Come le persone anziane sono state buttate fuori dal Servizio Sanitario nazionale

La legge delega 33 del 2023, approvata in fretta e furia e senza che nessuno sollevasse obiezioni neanche fra i banchi dell’opposizione, stabilisce la nascita di un “Sistema” staccato dal Servizio sanitario nazionale per le persone anziane non autosufficienti. Un attacco all’universalità del diritto alla salute, coerente con i progetti di smantellamento dell’unità della Repubblica italiana, sostengono associazioni come CDSA (Comitato per il diritto alla salute delle persone anziane non autosufficienti) e Medicina Democratica, che hanno presentato preoccupazioni e proposte in un Convegno.

Federica D'Alessio

Le persone anziane non autosufficienti afferiranno presto a un sistema specifico differente dal Servizio sanitario nazionale, denominato Sistema nazionale anziani non autosufficienti (Snaa) che, istituito sulla base del PNRR, passerà a trattare le malattie croniche non più come un problema sanitario ma come un problema di assistenza sociale – dunque demandando alle risorse e alle politiche regionali –  negando in questo modo il diritto alla salute come diritto fondamentale e costituzionalmente protetto. Questa è la denuncia, forte e dettagliata, che alcune associazioni come il Coordinamento nazionale per il diritto alla sanità per le persone anziane malate e non autosufficienti (CDSA), la Fondazione promozione sociale di Torino e Medicina Democratica hanno portato a Convegno, mercoledì 17 maggio, nella Biblioteca della Camera dei Deputati alla presenza di numerosi partecipanti. Un allarme poco ascoltato nel momento in cui la legge delega 33/2023, che istituisce questi cambiamenti è stata approvata, a marzo scorso. Ora la partita, come specificato dagli organizzatori del Convegno, è quella di correggere le possibili storture del servizio nei decreti attuativi, che daranno forma concreta alla legge, e dovranno essere approvati entro gennaio 2024. Obiettivo fondamentale: riconoscere la competenza sanitaria sui malati non autosufficienti per tutte le esigenze di tutela della loro salute. Detto ancora più in sintesi: non discriminarli rispetto a tutti gli altri malati.

Che cosa cambia, in sostanza, con la norma approvata? La legge, portata avanti dal governo Draghi e poi approvata durante il governo Meloni – ma figlia di un tentativo pluridecennale di scorporare fra loro cure sanitarie e servizio sociale –  rappresenta, secondo le associazioni e come ha sostenuto anche il giurista Giovanni Maria Flick nel corso del Convegno del 17 maggio, un tassello ulteriore dello smantellamento dell’universalità del servizio sanitario. Un’operazione che ha inquietanti parallelismi, secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale, con quella proposta di autonomia differenziata così cara al ministro Roberto Calderoli, alla Lega e anche ad alcuni settori del centro-sinistra, e così osteggiata da movimenti e comitati in lotta da tempo contro quello che è stato definito un “disegno eversivo”. La legge 33 considera le persone anziane non autosufficienti come soggetti di competenza di un Sistema nazionale – scompare la dicitura “sanitario” non a caso – che fa capo all’assistenza sociale e ai servizi di sostegno sociale: significa che le malattie croniche di cui le persone anziane non autosufficienti sono portatrici sono viste come una condizione sociale, che richiede assistenza, e non più come una condizione di grave compromissione della salute e dell’autonomia, che richiedono cura in tutte le fasi della patologia, quelle acute e quelle di lungo corso. In poche parole: meno trattamento sanitario (medico, infermieristico, ma anche di interventi tutelari continuativi) e più trattamento di assistenza, ma solo se il soggetto e la sua famiglia rientrano nei criteri socio-economici previsti. Infatti, mentre il trattamento clinico, sulla base dei principi di universalità, globalità e uguaglianza del Servizio sanitario nazionale, stabiliti dalla sua legge istitutiva del 1978, è garantito a chiunque indipendentemente dall’età, dalle condizioni sociali, economiche e da altre condizioni personali, l’assistenza sociale no. Per stabilire chi ha diritto e chi no alle protezioni garantite dall’assistenza sociale (che nella maggior parte dei casi sono erogazioni economiche, o interventi con personale di bassa qualificazione) si fa riferimento all’ISEE, cioè alla situazione reddituale, che discrimina così fra persone bisognose di tutela sanitaria povere e persone bisognose di tutela sanitaria benestanti, garantendo un servizio di bassa qualità alle prime e spingendo violentemente nel sistema privato le seconde.

