Economisti tra orgoglio e pregiudizio

Molti adepti delle teorie oggi dominanti vantano l’oggettività e la scientificità della loro disciplina, ma una ricerca pubblicata dal Cambridge Journal of Economics mostra invece che le loro valutazioni sono spesso viziate da pregiudizi ideologici, con una serie di conseguenze negative sia teoriche che pratiche.

Carlo Clericetti

Come ragionano gli economisti? Valutano le idee in modo spassionato o si lasciano influenzare da quello che si chiama “spirito del tempo”, ossia le teorie dominanti in una data fase storica? E valutano con lo stesso metro idee espresse da colleghi di grande notorietà rispetto a quelle avanzate da altri meno noti o che vengono considerati “non allineati”? Spesso ci sono stati dibattiti sull’argomento, con accuse e contro-accuse di essere condizionati da una qualche visione politica o dall’appartenenza a una data “scuola”.
Il prestigioso Cambridge Journal of Economics ha appena pubblicato una ricerca empirica sull’argomento, a firma di Mohsen Javdani e Ha Jon Chang. La ricerca ha esaminato 2.425 economisti di 19 paesi. A costoro sono state sottoposte quindici dichiarazioni ed è stato chiesto loro di valutarle. Le dichiarazioni il più delle volte venivano attribuite a una fonte, ma per un certo numero la fonte non era invece indicata. Le fonti erano economisti mainstream (ossia esponenti delle teorie dominanti), alcuni molto noti e altri no, oppure economisti non-mainstream (anche in questo caso di diversa notorietà).
La chiave era nel fatto che le fonti (o la mancanza di fonte) erano state attribuite in modo casuale: “Sebbene tutti i partecipanti abbiano ricevuto affermazioni identiche, l’attribuzione della fonte per ciascuna affermazione è stata randomizzata all’insaputa dei partecipanti. Per ogni affermazione, i partecipanti hanno ricevuto in modo casuale una fonte mainstream (gruppo di controllo), una fonte relativamente minore/non mainstream (trattamento 1) o nessuna attribuzione della fonte (trattamento 2)”.

Lo scopo era di misurare se gli economisti fossero d’accordo o in disaccordo con affermazioni identiche in misura diversa quando le affermazioni erano attribuite ad autori notoriamente considerati aderenti a visioni e ideologie diverse o quando non venivano fornite attribuzioni di fonti. L’analisi dei due diversi trattamenti ha consentito di distinguere tra le influenze del “pregiudizio ideologico” e quelle del “pregiudizio di autorità” (cioè se si fosse più portati a dar ragione a economisti considerati autorevoli).

“Troviamo prove evidenti – affermano gli autori – del fatto che la modifica o la rimozione delle attribuzioni delle fonti influisce in modo significativo sul livello di accordo degli economisti con le affermazioni. Più specificamente, troviamo che il cambiamento delle attribuzioni delle fonti da mainstream a meno o non mainstream riduce in media il livello di accordo del 7,3% (o il 22% di una deviazione standard). Questi risultati valgono per 12 affermazioni su 15 valutate dai partecipanti, in un’ampia gamma di argomenti e distanze ideologiche tra le fonti (vere e false). Allo stesso modo, troviamo che la rimozione delle attribuzioni delle fonti tradizionali riduce in media il livello di accordo dell’11,3% (o il 35% di una deviazione standard). Questo risultato vale per tutte le 15 affermazioni valutate dai partecipanti”.

