Conflitto israelo-palestinese: è urgente una soluzione politica

Israeliani e palestinesi riusciranno mai ad abbattere il muro che li divide e a vivere in due stati, lo Stato libero d’Israele e lo Stato libero di Palestina oppure in uno Stato binazionale? Oggi, tra corpi martoriati, vite finite e città distrutte, appare lontano anche ciò che fu stabilito con gli accordi di Oslo. Ma se c’è una possibilità, allora il mondo intero deve mobilitarsi, sia nelle sue migliori energie diplomatiche come nelle espressioni di una società civile che eviti di schierarsi nelle piazze gli uni o contro gli altri e di rinfocolare rancore e odio sui social.

Teresa Simeone

Amos Oz, autore tra gli altri del libro Contro il fanatismo, ha dichiarato: “Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.”
È una parola difficile “compromesso”, eppure densa di semplicità: propone di non arroccarsi sulle proprie posizioni ma di andare incontro all’altro, di ascoltarne le ragioni, di capire se ci sia un terreno comune su cui poter costruire qualcosa. È la linfa della diplomazia, il sale della politica, l’elemento guida per necessarie interlocuzioni.
Stiamo vivendo in un mondo di guerra, come mai avremmo pensato si potesse ripetere: la storia, purtroppo, non si sta ripresentando come farsa, ma come tragedia. Un’immane, apparentemente senza soluzione, tragedia.

Il conflitto israelopalestinese è ritornato al centro delle nostre giornate, dopo che per anni avevamo rimosso l’immagine della soffocante e dolorosa prigionia territoriale dei palestinesi e il pensiero del terrore quotidiano per attentati indiscriminati in cui sono immersi gli israeliani: due popoli in cammino eppure immobilizzati dalla ricerca di una stabilizzazione che sembra sempre sfuggire, in bilico tra il loro desiderio di pace e le brame di potere per coloro che ne hanno in mano i destini. Già, perché sono sballottati tra due integralismi, quello di un’organizzazione paramilitare oltranzista, Hamas, che vuole la fine dello Stato di Israele e quello di un governo di destra, quello di Netanyahu, il più a destra che ci sia mai stato in quel territorio, che vuole la cancellazione dell’entità palestinese. È una lunga storia, complessa, intricata, in cui Israele ha dovuto difendersi non in una ma in diverse guerre, potenziando il proprio apparato militare, mentre il popolo palestinese ha dovuto progressivamente arretrare dai confini che di volta in volta erano fissati, pagando lo scotto della sconfitta con la Nakba, la catastrofe che ha sancito lo status di profughi per molti di loro.

Difficile per un occidentale immaginare la condizione di chi è rinchiuso in un pezzo di terra, una striscia, quella di Gaza, di 365 Km² per 2,1 milioni di popolazione col 45% di disoccupazione e il 64% di famiglie a rischio di sicurezza alimentare, costretto a rivolgersi agli aiuti umanitari per sopravvivere, sapendo di poter essere ricattato da vicini che controllano erogazione di acqua, energia elettrica, spostamenti; difficile pensare a come si reagirebbe se si fosse umiliati ogni giorno in Cisgiordania nel passare posti di blocco e check point e, contestualmente, si dovesse reprimere la propria  frustrazione nel vedere che, anche nelle terre assegnate, si continua a erodere spazio, con l’autorizzazione di un governo che dovrebbe impedire, non permettere nuovi insediamenti. Non dimentichiamo che Netanyahu ha legalizzato, dopo essersi insediato a dicembre 2022, altre nove colonie israeliane in Cisgiordania e ne ha approvato la costruzione di nuove, nonostante la comunità internazionale le considerasse illegali e continui a vederle come il principale ostacolo per il conseguimento della pace. Nel frammentare il territorio cisgiordano, rompendone la continuità, tali insediamenti ogni giorno rendono immaginabile e possibile un futuro in cui gli israeliani sottraggano sempre più territorio ai palestinesi, rendendo precario e instabile per questi ultimi la visione di uno Stato su cui possano compattamente riconoscersi.