D’altronde, già oggi, l’applicazione distorta delle leggi a tutela dei malati non autosufficienti, produce effetti che secondo le organizzazioni del CDSA sarebbero esattamente quelli della nuova legge, se non venisse in qualche modo corretta dai decreti di attuazione. Le Residenze sanitarie assistenziali (RSA), strutture di ricovero per malati non autosufficienti ne sono già oggi l’esempio, a causa di delibere regionali in contrasto con le norme nazionali, di un servizio molto diversificato fra una realtà territoriale e l’altra, che spesso è attore protagonista nel negare le prestazioni di cura a persone che ne hanno bisogno, come in alcuni casi illustrati durante il convegno dal costituzionalista Francesco Pallante: se per esempio una norma regionale stabilisce che il tetto massimo di giorni di ricovero previsti in una degenza riabilitativa  è 90, può capitare di sentirsi sbattere fuori al novantunesimo giorno anche in condizioni di salute che non consentono alcuna autonomia agli assistiti. Tuttavia, come è stato spiegato in modo ampio da Flick, “finora l’articolo 32 della Costituzione combinato con la legge di istituzione del SSN garantivano – in casi simili – l’esigibilità delle cure per le persone malate”, il che significa  che con una semplice istanza scritta al Direttore dell’Azienda sanitaria competente contro le decisioni prese dalla RSA e resistendo al sopruso della dimissione, è relativamente semplice far valere i propri diritti di persona malata. “Con la legge delega 33/2023 potrebbe non essere più così”, giacché all’obbligo di rispetto dei cosiddetti Lea – Livelli essenziali di assistenza, stabiliti da una serie di leggi nel corso del tempo – garantiti dalla Repubblica in tema di salute, si affiancherebbero e in qualche misura contrapporrebbero i cosiddetti Lep – Livelli essenziali di prestazioni – che non hanno carattere universale bensì condizionato “alle risorse disponibili e alla valutazione socio-economica personale e familiare”. Sarà compito dei decreti attuativi, ribadiscono le associazioni, far sì che questi due ambiti di competenza dei servizi da garantire non entrino in competizione fra loro, o meglio, che il meno tutelante non sostituisca quello dei Lea sanitari e socio-sanitarie, che garantisce più prestazioni effettive.

Questa competizione fra livelli e livelli rappresenta d’altro canto uno dei punti cardine dell’intero progetto di autonomia differenziata. Dietro i tecnicismi burocratici incarnati dagli acronimi c’è una filosofia divergente su quali siano i diritti umani fondamentali dei cittadini e chi sia tenuto a garantirli: se la Repubblica italiana sulla base di una concezione fondamentale di rispetto della persona e della sua dignità, o piuttosto le regioni sulla base di una concezione che trasforma il cittadino in utente, e che considera l’utente innanzitutto in base alla sua situazione socioeconomica.

Un momento del Convegno del 17 maggio alla Biblioteca della Camera dei Deputati

“Purtroppo c’è una parte del nostro panorama politico che fin dalla nascita stessa del Servizio sanitario nazionale in qualche modo ne ha contestato il carattere universalistico ritenendo che fosse necessario anteporre il principio di equità a quello di universalità e dunque garantire cure gratuite e incondizionate solo a chi è più povero”, dichiara a MicroMega Andrea Ciattaglia della Fondazione Promozione Sociale di Torino, in prima fila nell’iniziativa per arginare gli effetti della legge-delega. “Si tratta di una scuola di pensiero più che legittima, tuttavia il pensiero si condensa poi in azioni molto concrete, quali per esempio l’intervento a pioggia del Terzo settore – il cosiddetto privato sociale – nel mondo dell’assistenza che inevitabilmente diventano anche questioni di business, perché cooperative, associazioni del mondo cattolico e sindacati gestiscono fondi messi a disposizione dallo Stato, accaparrandosi una parte della ricchezza pubblica che fa capo alle politiche sociali e potrebbe essere invece utilizzata per le cure sanitarie a carattere universale. Non a caso la legge di cui parliamo, la 33/2023, è una legge presentata dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. La forza del nostro Servizio sanitario nazionale era che si basava su un sistema di equità in entrata: il fisco, al quale si contribuisce in misura diversa in base alla propria ricchezza. Ma garantiva universalità in uscita”. Cosa fondamentale quando si parla di dignità del malato perché le corsie assistenzialistiche rischiano di diventare, specialmente in un sistema che va verso la privatocrazia (di cui è pienamente parte il privato sociale), il privato dei poveri, ben distinto e ben distante da quello dei ricchi. “Molte leghe sindacali territoriali che come noi lavorano con le persone e gestiscono la situazione dei loro iscritti nella vita reale sono rimaste spiazzate dal fatto che il sindacato stesso abbia sostenuto questa legge; ma durante l’ultimo Congresso della CGIL, le mozioni per discutere la legge mettendo in discussione l’appoggio non sono state neanche ammesse al dibattito”, spiega Ciattaglia.

