alcuni a vantaggio economico di altri.
Il concetto di razza ha pesantemente influenzato la cultura dell’Europa occidentale. La tratta degli schiavi in America è stato il primo crimine compiuto in suo nome, ma non l’ultimo, come ben sappiamo.
E ancora oggi la linea del colore della pelle traccia confini tra chi produce e chi consuma e tra chi viene sfruttato e tra chi sfrutta.

Infatti, un’altra delle ragioni per cui vale la pena dedicare una giornata alla memoria delle vittime della tratta è la creazione, grazie al lavoro degli schiavi, dell’economia di mercato moderna. La fortuna di tale sistema economico lo si deve soprattutto all’agricoltura di piantagione su larga scala dei vasti territori delle Americhe.
“Il lavoro degli africani schiavizzati era fondamentale per due ragioni principali. In primo luogo, per le Americhe i mercati disponibili per le merci da esportazione ingombranti erano inizialmente in Europa. Dato l’elevato costo del trasporto transatlantico […], i costi di produzione di questi beni dovevano essere molto bassi per avere mercati sufficientemente ampi all’estero […]. In secondo luogo, con una disponibilità illimitata di terreni agricoli nelle Americhe, la produzione su larga scala, che avrebbe richiesto il coinvolgimento di lavoratori salariati liberi, era praticamente impossibile. Alla fine, la soluzione a lungo termine del difficile problema è stata trovata nell’importazione di prigionieri dall’Africa per la schiavitù in America, Brasile, Caraibi e Stati Uniti. Il successo di questo esperimento è stato tale che i costi di produzione dello zucchero, del tabacco, del cotone, del caffè e di molti altri prodotti di base furono drasticamente ridotti, portando i loro prezzi in Europa alla portata anche della gente comune[1]“.

Il prodotto più importante dell’agricoltura commerciale americana, in particolare dell’America del Nord, fu il cotone. Dalla schiavitù e dal cotone possono essere ricondotti tre elementi fondamentali della storia del sistema economico odierno: la creazione del mercato dei mutui americano, la creazione di Wall Street e la rivoluzione industriale inglese (e poi europea).
Facendo riferimento a un dettagliato articolo del New York Times, la proprietà umana negli Stati Uniti ha contribuito in modo preponderante alla creazione del mercato dei mutui, poiché gli schiavi venivano utilizzati come ipoteca dai padroni bianchi. Con le parole dello storico americano Joshua Rothman: “L’estensione delle ipoteche alle proprietà degli schiavi ha contribuito ad alimentare lo sviluppo del capitalismo americano e globale”.

Il mercato dei mutui sugli schiavi ha anche attirato la speculazione finanziaria. Le speculazioni portarono allo scambio di obbligazioni che permettevano ai finanzieri europei di arricchirsi senza essere direttamente coinvolti nel commercio umano della schiavitù. La creazione della ricchezza di Wall Street è diretta conseguenza di questi scambi, che deve tutto al lavoro schiavistico.
“Le fabbriche di New York producevano gli attrezzi agricoli che gli schiavi del Sud erano costretti a tenere in mano e il tessuto ruvido chiamato negro cloth indossato sulle loro spalle. Le navi provenienti da New York attraccavano nel porto di New Orleans per servire il commercio di schiavi nazionali e internazionali (allora illegali). Come ha dimostrato lo storico David Quigley, il fenomenale consolidamento economico di New York City fu il risultato del suo dominio nel commercio del cotone del Sud, facilitato dalla costruzione del Canale Erie. È in questo momento – i primi decenni dell’Ottocento – che New York si è guadagnata lo status di colosso finanziario grazie alla spedizione del cotone grezzo in Europa e al finanziamento dell’industria del boom che la schiavitù ha prodotto”.

Ma il cotone ha avuto un ruolo fondamentale anche nel più importante volano del progresso tecnologico europeo: la rivoluzione industriale (3).
I porti europei che scambiavano le merci dall’America erano diventati luoghi di ricchezza, e questo è particolarmente vero per l’Inghilterra. Le contee di Lancashire e West Riding of Yorkshire erano tra le più povere, ma quando i vicini porti limitrofi diventarono punti nevralgici dello scambio atlantico, le due contee si arricchirono a tal punto che il commercio del cotone le rese protagoniste della rivoluzione industriale. Rivoluzione che ha interessato come primo settore quello tessile.

La schiavitù è alla base del capitalismo americano e della cultura spregiudicata su cui si sorregge. Il commercio atlantico costituisce le fondamenta su cui liberali come Adam Smith hanno sostenuto che il “progresso” poteva essere perseguito con un’espansione dell’economia di mercato ad altre di sussistenza, idea che l’Inghilterra inseguì nella conquista dell’India (3). La razza giustificò la colonizzazione del continente africano, la sua depredazione, la distruzione dei suoi popoli, regni e storie. Continente che ancora oggi è incastrato tra un debito che non gli permette di crescere e prestiti che non fanno che indebitarlo, saccheggiato delle sue risorse minerali per sostenere l’industria tecnologica e il benessere occidentale (e ormai anche quello cinese e russo). Aggiungiamoci pure che le storture di questo mercato portano la ricchezza globale a una concentrazione sempre maggiore, tutta nelle mani di pochi padroni che non si accontentano più solo delle vite degli sfruttati del cosiddetto “terzo mondo”, ma cercano di saziare la loro ingordigia anche con i diritti dei lavoratori loro connazionali.
Servono altre ragioni per commemorare la tratta atlantica?

[1] , 2, 3 The Atlantic Slave Trade: Effects on Economies, Societies and Peoples in Africa, the Americas, and Europe, di Joseph E. Inikori Stanley L. Engerman, pubblicato dalla Duke University Press (2020)

 

Foto di Di Mathew B. Brady

 



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