Come uccidere un tiranno

Nel saggio “A morte il tiranno” (HarperCollins) Matteo Cavezzali racconta motivazioni, esitazioni, tradimenti e conseguenze di undici celebri atti di rivolta a un potere che sapeva di sopruso.

Marilù Oliva

«Quanti di noi avrebbero rischiato la vita per ribellarsi a Hitler, a Mussolini o a un qualsiasi altro dittatore o monarca, avendo certezza di perdere lavoro, famiglia, amici e probabilmente anche la vita?».

“A morte il tiranno” di Matteo Cavezzali (HarperCollins) nasce da un podcast, che prima ancora era spettacolo teatrale e vede la sua genesi nell’idea di un libro. Questo ci spiega il ravennate Matteo Cavezzali, giovane autore con interessanti pubblicazioni alle spalle (cito soltanto “Nero d’inferno”, edito da Mondadori, e “Supercamper”, edito da Laterza). Questo libro è un excursus attraverso alcuni celebri episodi della Storia, quelli attinenti ad atti di rivolta a un potere che sapeva di sopruso.

“La morte è un destino migliore e più mite della tirannia”, diceva Eschilo e i protagonisti di queste undici vicende lo dimostrano. Perché molti tirannicidi rischiarono grosso pur di eliminare il despota e, in effetti, parecchi fecero una brutta fine o non vennero completamente capiti.

Idealisti, sognatori, patrioti, talvolta filosofi o anarchici, spesso esausti delle dinamiche della sopraffazione: ecco la carta d’identità dei tirannicidi. Non tutti, però: c’è chi uccide per odio e chi perché spera in un mondo migliore. L’evento diventa così importante occasione per meditare su ulteriori domande, che riguardano ad esempio la percezione del fatto delittuoso, lo scarso livello di consapevolezza di chi piegava la testa ai potenti, il desiderio di rivalsa di chi non si sottometteva, i motivi profondi per cui, in ogni età e in ogni tempo, masse e masse di persone hanno obbedito con remissione al potere.

Cavezzali ci conduce nelle stanze del potere (assoluto) e ci dimostra come hanno tentato di farlo fuori, anche se spesso invano, perché per annientare i despoti occorre qualcosa di più profondo e sistematico che un’azione di violenza: è necessario un concetto più alto e diffuso di democrazia. L’autore parte dall’età antica, da un gruppo di sostenitori della repubblica romana che non accettavano che essa venisse defraudata da Cesare e siamo al capitolo zero. Se tutti ricordiamo le ventitré coltellate inflitte dai cesaricidi, questo e gli altri capitoli vanno a fondo, ci restituiscono con esattezza e spunti di riflessione tutto ciò che ruota attorno al fatidico momento: le motivazioni, le esitazioni, i tradimenti, le conseguenze. E gli epiloghi, talvolta tragici:

«Nel giro di tre anni dalla morte di Cesare tutti e 23 i congiurati che lo hanno assassinato muoiono, o suicidi o ammazzati.[…] I congiurati pensavano che per salvare la Repubblica sarebbe bastato uccidere il tiranno, e invece la Storia andò molto diversamente. La guerra civile fu una lotta fratricida e durò quindici anni».

Noi lettori/trici veniamo condotti nei progetti di Gaetano Bresci, molto più simile a un viveur che a un sovversivo, poi verso gli intenti di Gavrilo Princip, la cui pistola “scrive nel sangue la prima pagina del tragico secolo breve”, perché colpisce inesorabilmente il principe ereditario al trono d’Austria e Ungheria, Francesco Ferdinando. Poi vi è la storia del 5 novembre inglese, che contiene in sé un’altra tremenda storia, quella di Maria Stuarda, la cui esecuzione si macchiò di tinte horror, dal momento in cui il boia fece cadere l’ascia sulla nuca anziché sul collo:

«È necessario un secondo colpo che tuttavia non è ancora sufficiente perché il collo non si taglia di netto. La testa rimane appesa in parte, penzolante dal patibolo. A quel punto il boia usa l’ascia come una sega per riuscire a farla cadere, finalmente. Dopodiché, come gli è stato ordinato, prende la testa per i capelli e la mostra alla folla. C’è però un altro macabro incidente: i riccioli della regina si staccano, come uno scalpo, e la testa cade a terra suscitando un boato inorridito tra gli astanti».

Troverete, senza un ordine cronologico, l’attentato alla principessa Sissi, a Hitler, al duce e a Ronald Reagan, la decapitazione di Luigi XVI, la congiura di Felice Orsini contro l’imperatore Napoleone III. E, come ultimo tassello storico, la tragica vicenda di Rosmunda e Alboino, che dimostra quanto la prepotenza possa giocare un brutto scherzo al vorticoso susseguirsi degli eventi umani. I due sono marito e moglie, ma lei è stata obbligata a sposare il re longobardo dopo che lui le ha ammazzato il padre e l’ha indotta a bere vino dal teschio dello stesso, utilizzato come calice. Possiamo immaginare quanto odio, quanto disprezzo covasse dentro di sé? Lo scoprirete leggendo queste pagine, anche se l’autore ci ricorda la difficoltà nel sovrapporre la fonte storica (contaminata dal calibro delle narrazioni) alla verità. Rosmunda, comunque, ora fa parte del mito.



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