Considerazioni repubblicane in morte di The Queen

Elisabetta II ha incarnato la funzione tipica (e residuale) delle monarchie nella modernità matura, ovvero quella di assicurare alla società un qualche ancoraggio conformistizzante, emozionando l’immaginario collettivo con uno star-system particolarmente efficace grazie all’esibizione dei corollari istituzionali del “sangue blu”. Resta ora da capire se la monarchia inglese sopravviverà alla morte della regina e all’avvento di suo figlio.

Pierfranco Pellizzetti

È così stupefacente che una coriacea signora di novantasei anni alla fine si arrenda all’inesorabile scorrere del tempo e ponga fine alla sua vicenda terrena? Era così imprevedibile che giungesse al suo termine un regno durato la bellezza di settant’anni?
Francamente “la viva emozione e il profondo cordoglio” per la dipartita della regina inglese – enfatizzati dai media a reti unificate – risultano abbastanza di maniera; in larga misura ruffiani, in linea con il pensiero pensabile più conformista.
Infatti The Queen, nata Elisabeth Alexandra Mary Windsor, regina del Regno Unito di Gran Bretagna, Irlanda del Nord e altri reami del Commonwealth, risulta un personaggio incolore; completini color pastello e cappellino in tinta a parte.
Anche perché per l’intero mandato ha svolto un ruolo pressoché decorativo, esercitato con la puntigliosa tutela della propria inavvicinabilità ritualizzata e spocchiosa, mentre nella quotidianità privata collezionava esiti che per altri soggetti si sarebbero definiti fallimentari: madre di figli viziati, cresciuti senza diventare adulti e responsabili (dal patetico Carlo, il manichino a imitazione di suo zio Edoardo duca di Windsor, lo svaporato più elegante del Novecento e pure un po’ nazista, all’inquietante Andrea, il rampollo prediletto, bulimico consumatore di corpi minorenni, sempre con un sorriso da paresi stampato in volto); suocera terrorizzante di nuore psicolabili; moglie del Filippo di Mountbatten, il duca d’Edimburgo belloccio e impettito che la metteva incinta per poi andarsene in giro per il mondo a fare il viveur (tanto da imporre perfino alle proprie esequie l’imbarazzante presenza della sua ultima favorita).

Questo il bel quadretto che un corpo estraneo, quale Lady Diana, definiva “la ditta”. Valutazione certamente perfida, ma con un evidente aspetto di verità: al di là delle valutazioni moralistiche (o magari per questo), sono proprio gli aspetti personali, estetici e comportamentali, ad aver generato la risonanza planetaria della Royal Family, trasformandola in un brand pop e in una multinazionale valutata 150 miliardi di sterline[1]. Successo ottenuto mettendo a frutto la specifica inclinazione britannica all’invenzione di tradizioni. Particolarmente apprezzate da un consumo di massa bramoso di simboli identitari e privo inevitabilmente di memoria storica.
Come ha scritto il politologo British Anthony Giddens – prima di ascendere al rango di “Mazzarino della Terza Via” – «tutte le tradizioni sono inventate, […] Costruite deliberatamente o meno, incorporano potere: re, imperatori e altri ne hanno sempre inventate su misura per i propri scopi»[2]. E lo scopo per la famiglia reale del Regno Unito è sempre stato quello di fare soldi. Né più né meno come un tipico articolo everygreen della (presunta) tradizione inglese: il kilt – secondo narrazioni correnti – millenario capo d’abbigliamento scozzese, Braveheart compreso, in effetti «inventato, all’inizio del secolo XVIII, da un industriale del Lancashire, Thomas Rawlinson» per intenti squisitamente speculativi[3].

