Conte, quale visione politica?

C’è una visione dietro la scelta di Conte o la sua è stata la mossa impulsiva del leader di un Movimento che non è cresciuto politicamente, rimanendo ancorato a un egocentrismo politico?

Teresa Simeone

Quando si assume una posizione non in un gruppo informale ma nella maggiore istituzione democratica di una Repubblica, il Parlamento, è perché si ha un obiettivo: qual è quello di Conte? Qual è la sua visione politica? È inevitabile chiederselo da quando l’avvocato, il professore prestato alla politica che, una volta dismessi gli abiti da premier, non è tornato all’impegno universitario ma nell’agone c’è rimasto  e volentieri – accreditandosi per le posizioni europeistiche e progressiste, l’equilibrio, la capacità di parlare alla pari nei contesti UE, l’assunzione di responsabilità nell’emergenza pandemica, i toni pacati da politico misurato – ha assunto una posizione completamente in contrasto con la sua moderazione, sorprendendo per quel ritorno alle origini di un movimento alla cui nascita, peraltro, lui non ha partecipato ma la cui natura “anti”, per non dire “vaffa”, rappresentata pasionariamente da Taverna e da Di Battista, sta di fatto condividendo.

L’unico risultato di questo atteggiamento è che si è messo in crisi, esponendo il Paese a rischi per il futuro, in un momento delicatissimo – ripresa del Covid, siccità, guerra in Ucraina, emergenza ambientale, necessità di reperire risorse energetiche per il prossimo inverno, aumento dell’inflazione –, un governo che, tra alti e bassi, stava comunque portando a termine una serie di provvedimenti.

Quali appaiono, al momento, gli effetti di tale sua presa di posizione? Si è messa in pericolo la stabilità dell’Italia e dell’Unione Europea; si è preclusa la possibilità di un’alleanza M5S-centrosinistra che avrebbe consentito un’alternativa concreta alla destra; in particolare, si sono poste le basi per consegnare il Paese, se ci saranno elezioni a breve, a Giorgia Meloni, che ha giocato molto bene le sue carte e, con l’aumento del bacino elettorale, in base al patto del centrodestra, sarà la prossima presidente del Consiglio. Come se non bastasse, la chiamata alle armi della propria gente non pare abbia realizzato tanta messe di consensi, considerando la spaccatura all’interno del Movimento, in cui non tutti sono d’accordo a staccare la spina al governo Draghi, come risulta dalle dichiarazioni delle ultime ore. Non c’è stato, finora, tuttavia, alcun passo indietro, anzi un’esasperazione dei toni che era esattamente ciò di cui, forse, aveva bisogno Mario Draghi per avere ancora più chiaro il quadro della situazione: come potrebbe, anche se ha la maggioranza formale, continuare a governare non con una forza, ma addirittura due, Fratelli d’Italia e M5S, all’opposizione? Certo sono le regole della democrazia, ma il premier, chiamato a traghettare un sistema che si era autodichiarato, al di là dei piani renziani, inabile a trovare una soluzione, impantanato e tirato fuori dalle sabbie mobili da Mattarella – in occasione della cui rielezione di nuovo quel sistema si era dimostrato incapace di scegliere –non è un professionista della politica, aveva chiesto un’ampia coalizione per accettare l’incarico e dunque, una volta venute meno le condizioni, sceglie, liberamente e democraticamente, di non continuare a ricoprirlo.

Per quanto riguarda Conte, l’unica spiegazione possibile del suo irrigidimento è che, dopo aver governato, con la destra e la sinistra e tutto l’arco parlamentare, escluso FdI, ora abbia bisogno di ritrovare, in vista delle prossime scadenze, i propri elettori, molti dei quali delusi dal sostegno al governo Draghi: sia che si voti a ottobre sia che si voti alla fine della legislatura, la perdita di consensi chiede un cambio di rotta e dunque un ritorno alla battaglia e all’opposizione. Ma il Paese reale vuole veramente il caos, in questo momento, con le nubi all’orizzonte di un conflitto, e conseguenze annesse, che ancora non si è definito nei suoi sviluppi? È ovvio che Draghi, personalità decisa, non bizantina, lontano com’è dai giochi di palazzo e dai tatticismi, piaccia o non piaccia abituato alla concretezza, dovendo contare su alleati fedeli, di fronte al ricatto di Conte non ceda. Ha più volte ribadito che è necessaria una convergenza ampia di tutte le formazioni politiche, un esecutivo forte e compatto per affrontare una crisi senza precedenti. Il M5S di Conte, prigioniero delle sue stesse catene, infilatosi in un imbuto senza via d’uscita, torna a essere forza di opposizione, felice di farlo, ma incapace di costruire qualsiasi azione politica efficace: quali saranno le sue possibilità concrete e come potrà pensare di esser utile al popolo se si metterà in condizione di non contare, dimezzato com’è? Certamente l’alleanza con il Pd, che si stava lentamente tessendo, è ormai compromessa – anche se in politica mai dire mai –, quella con altri partiti improbabile, il consenso ridotto, per cui, se è vero che nella sua massima estensione non è riuscito ad avere la maggioranza per governare, dovendo scendere a compromessi prima con la Lega e poi con il Pd e LeU, ora, con una decimazione dei voti, dalla sua prospettiva, quale speranza ha? Qual è la visione di un leader politico che si prepara a prendere una decisione i cui effetti determineranno, come in questo caso, un totale stravolgimento nella vita politica e sociale? Ma la domanda è anche: c’è una visione dietro la scelta di Conte o la sua è stata la mossa impulsiva, disperata e inevitabile, del leader di un Movimento che, ancora sotto la pulsione adolescenziale e romantica delle origini, non è cresciuto politicamente, rimanendo ancorato a un egocentrismo politico che non può essere l’abito con cui presentarsi al Paese e pensare di governarne le mille difficili problematiche?

[FOTO EPA/ETTORE FERRARI/POOL]



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