“Il grave rischio che corriamo buttando fuori i ceti abbienti dal Servizio sanitario nazionale come di fatto sta già avvenendo da tempo con la privatizzazione selvaggia”, ha commentato Edoardo Turi di Medicina Democratica nel corso del Convegno, è quello di creare un doppio binario che di fatto “fa implodere il Servizio sanitario nazionale, che non a caso in una regione come il Lazio funziona ormai soltanto a suon di strutture convenzionate”. E questo vuol dire “comprimere la dignità del malato in quanto malato e attribuire alle persone malate – e alle persone in generale – il solo valore derivante dalle valutazioni sociali e socioeconomiche”, ha sottolineato il geriatra Piero Secreto, con conseguenze a cascata nella vita di tutti perché tutti possiamo ammalarci e la tendenza, per Secreto, “è quella ad andare sempre meno verso le malattie acute, sempre di più verso le malattie croniche; noi viviamo in un mondo di malati cronici, senza che questo abbia spinto a cambiare modelli sanitari per le cure e l’idea stessa di salute”, che non è soltanto assenza di malattia, ma benessere complessivo, possibile anche in casi di malattie “non guaribili ma curabili”. “Basti pensare alla demenza, una delle malattie croniche più diffuse: interessa 1,1 milioni di malati, ma  cambia la vita a non meno di 4 milioni di persone se consideriamo i familiari, cioè le persone che si fanno carico della vita di questi malati”, e che sono nel 71% dei casi donne, la cui libertà e qualità di vita peggiorerà ancora di più nel momento in cui dovessero passare leggi che, come questa, scaricando sul “sistema delle prestazioni” sottomesso alle esigenze del budget ogni forma di assistenza, di fatto fanno ancora una volta riferimento sul lavoro di cura non retribuito tipicamente familiare, ovvero tipicamente femminile.

Le proposte dei comitati come CDSA per neutralizzare i pericoli della legge in termini di smantellamento dei diritti fondamentali e dell’unità della cittadinanza della Repubblica sono numerose e molto articolate, vanno nel senso di garantire l’esigibilità delle cure in base ai principi della tutela della salute di natura costituzionale; del mantenimento dell’indennità di accompagnamento per gli anziani non autosufficienti come diritto esigibile previdenziale e non come un elemento compreso nel budget di cura, prevedibilmente gestito da prestatori d’opera privati accreditati e non più direttamente dalle famiglie; della cancellazione di tutti i limiti alle cure condizionati dalla “programmazione socio-assistenziale”, vale a dire: nessuna discriminazione fra paziente e paziente sulla base del reddito. La presentazione avvenuta al Convegno, che ha ricevuto il saluto anche del Presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana il quale ha ribadito la necessità della “piena ed effettiva tutela del diritto alla salute delle persone anziane non autosufficienti”, e del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha ribadito il dovere del suo dicastero di “garantire all’anziano malato cronico il diritto alle cure sanitarie e sociosanitarie necessarie per il suo benessere e la sua salute, in perfetta coerenza con la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale e con i Livelli essenziali di assistenza”, pone le basi per una correzione importante del tiro, sebbene questa vicenda come tante altre del presente vadano connesse alla battaglia capitale contro l’introduzione dell’autonomia differenziata, che spezzerebbe l’unità della Repubblica non soltanto in termini di divisioni fra regioni d’Italia, ma in termini di profonde divisioni nella qualità della vita fra cittadini più o meno abbienti all’interno della stessa regione. Ecco perché “secessione dei ricchi”.

CREDITI FOTO: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO



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