Come non funziona (più) l’Università italiana

Mauro Barberis

Nei giorni in cui si discute il Recovery Plan, e anche l’Università, come gli altri settori strategici della società italiana, cerca di sopravvivere in attesa dei fondi europei, ha fatto un certo scalpore un articolo di John Foot, docente di Storia moderna italiana presso l’University College di Londra. Pubblicato dalla prestigiosa London Review of Books con il titolo On the Barone (letteralmente, Sul barone, sottinteso universitario, dove l’uso dell’italiano finisce per presentare il barone universitario come una peculiarità italiana, tipo pizza e mandolino), poi tradotto in italiano dalla rivista Internazionale, l’articolo comincia a essere discusso anche in Italia per due ragioni principali.

Da un lato, corrisponde allo stereotipo dell’Università italiana che i più anziani, ma anche quanti l’hanno frequentata sommariamente in sedi poco qualificate, per non parlare di quanti credono di informarsi sui social, probabilmente condividono. D’altro lato, come raffigurazione dell’università italiana, ricalcata dalla riforma Gelmini su modelli stranieri già vecchi nei paesi d’origine, si rivela una canagliata, compiuta da un accademico inglese che vanta anche – oltre a un nonno barone autentico, nel senso nobiliare della parola, e parenti italiani – una ventennale permanenza nel nostro paese. Tutte circostanze che non permettono di liquidare l’articolo come la parodia del resoconto di un esploratore in visita a una tribù di selvaggi.

Ognuno potrà farsi un’opinione dell’articolo, e delle reazioni suscitate digitando nome dell’autore e titolo dell’articolo in internet. Ad esempio, nella rubrica della posta di Francesco Merlo su Repubblica si legge una risposta di una collega molto più giovane di me, Chiara Franzoni, economista al Politecnico di Milano che trasecola davanti ai luoghi comuni vagamente insultanti di cui è gremito l’articolo di Foot. Ma per dare un’idea del colpo basso sferrato alla nostra Università, basti dire che considera rappresentativo del costume accademico italiano il caso Suarez, il calciatore uruguayano sul cui tentativo di superare un esame d’italiano all’Università per stranieri di Perugia le indagini giudiziarie si sono chiuse qualche giorno fa.

Quanto al resto siamo alle solite: il corpo docente italiano viene presentato come una conventicola di privilegiati, senza aggiungere che guadagno da una metà a un terzo dei loro colleghi stranieri con pari funzioni, entrati in Università sotto la tutela di un “barone”, alla cui ombra hanno compiuto tutta la loro carriera. Particolarmente folcloristica la descrizione di riti come le sedute di laurea, celebrate da docenti in toga: quando il vero spettacolo, qui, è spesso costituito dal laureando, che i suoi familiari consideravano un ragazzino che si mette ancora le dita nel naso, mentre proprio il rito della tesi, con la preparazione spesso annuale che richiede, rivela invece un quasi-docente (questo significa “dottore”), capace di esprimersi su temi tecnici con competenza e proprietà di linguaggio.

Peggio ancora, insiste Foot – il cui articolo a questo punto si potrebbe dire scritto non con i piedi, ma con un piede solo: a Foot’s contribution – la gran parte dei docenti italiani non si sarebbe mai mosso dalla propria università. Che è vero, di nuovo, per docenti di due generazioni precedenti la mia e le successive, passate per Erasmus, dottorati e soggiorni di ricerca all’estero. Forse il mio caso non sarà rappresentativo, e comunque non vorrei mai che questa mia reazione suonasse come la difesa corporativa di una categoria che ho passato la vita a criticare, ma basterebbe la mia esperienza a contraddire la Foots’contribution: lungi dal non essermi mai mosso, non ho mai insegnato, se non per supplenza, nell’università in cui mi sono laureato, Genova, ma in Calabria, a Trieste, a Bologna e poi ancora a Trieste, a cinquecento chilometri da casa. Quanto ai miei allievi, l’ultimo ha dovuto vincere una borsa prestigiosa in Germania, per ottenere di vincere un posto, precario e sottopagato, in Italia.

Già questi esempi, e non quelli che fa Foot, mostrano quali siano le cose che non funzionano davvero nell’università italiana. L’adozione gelminiana di modelli stranieri, che a questo punto direi però di tenerci, piuttosto che esporci a riforme altrettanto devastanti prima dei vent’anni medi che ci mettono ad andare a regime. Il disinvestimento da parte dello Stato, analogo a quello in Sanità, che ci mette sempre agli ultimi posti in Europa per le spese relative alla ricerca. L’eccesso di burocrazia, per cui può capitare al sottoscritto di ricevere la richiesta di un nulla-osta per continuare a partecipare a un dottorato a Milano otto anni dopo l’approvazione del Decreto Legislativo in materia. La stessa diffidenza dell’amministrazione verso i docenti, per cui con i fondi vinti (stavo dicendo finti) con regolare concorso si possono comprare i tramezzini per gli invitati a un convegno (beninteso, pur di non partecipare all’abbuffata), ma non finanziare la pubblicazione di libri.

Che nonostante tutto questo, che noi docenti italiani siamo i primi a denunciare, l’università e più in generale l’istruzione italiana funzionino ancora, nonostante i tagli di fondi o, che è lo stesso, la minaccia della loro destinazione a sole università di eccellenza – una specie di Superlega universitaria – è dimostrato da un altro fenomeno, che Foot non menziona, ma che potrebbe apparire un’altra disfunzione del nostro sistema universitario. Parlo dei nostri “cervelli in fuga”, i tanti giovani studiosi che riescono a fare carriera accademica all’estero intanto perché sanno le lingue, mentre molti angloamericani leggono solo l’inglese e solo i propri colleghi di lingua madre, e poi perché i nostri laureati hanno una cultura di base che i loro coetanei stranieri neppure si sognano, mancando di licei anche solo paragonabili ai nostri.

Paradossalmente, Foot ha ragione solo su un punto, ma a doppio taglio. I concorsi, richiesti dal diritto italiano per essere assunti in qualsiasi ufficio pubblico, coprono spesso la vera modalità di selezione dei docenti: la cooptazione. Il “maestro” si sceglie i propri allievi e li “porta avanti”. Che è però esattamente quanto succede nel resto del mondo, con l’unica significativa differenza che altrove, in particolare nelle inaccessibili università angloamericane d’élite, spesso la cooptazione è francamente dichiarata, e non c’è neanche la condizione di dover superare un concorso.



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