Come le rocce di Marte potrebbero ferirci nel profondo

Una nuova ferita dell’ego rischia di minacciare l’integrità psicologica della specie umana dopo gli ultimi risvolti dell’esobiologia, adornando di altre sfumature di significato il concetto di vita.

Francisco Scalese

Se Enrico Fermi potesse assistere alla storia recente dell’esplorazione spaziale, mai come prima d’ora gli vedremmo il volto rigato da una moltitudine tale di gocce fredde di sudore. D’altronde ricordiamo tutti la celebre apostrofe sulla paradossale solitudine della specie umana nell’universo, pronunciata nelle mense di Los Alamos durante gli studi sulla bomba atomica, e buona parte dell’agenda scientifica delle maggiori agenzie spaziali odierne sembra sempre più orientata verso la ricerca di vita su altri pianeti. Anche se i successi conclamati sono ancora tutti da collezionare, a differenza dei recenti studi sui buchi neri, sulle particelle elementari o sulle onde gravitazionali, l’esobiologia è sicuramente la branca cosmologica che più ha fatto parlare di sé negli ultimi tempi e che più è riuscita ad attirare l’attenzione del pubblico non specializzato.

A quasi un anno di distanza dal touchdown di Perseverance sul suolo di Marte, gli strumenti di trivellazione installati sul rover hanno avuto modo di campionare diverse rocce di origine vulcanica e sedimentaria, in previsione della missione Mars Sample Return: un complesso sistema di recupero che prevederà la discesa di un lander dotato di razzi capaci di mandare in orbita marziana i campioni, per poi essere recuperati da un orbiter e spediti sulla Terra verso la fine del decennio. Nell’insieme dei siti eleggibili allo svolgimento delle operazioni la NASA ha rivolto la sua attenzione verso il cratere Jezero dal momento che rappresenta una delle conformazioni geologiche più interessanti ai fini biologici del progetto, presentando un ex bacino lacustre molto ampio e diversi canali di immissione che si concludono con estesi delta ricchi di minerali argillosi.
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