Con le donne iraniane per la rivoluzione della libertà universale

"Dopo quasi 44 anni di violenza arbitraria dello Stato contro il suo stesso popolo, questo popolo ne ha abbastanza. "Abbasso il dittatore!", scandiscono in coro. E lo fanno tutti. Tutti i gruppi etnici, donne e uomini, giovani e anziani, ricchi e poveri. Il popolo iraniano è stufo. Non ne possono più! Stanno facendo la rivoluzione." La femminista tedesca attacca i Verdi e la ministra Baerbock, colpevoli di chiudere gli occhi di fronte al pericolo rappresentato dall’Islam politico e invita le musulmane in Occidente a fare un gesto di solidarietà con le iraniane togliendosi il velo.

Alice Schwarzer

Il 10 marzo 1979, le donne iraniane manifestarono per la prima volta lungo le strade di Teheran contro i nuovi governanti della “Repubblica islamica” al grido di: “La libertà non è né occidentale né orientale, è universale!” e chiedendo il ritiro della norma sul velo obbligatorio. Tra loro c’erano anche donne velate. Una di loro spiegò alla nostra telecamera: “Sono una musulmana devota, ma preferisco togliermi il velo piuttosto che vivere in uno Stato dove il velo è obbligatorio!”.
Qualche giorno dopo, percorsi le stesse strade insieme a una dozzina di altre giornaliste e scrittrici francesi. Erano occupate da giovani esuberanti con kalashnikov in mano, fiori infilati nelle canne delle loro armi. Sorridevano amichevolmente alle occidentali senza foulard. Erano pieni di speranza.
Avevamo risposto alla richiesta di aiuto delle donne che protestavano. Erano disperate. E deluse. Avevano creduto nella rivoluzione islamica e combattuto per essa, spesso con un kalashnikov sotto il chador. Pochi mesi dopo però erano finite in prigione. O morte. O in esilio. Con alcune di loro sono rimasta in contatto per decenni e con alcune delle loro figlie fino a oggi.
Solo poche settimane dopo la presa del potere, l’8 marzo (Giornata internazionale della donna!) di quell’anno, l’ayatollah Khomeini fece cacciare tutte le donne non velate dagli uffici, dalle università e dalle strade: “Andate a casa e indossate abiti decenti!”. Decente significava: coprire completamente i capelli “peccaminosi” e il corpo “peccaminoso”. Il controllo totale e l’invisibilità del corpo femminile è stato il nucleo ossessivo dell’ideologia dello “Stato di Dio” fin dal primo giorno; il velo, la bandiera della sua crociata.

Il velo è il simbolo della privazione dei diritti delle donne, che non godono di pieni diritti civili: legalmente il loro voto vale la metà, non hanno passaporto né il diritto di viaggiare senza il consenso di un tutore maschile (padre, fratello o marito), hanno diritto alla metà dell’eredità rispetto agli uomini e gli uomini hanno il diritto di punirle. La lapidazione per presunto adulterio (della donna) è legge di Dio e lo stesso vale anche per l’omosessualità. Tutto questo ci fu confermato non solo dagli ayatollah, ma anche dalle loro mogli, sorelle e figlie, che formavano la nuova élite dell’Unione delle donne iraniane e che spesso avevano studiato a Parigi o a Berlino. Quando tornai in Germania, scrissi ciò che avevo visto e sentito. A quel punto fui sommersa da accuse infamanti, soprattutto da parte del mondo della sinistra, di testate come il quotidiano Taz e altri. Ma anche da alcune femministe. Sostenevano che ero un‘”amante dello scià”, che ero di destra e razzista. Alle mie compagne di viaggio in Francia andò più o meno allo stesso modo, così come a Kate Millett in America, che era stata a Teheran quasi contemporaneamente a noi.

Alice Schwarzer, foto di Bettina Flitner ©

Fu l’inizio della scissione nel movimento delle donne in tutto il mondo, la scissione tra universaliste e identitarie, l’inizio di una deriva identitaria anche all’interno del femminismo. Da un lato, le universaliste, come me, che chiedevano diritti umani universali per ogni individuo, indipendentemente dalla religione e dalla cultura, e la libera disposizione del proprio corpo. Eravamo quindi contrarie all‘obbligo di indossare il velo così come al divieto di aborto. Dall’altra gli identitari culturalmente relativisti, che all’epoca non si chiamavano ancora così. Si presentavano, e si presentano, come membri del gruppo, antepongono gli “altri costumi” e “altre religioni” ai diritti universali dell’uomo e della donna, rimproverano alle “femministe bianche occidentali” di essere elitarie invitandole a non occuparsi di altre culture e costumi, come le mutilazioni genitali o il divieto del velo.

Negli anni successivi, le “guardie rivoluzionarie” hanno usato persino i chiodi per inchiodare il velo sulla testa alle donne a cui era scivolato. A migliaia sono state arrestate, torturate e uccise, proprio come la 22enne Mahsa Amini 43 anni dopo. Lo stesso è accaduto e accade agli uomini amanti della libertà che non si sono piegati al regime.

Nel frattempo, potenti truppe di propaganda islamista – intellettuali, imam, mercenari – ben equipaggiate grazie ai petrodollari degli Stati islamici, marciavano attraverso l’Afghanistan, la Cecenia, l’Algeria, la Libia per giungere fin dentro i cuori delle metropoli occidentali. A partire dalla metà degli anni Novanta, si sono infiltrati sistematicamente nelle università, nei media, persino nei partiti politici. Parola chiave: tolleranza. Non da ultimo gli ideologi woke che oggi terrorizzano le università del mondo occidentale sono ben muniti da questi islamisti, sia ideologicamente sia economicamente.

