Confondere il dissenso con la censura: riflessioni sulla contestazione a Roccella

La censura, in particolare, su un libro, ha echi pericolosi legati a doppio filo alla cultura totalitaria: se non sei d’accordo prima leggi il testo, ti prepari, poi intervieni anche duramente, ma a ragion veduta. A Torino con la contestazione a Roccella questo non è successo, e nel caotico mettere insieme critiche ai dirigenti della regione Piemonte, questione climatica e proclami in difesa della legge 194 (che la ministra sostiene e che difende) la contestazione ha mostrato la sua inefficacia. Dissentire è una parola importante nella pratica di opposizione: nella sua radice c’è l’ascolto, il sentire appunto. Come si può dissentire, onorando il senso dell’agire conflittuale costruttivo, se nemmeno si conosce e si ascolta l’avversaria?

Monica Lanfranco

“Un ginecologo cattolico, Adriano Bompiani, disse una volta che le donne sono disposte a tutto per avere un figlio, e disposte a tutto per non averlo. È così. L’ho capito anche pensando a mia madre. Se una donna rifiuta il minuscolo esserino che è entrato dentro di lei senza chiedere il permesso, se lo vive come un alieno ostile che le cresce in seno e prende possesso del suo corpo contro la sua volontà, è disposta a rischiare la vita, a uccidersi e ucciderlo, pur di cacciarlo via da sé. La maternità ha un suo lato oscuro, non è tutta luce. Mettere al mondo una vita, sentire un altro corpo che cresce nel tuo, richiede di fare ordine nel groviglio di pulsioni e sentimenti appassionati, violenti e contraddittori che si scatenano. Le femministe sostenevano che l’aborto «esula dal territorio del diritto», ma è vero anche per la maternità, che la cultura patriarcale non ha mai saputo e voluto pensare, a cui ha eretto un mito fasullo per evitare di riconoscerle importanza e centralità. La cittadinanza, nelle democrazie occidentali, è costruita sul concetto di individuo, che etimologicamente significa che non si divide, ed esclude, quindi, le donne. Il corpo materno infatti si divide, per nove mesi è due in uno, creature distinte in un unico corpo. Il risultato è che una donna non è cittadina, non è soggetto di diritti se non appiattendo la differenza e lasciandosi assimilare al maschio-individuo, svalorizzando il potere di generare e confinandolo nel privato”. È un passaggio del libro Una famiglia radicale di Eugenia Roccella: un testo denso, ben scritto e coinvolgente, che ho acquistato a fine gennaio di quest’anno in versione digitale incuriosita dal ritratto uscito a firma di Raffaele Oriani su Repubblica, testata non certo tenera nei confronti di questo governo.
Roccella fu subito criticata da una parte della sinistra e del femminismo per avere detto che ‘l’aborto è il lato oscuro della maternità’, e per aver altresì detto che abortire è purtroppo un diritto delle donne.
Sia il brano tratto dal libro sia le due affermazioni della ministra di un governo di destra estrema, eppure attivista radicale nonviolenta e femminista (non ha mai rinnegato il suo passato) sono non soltanto condivisibili, ma a pieno titolo parte della riflessione femminista.

Roccella provò a spiegare quel ‘purtroppo’ e l’affermazione sull’oscurità della maternità anche sulla tv pubblica a Lucia Annunziata che, in un crescendo disordinato di interruzioni e confusione di ruolo eruppe in una parolaccia e, ormai nel pallone resasi conto della brutta figura, non colse l’assist che la ministra mitemente le offrì. “Vedo che si coinvolge”- disse sorridendo Roccella alla collega la quale, invece di ammettere la sua passionalità e quindi in parte poter giustificare la caduta di stile umana e professionale negò recisamente l’evidenza.