E grazie agli Windsor larga parte del merchandise marcato Union Jack è diventato un must; un oggetto del desiderio di tutte le mezze calzette ansiose di “darsi un tono” (tipo il giornalista RAI Antonio Caprarica e le sue inguardabili cravatte a plastron), con evidenti ritorni commerciali ai vari livelli della business community dell’isola (a partire da Buckingham Palace, giù, giù fino agli stilisti imitatori di Mary Quant e all’industria discografica della musica di plastica, sempre alla ricerca di fenomeni miliardari dopo Beatles e Rolling Stones). Una banalizzazione mercantile del mito che si è portata dietro un fenomeno che ha trovato nella monarca la propria personificazione: il revival della fierezza imperiale britannica negli strati popolari di una nazione in declino da decenni. Appunto, un trend che veniva da lontano, in cui il rimpianto per il tempo andato diventava sentimento struggente. Come ha scritto lo storico Eric J. Hobsbawm, «il sistema mondiale era stato un tempo stabilizzato dall’egemonia o almeno dalla centralità dell’economia britannica e della sua valuta, la lira sterlina. Tra le due guerre la Gran Bretagna e la sterlina non furono più forti a sufficienza per portare quel peso, che poteva essere rilevato soltanto dagli USA e dal dollaro».[4] In altre parole, il trauma psicologico collettivo nella presa d’atto del passaggio di centralità del sistema-Mondo da Londra a Washington, di cui la regina Elisabetta II è stata – seppure priva di consapevolezza al riguardo – la rassicurante infermiera. Grazie agli scintillii rassicuranti dei rituali del buon tempo antico, di cui reali e famiglia erano i celebrati testimonial. Intanto la società incartapecoriva insieme all’establishment più blasé al mondo; dunque inutile, come i suoi riti anacronistici ormai ridicoli, dalla caccia alla volpe alla parata ad Ascot dei gentlemen in tight grigio perla e ladies agghindate con cappelli a piazza d’armi come in un set di My Fair Lady.

Un lento declino per buona metà del regno elisabettiano da sembrare inarrestabile, che fu arrestato nel 1979 dall’improvvisa irruzione di un personaggio – Maggie Thatcher – che lo storico inglese naturalizzato americano Tony Judt descrive con una certa brutalità risentita «una parvenu della lower middle-class con un’inclinazione per gli uomini d’affari nouveau riche»[5]. La sterminatrice della vecchia Inghilterra aristocratica e – a suo dire – “wet” (piagnucolosa e smidollata), spazzata via da ceti emergenti della finanza e della speculazione. Un mondo rampante, in perenne arrampicata sociale, di cui la figlia del droghiere di Granthan, cittadina del Lincolnshire nelle Midlands Orientali, era il prototipo e il nume protettore (conquistandosi così – stando ai si dice – la perenne avversione di Sua Maestà). Un avvento che fa piazza pulita anche di un altro pezzo di società inglese. Ossia, il lavoro sporco nella cancellazione del lavoro organizzato come primario soggetto politico; che raggiunse l’acme nella mattanza di minatori e dei loro sindacalisti comandata da Margaret Thatcher in quella che è passata alle cronache come “la battaglia di Orgreave” nello Yorkshire del Sud, il 18 luglio 1984. Uno scontro segnato dall’inaudita violenza della polizia in assetto anti sommossa e affiancata da reparti a cavallo, che assalì, arrestò e picchiò selvaggiamente i lavoratori, con alla loro testa il leader Arthur Scargill; che lasciarono sul terreno due morti, migliaia di feriti e 11mila arresti. In seguito, dopo un processo, la polizia dovette risarcire con 425mila sterline trentanove minatori mandati in galera con accuse risultate false. E nessuno della famiglia reale mosse un dito o spese una parola per contestare questa pulizia etnica dell’Inghilterra che fu e della sua gente; i suoi beneamati sudditi. Probabilmente poco “Cool Britannia” ai loro occhi, sempre attenti al glamour e al marketing promozionale.

Difatti dopo Orgreave niente fu più come prima nel Regno Unito. E la contro-rivoluzione thatcheriana-reaganiana poté procedere con gli stivali delle sette leghe alla costruzione di una società dei tanto apprezzati abbienti contro i sempre disprezzati poveracci. Seguendo una consolidata tendenza culturale del luogo: David Ricardo, nei suoi Principi di economia politica, poteva scagliarsi contro ogni forma di assistenza sociale che – a suo dire – avrebbe trasformato “la potenza e la ricchezza in miseria e debolezza”; il cugino di Charles Darwin – Francis Galton, inventore della pseudo-scienza Eugenics – proporrà addirittura la sterilizzazione dei “poveri inutili”, rei di infettare la razza inglese con i loro vizi e con l’incapacità “costituzionale” di inserirsi nel mondo del lavoro.

