Con il pretesto di Azeglio. Norma, storia e varietà: un apologo

Una riflessione sulla lingua a partire dall'incidente accaduto a Roma in occasione della cerimonia di intitolazione di una piazza a Carlo Azeglio Ciampi.

Nunzio La Fauci

C’è sempre un po’ di sempre nelle minuzie della cronaca o, se non di sempre, di vicende di lunga, lunghissima durata, come c’è sempre (ed è più ovvio) un po’ dello spirito del tempo, ivi inclusi gli andazzi. Non è difficile a chi le guarda con distacco e da lontano trarne qualche succo per un apologo.

Si metta il caso dell’incidente occorso a Roma, qualche giorno fa, in occasione di una cerimonia di intitolazione di una piazza a un’importante personalità pubblica del recente passato nazionale. Un caso che ha suscitato un gran rumore nelle gazzette.

Azeglio è, quanto a grafia, il secondo nome di quella personalità e sulla targa toponomastica il lapicida aveva invece inciso Azelio. Non l’aveva fatto certo di sua volontà, ma, a quanto pare, sul fondamento della commissione ricevuta dai relativi uffici del Comune di Roma che, nelle persone responsabili, su fino a raggiungere la sindaca, si è così procurato un qualche e ulteriore disdoro.

Scritto che sia, un nome proprio è quello che è: togliergli o cambiargli una consonante, una vocale, storpiarlo insomma era un tempo e resta privilegio concesso solo a funzionari e funzionarie dell’anagrafe e, prima che un’anagrafe esistesse, in Italia ai parroci compilatori e custodi dei registri battesimali, responsabili di una buona fetta dell’allotropia onomastica nazionale. Di ciò che si ode, si registra infatti quanto si capisce e, eternamente, quanto si capisce è spesso quanto corrisponde alla scienza (che spesso significa al pregiudizio) di chi registra.

Si rinuncia qui a una digressione che riguarderebbe gli attuali adoratori e le attuali adoratrici del feticcio del “dato”. Ma un cenno è d’obbligo. Non c’è dato che non sia “preso” sul fondamento di una competenza e chi scrive queste righe sarà sempre grato ai suoi genitori per avergli reso chiara la questione sin dai tempi in cui lo conducevano bambino a raccogliere erbe selvatiche sulle colline siciliane, per fruttuoso diletto. I dati presi sul fondamento di dottrine approssimative e di indebite generalizzazioni avvelenano.

Per tornare però al tema presente, a chi davanti a un fonte battesimale proferiva un nome (e poi, quando venne obbligatorio, davanti a una scrivania, anche un eventuale cognome) spesso non era poi consentito di verificare l’appropriatezza della registrazione, prima che da qualche attitudine autoritaria, dal semplice fatto d’essere analfabeta. Doveva insomma fidarsi ciecamente del parroco o di chi ne aveva preso frattanto la funzione pubblica.

Ed è così che al nome di battesimo dello scandalo non manca certo, ben attestato e affatto corretto, come si vedrà poco sotto, l’allotropo Azelio. C’è ovviamente gente che porta Azelio come nome e che si sentirebbe non si dice oltraggiata, ma certo infastidita dal vederlo trascritto diversamente in un documento. Ma adesso dovrà rassegnarsi: per via del clamore del caso, le capiterà più spesso di prima. Il tempo presente non ama del resto la varietà, soprattutto quando a chi ne fa esperienza le ragioni di quanto varia risultano oscure e dunque inquietanti, circostanza che va allargandosi, anche in insospettabili settori della società, in modo direttamente proporzionale al deprezzamento delle conoscenze storiche e filologiche e del po’ di ragionevolezza che queste procurano, anche indirettamente, alla società in generale.

E si è così velocemente e senza troppe pedanterie, si spera, al nocciolo fonetico e diacronico della faccenda. Perché, come dicono i destini di parole latine che i documenti di cui si dispone trascrivevano come filium, folia, mulier, solia, melius, familia (per citarne solo alcune), la sequenza (o il nesso) che quell’antica convenzione grafica mostrava come un –li– seguito da una vocale individuava in verità una zona sismica del sistema, se ci si passa la metafora.

La composizione di un suono consonantico laterale con uno semiconsonantico palatale dava già allora e ha continuato a dare luogo a esiti fonetici di varia instabilità. A tali esiti per secoli la grafia ha fatto fatica a tenere dietro. Fino a quando essa non si è stabilizzata in una codifica normativa che, per notare l’esito standard del nesso, cioè una laterale palatale proferita come intensa, nei casi menzionati ha adottato un trigramma: figlio, foglia, moglie, soglia, meglio, famiglia. E non ci sarà lettore o lettrice di queste righe che, sul fondamento di un’esperienza anche superficiale delle parlate dell’area italoromanza che gli è più famigliare (o familiare), non potrà testimoniare qualche evoluzione fonetica diversa, di cui le relative grafie, non standardizzate, hanno tentato di procurare una rappresentazione.