Peccato allora e peccato anche per quello che è successo a Torino al Salone del libro sabato 20 maggio scorso, perché si è persa un’occasione di confronto e conflitto con, a mio parere, l’unica componente interessante e potenzialmente alleata del movimento delle donne di questo governo, mettendo in scena una brutta pagina di censura e arroganza che nulla hanno a che spartire con il dissenso.
Non so perché Roccella, donna con bagaglio culturale, politico e stile umano assai lontano da quello di molti esponenti del governo ne faccia parte: nella storia recente alcune donne di valore e femministe, quali l’avvocata Tina Lagostena Bassi e la giornalista di Noi donne, (testata storica dell’Udi), Roberta Tatafiore ad un certo punto abbandonarono la sinistra per scegliere partiti e giornali di destra. Se vi prenderete due minuti per vedere il video girato al Salone ascolterete la ministra che, più volte, invita al dialogo, offre il microfono ad una giovane che legge indisturbata un documento, dice chiaramente che non vuole che nessuno venga portato via dalle forze dell’ordine, invita a stare dalla parte delle donne contro l’utero in affitto ricordando che, in contemporanea alla contestazione che sta subendo, ci sono gruppi femministi a Milano che manifestano contro la fiera Wish for a baby. Il tutto senza urlare, senza scomporsi, appellandosi alle pratiche della giovinezza che racconta nel libro, dove descrive figure di donne coraggiose del movimento radicale come la madre Wanda Raheli e Adele Faccio, alle quali il femminismo e la sinistra italiana devono molto, così come a Emma Bonino e Adelaide Aglietta.

Le persone che hanno impedito alla ministra di presentare il suo libro hanno sbagliato, dal mio punto di vista, e provo a spiegare perchè. Quello annunciato non era un comizio, ma appunto la presentazione di un libro, un testo autobiografico, che può interessare o meno ma che racconta uno dei momenti di snodo storico della nascita dei diritti delle donne, la lotta per il divorzio e per la legge 194. Chi per età non ha vissuto quel periodo avrebbe, nella lettura del libro, da imparare una storia che purtroppo non viene raccontata spesso. Impedire ad una autrice, ministra di un governo del quale non condivido quasi nulla, ma che in questa circostanza interveniva per parlare di sé e della sua storia è quanto di più lontano dalla pratica della relazione femminista della quale Roccella molto parla nel libro.
“Abbiamo dimenticato che prima del femminismo e dell’ondata sessantottina, una ragazza senza marito, incinta, era solo una puttana, la vergogna della famiglia. La gravidanza era accolta con lacrime di disperazione, amari pentimenti, minacce di buttare la figlia fuori di casa, scenate violente o patetiche. La madre era spesso costretta ad abbandonare il frutto della colpa, e a lasciarlo crescere in orfanatrofio. I maschi invece potevano scomparire in perfetta tranquillità, ignorando le conseguenze dei propri comportamenti, e potevano rinnegare le responsabilità nel modo più sprezzante e offensivo «chi me lo dice che il figlio è mio, chissà con quanti altri sei stata»…Sono innumerevoli le prese di posizione in cui l’aborto è messo a fuoco come ferita fisica e simbolica, non certo come diritto. In un documento del ’75 un importante collettivo milanese sostiene, per esempio, che l’aborto non rappresenta «una conquista di civiltà, perché è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza»; e una leader indimenticata come Carla Lonzi sintetizza la questione con rara e semplice efficacia: «L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire».

La censura, in particolare, su un libro, ha echi pericolosi legati a doppio filo alla cultura totalitaria: se non sei d’accordo prima leggi il testo, ti prepari, poi intervieni anche duramente, ma a ragion veduta. A Torino questo non è successo, e nel caotico mettere insieme critiche ai dirigenti della regione Piemonte, questione climatica e proclami in difesa della legge 194 (che la ministra sostiene e che difende) la contestazione ha mostrato la sua inefficacia. Dissentire è una parola importante nella pratica di opposizione: nella sua radice c’è l’ascolto, il sentire appunto. Come si può dissentire, onorando il senso dell’agire conflittuale costruttivo, se nemmeno si conosce e si ascolta l’avversaria?



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