La nuova Inghilterra dei nuovi ricchi ha fatto persino piazza pulita del rassicurante profilo classico della city, grazie all’avvento di archistar visionarie che ridisegnano lo skyline londinese all’insegna dell’esibizionismo pacchiano, molto spirito dei tempi. Tempi destinati a durare una breve stagione, che il solito Judt definisce “gli anni delle locuste” («lo sconforto della mediocrità compiaciuta»[6]). Culminata nell’avvento del thatcheriano da Terza Via Tony Blair, «il leader non autentico di un paese non autentico»[7]. Fatto sta che oggi Londra è una città venduta all’incanto; assurta a paradiso degli agenti immobiliari che offrono a prezzi stellari (pare, secondi solo a quelli parigini nell’Île de Saint Luis) storici immobili di quartieri residenziali a una fauna di apprezzati invasori, composta da oligarchi russi e sceicchi del petrolio. A fronte dell’espulsione degli antichi residenti.

Dunque, inglesi in fuga perfino dalla loro capitale, come da un sano orientamento al futuro. Quanto avvenuto nell’ultima vicenda significativa nel lungo regno di Elisabetta II: il referendum del giugno 2016 che ha prodotto l’effetto Brexit (l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea), in cui sono prevalsi i voti delle periferie e delle provincie, con le loro “piccole genti” all’inseguimento del sogno di antiche grandezze incarnate dalla regina in carrozza e dal suo codazzo da parata; l’epopea di Orazio Nelson a Trafalgar o il “vi prometto lacrime e sangue” di Winston Churchill ai Comuni, nell’ora più buia del 1940. E il Guardian del 7 maggio 2017 titolò “La grande rapina britannica alla Brexi: come la nostra democrazia è stata dirottata”.

Il motivo per cui su questo target ha fatto preda in maniera così devastante la sirena della grandeur nazionalista, lo ritroviamo nel racconto di Christopher Wylie, uno egli “gnomi” di Cambridge Analytica, il braccio armato dell’operazione Brexit, poi diventato il suo whistleblower, il pentito che denuncia. Che quando gli fu chiesto da un giornalista “che cos’è Cambridge Analytica?” rispose: “lo strumento psicologico di Steve Bannon per fottere il cervello della gente”; ossia strumentalizzando il fenomeno della «segregazione cognitiva, dove le persone esistono nei propri ghetti informativi»[8]; grazie al lavorio dei signori del pensiero per indurre comportamenti, tanto di consumo come di scelte elettorali.

Dunque una vicenda di manipolazione collettiva di target particolarmente vulnerabili; resi tali anche in quanto sottoposti agli effetti stordenti di messaggi retroversi; quali quelli provenienti dalla “ditta” Windsor.

Più in generale, la funzione tipica (e residuale) delle monarchie nella modernità matura, di assicurare un qualche ancoraggio conformistizzante inducendo nella società la tendenza a volgersi al passato. Sostanzialmente un effetto placebo, ottenuto emozionando l’immaginario collettivo con uno star-system particolarmente efficace grazie all’esibizione dei corollari istituzionali del “sangue blu”.

Resta ora da capire se la monarchia inglese potrà sopravvivere al decesso di Elisabetta e all’avvento di suo figlio; lo stralunato, goffo e impopolare Carlo III.

Sempre che tale sovrastruttura e chi la incarna mantengano ancora una qualche utilità. Non facile da scorgere.

Valgano al riguardo le parole di Alexis de Tocqueville, impareggiabile analista dell’Ancien Régime e della sua caduta: «quando la nobiltà detiene non soltanto dei privilegi, ma dei poteri, quand’essa governa e amministra, i suoi diritti specifici possono essere ad un tempo maggiori e meno evidenti. […] Via, via che la nobiltà desiste da tali compiti, il peso dei suoi privilegi sembra farsi maggiore, anzi essi finiscono coll’apparire ingiustificati e incomprensibili»[9].
Ci si preannuncia un Regno Unito repubblicano?

CREDIT FOTO: ANSA/POOL POOL

[1] Sabina Provenzani, “La Royal Family, una multinazionale” il Fatto Quotidiano 9 settembre 2022

[2][2] A, Giddens, Il mondo che cambia, il Mulino, Bologna 2000 pag. 56

[3] Ivi pag. 53

[4] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995 pag. 319

[5] T. Judt, Postwar, Laterza, Roma/Bari 2017 pag.669

[6] T. Judt, Novecento, Laterza, Roma/Bari 2012 pag. 383

[7] T. Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Roma/Bari 2011 pag. 219

[8] C. Wylie, Il mercato del consenso, Longanesi, Milano 2020 pag. 283

[9] A. de Tocqueville, L’antico regime e la rivoluzione, in Scritti politici Vol. I, UTET, Torino 1969 pag. 638



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