D’altro canto, quello che ha fatto Hamas il 7 ottobre è di una crudeltà impossibile da commentare. Come ha giustamente dichiarato David Grossman, anche nella malvagità c’è una gerarchia e l’eccidio di ottobre ha toccato punte inimmaginabili di orrore. Quello che è accaduto, ha aggiunto, critico come sempre verso il governo, “è la materializzazione del prezzo che Israele paga per essersi lasciata sedurre per anni da una leadership corrotta che l’ha trascinata sempre più in basso; che ha demolito le sue istituzioni giudiziarie, l’esercito, il sistema scolastico. Che è stata disposta a mettere a repentaglio l’esistenza del Paese, pur di evitare che il primo ministro finisse in prigione”.[1] E, nonostante anche Netanyahu, la sua tirannia e gli attacchi contro i palestinesi, come quello di luglio a Jenin, ciò che ha fatto Hamas è indicibile.
Non solo, ma la spirale di violenza che ha innescato e che ci sta portando sul baratro di un conflitto le cui proporzioni rischiano di ampliarsi con gli schieramenti dall’una e dall’altra parte, sta investendo gli ebrei nel mondo, con il riaccendersi di un antisemitismo che, sempre silente, ora pretende legittimazione dai bombardamenti su Gaza e sui civili inermi. Pietre d’inciampo oltraggiate, nauseanti svastiche sui muri, contrassegni ebraici sulle case parigine, l’incendio al cimitero ebraico di Vienna, pogrom, l’attacco nell’aeroporto in Daghestan, episodi come non si vedevano dai tempi della Germania nazista sono un segnale pericolosissimo per tutti coloro che hanno creduto, illudendosi, che i confini di una civiltà fossero raggiunti definitivamente e ormai inviolabili.

Purtroppo ciò che è accaduto il 7 ottobre ha finito per estremizzare ancora di più le fazioni, per polarizzare il mondo, anche quel mondo che non è né israeliano né palestinese e che, proprio per rispetto alla sofferenza di due popoli e a una storia fatta di dolorosi conflitti ed estenuanti tentativi di accordi, sarebbe preferibile evitasse posizionamenti da stadio e guardasse con sguardo compassionevole agli uni e agli altri. Chi non è sotto le bombe dovrebbe lavorare per moderare i toni, cercare parole per non esacerbarli, soprattutto se è comodamente seduto nel salotto di casa sua. Gli estremismi rappresentano il sonno della ragione, soprattutto quando nel caso di due integralismi, religiosi e politici, Hamas e il Likud nazionalista di Netanyauh, impediscono a partiti più moderati – l’ANP o le forze democratiche nella società israeliana – di poter interloquire o, divenuto ora impossibile questo, quantomeno di considerare l’umanità nell’altro attraverso la propria sofferenza. Sono anche i fanatismi, gli estremismi, gli integralismi responsabili di questi massacri. È la mancanza di uno sguardo illuminista e illuminato a nutrire l’intolleranza; l’incapacità di superare le radicalizzazioni a impedire ai miti, ai pacifici, ai moderati di far sentire una voce diversa dall’urlo della bestia.

Hamas non è il rappresentante di tutti i palestinesi, anche se si pone come tale in concorrenza con l’ANP; il governo ultradestra di Netanyahu non rappresenta tutti gli israeliani, come dimostrano le manifestazioni di piazza contro la sua prepotenza e il tentativo di riformare il sistema giudiziario. Ora, è giocoforza, queste voci contrarie taceranno: troppo è l’odio scatenato. Ma le energie meno coinvolte cerchino di esplorare possibili per quanto ancora incerti percorsi di riconciliazione: certo non è bruciando le bandiere o sostenendo gli atti di terrorismo di Hamas né inneggiando, dall’altro lato, contro l’islam l’approccio giusto da parte della società civile.
Se una Edith Bruck, scampata ai campi di sterminio, deve vedere il più feroce pogrom dai tempi della Shoah e se tanti palestinesi devono sentirsi stranieri nella loro terra e vivere da oppressi, ancora in una condizione di apartheid, vuol dire che chi avrebbe dovuto mediare, cercare strade non ha parlato né riflettuto abbastanza: il rischio è che questa terra, contesa tra due popoli, diventi un triste, desolato cimitero per entrambi e che la storia, se le persone continueranno ad usare – come ha detto Youval Noah Harari – le ferite del passato per infliggere le ferite del presente, si trasformi per secoli in una gara di sofferenza. Si può scegliere diversamente? Israeliani e palestinesi riusciranno mai ad abbattere il muro che li divide e a vivere in due stati, lo Stato libero d’Israele e lo Stato libero di Palestina? Certo l’ipotesi di uno Stato binazionale, come sposata da qualcuno, in un tempo in cui si fa a gara a chi semina più morte e l’odio rende impensabile ogni convivenza, appare inattuabile; in realtà oggi, tra corpi martoriati, vite finite e città distrutte, appare lontano anche ciò che fu stabilito con gli accordi di Oslo, ma se c’è una, una sola possibilità il mondo intero deve mobilitarsi, sia nelle sue migliori energie diplomatiche come nelle espressioni di una società civile che eviti di schierarsi nelle piazze gli uni o contro gli altri e di rinfocolare rancore e odio sui social.

FOTO EPA/ABIR SULTAN

[1] Repubblica, 12 ottobre 2023



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