Concessioni balneari: tutelare la collettività o favorire gli speculatori?

Indennizzare anche chi per decenni ha lucrato su beni demaniali sottraendoli all’uso pubblico sarebbe vergognoso.

Renato Fioretti

Nonostante siano già trascorsi 14 anni dalla famosa Direttiva Bolkestein nr. 213, attraverso la quale, tra l’altro, si prevedeva che le concessioni balneari dovessero essere attribuite con procedure di evidenza pubblica, in Italia il tempo pare essersi fermato. Solo qualche settimana fa, infatti, ricorrendo all’ormai consolidata tecnica che ci contraddistingue, si è deciso di non decidere!

L’accordo di massima raggiunto dall’ammucchiata di governo avrebbe deciso, infatti, di rinviare le gare pubbliche all’anno prossimo, massimo al 2024. Prevedendo, però, già da oggi che i “balneari” che non dovessero risultare vincitori, saranno risarciti con indennizzi da fissare con appositi decreti nel corso del 2022.

Naturalmente, bisognerà aspettare per conoscere i criteri attraverso i quali si perverrà alla quantificazione degli indennizzi ma, a mio parere, non avrebbe senso il prevederli “a prescindere”. Cioè, riconoscere un indennizzo – quasi a titolo di risarcimento danni – agli ex titolari delle concessioni per il semplice motivo di non avere vinto la gara di assegnazione.

Così come – lo anticipo – non avrebbe senso inserire, nelle procedure di evidenza pubblica, qualche clausola che ponesse in posizione di vantaggio i concessionari “uscenti” rispetto a chiunque altro intendesse partecipare.

Immagino, piuttosto, che agli ex titolari – cui non dovesse riuscire di aggiudicarsi la relativa gara – andrebbe corrisposto un equo indennizzo solo nel caso in cui siano in condizione di dimostrare che, nel corso degli anni precedenti, sia stata realizzata una gestione virtuosa della concessione, con riguardo alla tutela ambientale, all’utilizzo di materiali naturali e alle eventuali migliorie apportate al sito.

Penso, al riguardo, alla scandalosa condizione cui sono stati ridotti molti litorali della nostra penisola.
Quello di Ostia, ad esempio, presenta lo scempio di muri lunghi diversi chilometri che non permettono neanche la semplice vista del mare, oltre che impedirne l’accesso.
Così come, in tanta parte d’Italia, le dune hanno dovuto cedere all’asfalto per consentire parcheggi e sono state costruite strutture permanenti in cemento.

Pretendere, quindi, di indennizzare anche coloro che, per decenni, hanno lucrato su beni demaniali (considerati proprietà personali) sottraendoli all’uso pubblico e prodotto danni ambientali – spesso irreversibili, in tutte le regioni d’Italia – a fronte di canoni annui che è riduttivo definire “ridicoli”, rappresenterebbe, a mio parere, l’ennesimo colpo alla credibilità dei nostri politici.

Ciò perché, se è anche vero, come sostiene Mauro Barberis (1), che in Italia “ci sono almeno 11.139 imprese familiari che gestiscono in concessione le spiagge”, relativamente alle quali è tutto da dimostrare che lo facciano “arrabattandosi a far quadrare i conti”, è fuori dubbio – perché certificato dall’autorevole Centro studi Nomisma – che il giro d’affari dei quasi 27 mila concessionari dei litorali italiani è pari a 15 miliardi di euro l’anno.

Le concessioni balneari, come riporta Patrizia Bedori (2), “sono in tutto 26.689 e, di queste, circa il 70 per cento paga un canone annuo inferiore ai 2.500 euro”.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Autorità per la Concorrenza, l’insieme dei circa 27 mila concessionari paga, complessivamente, 115 milioni di canone annuo. Ciò significa, in pratica, che il costo della concessione vale meno di 1 euro ogni 100 di fatturato!
Senza dimenticare che mancano all’appello ben 235 milioni di euro per canoni non pagati dal 2007.

Un altro dato, altrettanto eclatante, è fornito dall’Agenzia delle Entrate, secondo la quale: “due gestori su tre non dichiarano al fisco il dovuto sui loro incassi”!

Tra l’altro, il risultato di tanti anni di latitanza della politica è una situazione unica; in Europa e nel mondo.
Di là dalla differenza – in termini di canoni – che talvolta intercorre, ad esempio, tra concessioni in atto a Forte dei Marmi piuttosto che in altre parti d’Italia, il dato comune è che, in tutte le nostre regioni, la stragrande maggioranza della costa è ormai preda delle concessioni balneari.

Secondo un rapporto di Legambiente, esse coprirebbero poco più del 42 per cento dei nostri litorali. Ma in regioni ad alta intensità turistica, quali Campania, Liguria ed Emilia Romagna, la percentuale supera il 70 per cento.

Patrizia Bedori riporta che, sui circa 30 chilometri di coste della Versilia, “il 90 per cento è occupato dagli stabilimenti. Sulla riviera romagnola si va dall’83 per cento di Riccione, al 100 per cento di Gatteo Mare”.
Una situazione, in definitiva, intollerabile; con situazioni che definirei tragicomiche; se non fossero vergognose!

È il caso dell’albergo di Cala di Volpe in Sardegna (super lusso, con suite da 35 mila euro a notte) – di proprietà di una società che fa capo a un emiro del Qatar – che paga un canone (3) di circa 500 euro l’anno!

Flavio Briatore – lo stesso che, a ogni estate, è alla ricerca spasmodica di personale che, a suo dire, preferisce percepire il Reddito di cittadinanza piuttosto che lavorare nello stabilimento balneare più costoso d’Italia (da 300 a 1.000 euro al giorno) – paga, per la concessione sulla quale sorge il prestigioso “Twiga beach” di Marina di Pietrasanta, un canone annuo di appena 17.169 euro!

Ne consegue che il confronto, con la situazione presente negli altri paesi europei, è impietoso.
In Francia, ad esempio, le concessioni agli stabilimenti balneari sono rilasciate per un massimo del 20 per cento della superficie disponibile; l’80 per cento è rappresentato da spiagge libere. Sono concessi solo equipaggiamenti e strutture amovibili, trasportabili, nessuna struttura in cemento e, dopo 6 mesi, ritorno dell’ara allo stato iniziale. La durata delle concessioni non supera i 12 anni.
Si tratta, insomma, di un altro mondo.

Nel nostro paese bisognerebbe cominciare con l’adeguare i canoni; da quello dell’emiro a quelli delle imprese familiari che, pare, di conti con il fisco ne facciano davvero pochi!

Nel corso dei prossimi mesi – c’è da scommetterlo, sicuri di vincere – assisteremo a non pochi “distinguo” rispetto a queste problematiche. A cominciare dalle ambigue manovre della Lega, che ha già dimostrato la mal celata intenzione di fare in modo di cancellare l’ipotesi delle gare per l’accesso alle concessioni; preferendo, addirittura, la cessione ai privati delle proprietà demaniali.
Il tutto, con l’inevitabile conseguenza di abbandonare un patrimonio naturale che, in altri paesi, godrebbe di tutele e garanzie a vantaggio della collettività, piuttosto che a favore di speculatori monopolisti.

NOTE

1) Fonte: “Balneari: e i diritti dei bagnanti?”; su micromega.net
2) Fonte: “Continua la distrazione di massa”; su Facebook
3) Vedi punto 2

(credit foto ANSA/ FRANCO SILVI)



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