Dopo quasi 44 anni di violenza arbitraria dello Stato contro il suo stesso popolo, questo popolo ne ha abbastanza. “Abbasso il dittatore!”, scandiscono in coro. E lo fanno tutti. Tutti i gruppi etnici, donne e uomini, giovani e anziani, ricchi e poveri. Il popolo iraniano è stufo. Non ne possono più! Stanno facendo la rivoluzione. Finalmente. Ma rispetto all’Ucraina, l’Iran oggi attira forse l’1% dell’attenzione pubblica e della solidarietà politica. Queste donne e questi uomini, che rischiano la vita senza paura, moriranno senza un aiuto esterno.

Ancora una volta ci si gira dall’altra parte. A partire dalla Germania, dove la sinistra e i liberali sono oggi al potere e non vogliono mettere in pericolo le relazioni economiche né tanto meno le future forniture di gas e petrolio e il cosiddetto accordo nucleare. Un accordo ingenuamente voluto dall’allora ministro degli Esteri verde Joschka Fischer e che consiste nell’accettare la promessa dell’Iran di utilizzare l’uranio prodotto solo per scopi pacifici e non per costruire una bomba nucleare. Promesse di dittatori islamici? Non solo loro, ogni Paese che si sente minacciato sogna la bomba nucleare, perché sarebbe l’unica cosa a proteggerli dai desideri di “liberazione” delle potenze mondiali. Quindi l’Iran cercherà di diventare una potenza nucleare ad ogni costo. Nella migliore delle ipotesi, i negoziati diplomatici potranno solo ritardare di qualche mese il possesso della bomba nucleare da parte dell’Iran.

Oggi si tratta solo di sostenere con tutti i mezzi il popolo ribelle in Iran e di fermare finalmente la propaganda islamista nei nostri Paesi. Questo significherebbe, ad esempio, la chiusura immediata del “Centro islamico” (IZH) di Amburgo, una lunga mano della dittatura islamista dell’Iran; così come tenere un atteggiamento all’altezza della situazione nei confronti della moschea Ditib di Colonia, una lunga mano dell’autocrate islamista Erdoğan. Ma invece di prendere coscienza, i Verdi continuano a fare come se niente fosse. Il loro atteggiamento accondiscendente verso i fondamentalisti islamici prosegue. Al congresso dei Verdi del 15 ottobre scorso, ad esempio, è emerso che la ministra degli Esteri Baerbock aveva approvato con voto segreto la consegna di jet da combattimento all’Arabia Saudita per un valore di oltre 36 milioni di euro. La ministra ha placato i mugugni della base con le parole: «Se lo Stato tedesco non risparmiasse grazie a questa consegna [come, non si capisce], allora Lisa non avrebbe più fondi per i bambini che ne hanno urgentemente bisogno». Fornire armi alle dittature islamiche per soddisfare i bisogni primari dei bambini tedeschi? Sul serio? La base dei Verdi, in ogni caso, ha applaudito. Io mi chiedo se anche i bambini dello Yemen che vengono uccisi con queste armi applaudirebbero.

La Ministra degli Esteri Baerbock ha recentemente “convocato” l’ambasciatore iraniano. Convocato? Dovrebbe espellerlo immediatamente! Questa non è solo l’opinione degli esuli iraniani in Germania, ma anche quella dell’avvocata per i diritti umani e premio Nobel per la pace (2003) Shirin Ebadi. Altre richieste sono: il congelamento dei beni dell’élite iraniana, garantire i visti per gli iraniani minacciati e così via.

C’è ancora una cosa: dall’aprile 2021, l’Iran è membro della Commissione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite. Non è uno scherzo. Almeno 4 Stati su 15 hanno dato il loro consenso con il voto segreto. Pare che la Germania fosse tra questi. Nonostante le numerose richieste di informazioni, il ministero degli Esteri non ha ancora chiarito.

Negli ultimi decenni, nessun partito ha contribuito quanto i Verdi alla banalizzazione e alla romanticizzazione, se non addirittura alla propagazione, del velo e dell’islam politico. Non sarebbe il momento di fare una riflessione? Al contrario, di fronte alla rivolta in Iran, la ministra degli Esteri ha recentemente dichiarato che l‘oppressione in quel paese non ha nulla, assolutamente nulla, a che fare con la “religione o la cultura”. Ah no? È l’islamismo ad avere preso in ostaggio la fede e che sta preparando l’inferno in nome di Dio. La sua bandiera è il velo. La morte di Mahsa Amini è stata per gli iraniani solo l’ultima goccia.

Le donne hanno iniziato la rivoluzione in corso; gli uomini si stanno unendo, per la prima volta su questa scala e pubblicamente. Le musulmane che alle nostre latitudini hanno il privilegio di indossare il velo “volontariamente”, sarebbero ora tenute a dare un segno di solidarietà per le donne che rischiano la vita nella lotta contro il velo, simbolo della loro oppressione. Toglietevi il velo! In solidarietà con chi è costretta a indossarlo e con tutte le vittime.*

* Questo testo è l’editoriale di apertura del numero di novembre/dicembre della rivista tedesca EMMA, disponibile qui. Traduzione dal tedesco a cura della redazione di MicroMega.

Crediti foto: Wikimedia Commons. Protesta delle donne iraniane contro l’hijab, 1979.



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