D’altra parte pensare che la vicenda antica e plurisecolare, se non millenaria, possa ritenersi conchiusa (o conclusa) o che i fattori che ne hanno determinato le fasi storiche cui si è fatta celere allusione non siano più efficienti sarebbe da sprovveduti. Una lingua non smette mai di mutare e, proprio per la sua natura permanentemente sistematica, quanto è accaduto ne abbia determinato mutamenti nel passato non è escluso possa farlo ancora oggi e in futuro. Inoltre, essa viene mutata da ciò che coloro che la parlano fanno senza nemmeno rendersene conto molto più di quanto non lo sia per il consapevole e spesso velleitario desiderio di novità di qualche agit-prop di ideologie socio-politiche.

Area sismica si diceva appunto per metafora e qualche minuscola scossa, da secoli, è stata per esempio registrata nella stessa designazione della nazione che si è fatta titolare della varietà in questione, ricondotta appunto a una norma.

Italia, certo, ma da molte labbra e soprattutto in certe aree della penisola proferita come se a scriverlo più appropriata fosse la grafia Itaglia, con il derivato itagliano. Un tedesco, Gerhard Rohlfs, che dedicò l’intera sua vita di studioso e un’ancora mirabile grammatica storica a quanto sortiva e continua a sortire dalle bocche dalle Alpi a Lampedusa, avvertiva che, per esempio, Sicilia, Emilia, Versilia e così via “sono forme latineggianti di fronte a quelle, come Puglia, di sviluppo popolare”. E, come si legge alla voce Azeglio che Alda Rossebastiano curò per il Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani (Utet, Torino 1997, in seconda edizione), si legge Azelium nel documento del 1001 che reca un’antica attestazione, come toponimo, del nome proprio dello scandalo oggi in cronaca.

A proposito di sommovimenti in atto, chi scrive questa nota può poi testimoniare di essersi sentito talvolta qualificare come sicigliano da qualche “continentale”. Talvolta persino come siscigliano, a illustrazione non di una ma di due aree critiche degli attuali sviluppi fonetici della lingua nazionale. Il primo nell’ordine (lo si tocca al passaggio) è quello che da luce porta verso lusce, da foce porta verso fosce, da pace porta verso pasce, naturalmente non con la doppia, come nella forma verbale, ma con la scempia, e da pece porta verso pesce, con un’avvertenza simile a quella appena fornita.

Anche questo mutamento si affermerà? Ragionevole pensare di sì: attualmente lo si registra ampiamente in aree linguistiche, strati sociali e classi di età che dettano le tendenze. Ci sarà in proposito una reazione della norma grafica? Pece resterà così anche se itagliani e itagliane in futuro diranno regolarmente pesce o capiterà un giorno che, per annotare anche nella grafia la differenza, ci sarà, per esempio, (la) pesce e (il) pessce? Nessuno oggi può dirlo. Sono faccende che richiedono secoli e di cui riesce ad avere comica ragione solo il senno di poi.

Ciò che è probabile però, per tornare in conclusione all’effimero incidente che ha fatto tanto e altrettanto effimero rumore, è che il povero funzionario o la povera funzionaria che ebbero tempo fa l’incarico di commissionare al lapicida una targa toponomastica che portasse inciso quel nome, restaurò quanto per lui o per lei era la forma graficamente corretta.

Si determinò in tal senso forse perché lui stesso o lei stessa esponente di quella porzione di connazionali che dicono Itaglia e che sanno però, come opportunamente alfabetizzati, che (ancora) si scrive Italia; forse perché circondato o circondata da gente inconsapevolmente odiosa che, in casi del genere, palatalizza e dice Attiglio per Attilio e Ameglia per Amelia. In ogni caso, ritenne bene, cioè male che quell’Azeglio che aveva udito e che forse aveva anche letto non dovesse passare: Azelium. O no?

Lo studio della lingua in prospettiva di variazione storica e sociale ha un nome per un comportamento del genere: reazione ipercorretta; e per l’esito che ne discende: ipercorrettismo. È quanto, per esempio, accade quando in chi, dicendo penzo quando scrive penso, scatta un’irriflessa proporzione e, lo voglia o talvolta no, sotto la sua penna intensione affiora al posto di intenzione. Non è d’altra parte facile, e forse non solo per ragioni fonetiche, fare intendere a giovani italiani e italiane che studiano una disciplina linguistica che tra intenzione e intensione c’è un’enorme differenza.

In conclusione: ci si riflette di rado, ma la storia e la vita della lingua e, a ben vedere, anche quelle della società dimostrano che non esiste norma la cui applicazione, a conti fatti, non induca in qualche errore di forma: come sistema, ciò che è propriamente umano si manifesta infatti con un’insopprimibile varietà di fogge. Capita tuttavia che quanto occhieggia sotto le forme sia talvolta ben più di una banalità formale.

 

Immagine: ANSA/GIUSEPPE LAMI



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