Dai dati emergono anche differenze rispetto ad una serie di fattori, come il paese di appartenenza, il settore disciplinare di cui ci si occupa (per esempio, i macroeconomisti si sono dimostrati i più inclini al pregiudizio) e anche il genere: “Scopriamo che il pregiudizio ideologico stimato tra le donne economiste è di circa il 40% inferiore rispetto alle loro controparti maschili”.
Gli economisti non sono affatto coscienti di quanto pesino i pregiudizi nelle loro valutazioni. “In un questionario di accompagnamento alla fine del sondaggio, la maggioranza dei partecipanti (82%) sostiene che un’affermazione dovrebbe essere valutata solo in base al suo contenuto, (…) in netto contrasto con il modo in cui valutano effettivamente le affermazioni”.
Il fatto è che, probabilmente, per molti di loro questo tipo di problemi è al di fuori dell’orizzonte. Osservano gli autori che la “visione dominante nell’economia tradizionale (neoclassica) enfatizza la visione positivista della scienza e caratterizza gli economisti come spassionati, obiettivi, imparziali e non ideologici. Milton Friedman descrive nel suo influente saggio del 1953 che ‘l’economia positiva è, o può essere, una scienza “oggettiva”, esattamente nello stesso senso di qualsiasi scienza fisica’. Allo stesso modo, Armen Alchian afferma che ‘abbiamo una scienza positiva, completamente priva di etica o proposizioni o implicazioni normative. È amorale e non etica, come la matematica, la chimica o la fisica’.” Ancora: “Edward Lazear, un eminente economista americano che è stato presidente del Council of Economic Advisors dal 2006 al 2009″, afferma che ‘l’economia non è solo una scienza sociale, è una scienza genuina. Come le scienze fisiche’.”

Questi autoproclamati “scienziati” mostrano di ignorare completamente il dibattito epistemologico che si è sviluppato almeno dai tempi di Max Weber. Ad Alchian, se non fosse scomparso un decennio or sono, si sarebbe potuta consigliare la lettura del libro di Roberto Schiattarella “I valori in economia” (ed. Carocci), che mostra come ogni teoria economica sottenda – appunto – un insieme di valori. A tutti e tre (se fossero ancora in vita) si potrebbero ricordare le parole del fisico Gell-Mann, citate nel libro di Mauro Gallegati “Il mercato rende liberi – e altre bugie del neoliberismo” (ed. Luiss): “Come sarebbe difficile la fisica se gli atomi potessero pensare”. Ecco, gli “atomi” di cui si occupa l’economia, a differenza di quelli della fisica, possono pensare, perché sono gli esseri umani, che hanno comportamenti non omogenei e non di rado irrazionali.

Nelle conclusioni gli autori affermano che l’ipotesi della diffusa esistenza di pregiudizi viene confermata dalla ricerca, e osservano che questo fatto ha inevitabilmente un impatto su una serie di situazioni. “Esistono già prove crescenti che i giudizi di valore e l’ideologia politica degli economisti influenzano non solo la ricerca, ma anche le reti di citazioni, l’assunzione di docenti e le posizioni degli economisti su questioni relative alla politica pubblica (…) e potrebbero svolgere un ruolo importante nel sopprimere la pluralità, restringendo la pedagogia e delineando parametri di ricerca distorti in economia”. Nell’ambito accademico “l’economia sembra distinguersi per diversi aspetti, caratterizzati dalla centralizzazione del potere e dalla creazione di meccanismi di incentivazione della ricerca in modo tale da ostacolare la pluralità, incoraggiare il conformismo e promuovere l’adesione ai punti di vista (ideologici) dominanti”. Allontanarsi dall’ortodossia rende più arduo ottenere un incarico di docenza, ottenere borse di ricerca, ricevere inviti a seminari e conferenze e richieste di consulenza professionale. C’è infine la questione della classificazione delle riviste, a cui viene assegnato una sorta di punteggio: ai fini della carriera, hanno più valore gli interventi pubblicati sulle riviste con la classificazione più alta, che – manco a dirlo – sono tutte orientate sulle teorie mainstream e rifiutano contributi non in linea. Insomma, se non vuoi una vita grama ti conviene adeguarti, gli economisti critici devono pedalare sempre in salita.

La ricerca conferma indirettamente che ancora oggi le teorie economiche dominanti, mainstream, sono quelle di derivazione neoclassica, nonostante le tante pesanti smentite di vari loro caposaldi mostrate dalle ultime crisi. E che tanti economisti continuano a considerare la loro disciplina come una “scienza delle leggi” invece che una scienza sociale, con la conseguenza di non porsi il problema dei valori di cui in questo modo si fanno portatori. E di credere ciecamente che le loro equazioni possano davvero rappresentare ciò che accade nel mondo reale, promuovendo così decisioni che non tengono conto delle conseguenze sulla vita delle persone (o, forse meglio, considerandole inevitabili). La battaglia più importante e difficile, prima ancora che quelle sulle teorie economiche, è proprio contro questa concezione.

 

Foto Pixabay | yourschantz



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