Undici tesi contro Habermas

Le tentazioni della fede, le illusioni del cognitivismo etico e la rinuncia alla lotta per la democrazia radicale. In libreria il nuovo saggio di Paolo Flores d’Arcais, “Contro Habermas” (Nino Aragno Editore). Ne proponiamo le prime pagine e il sommario.

Paolo Flores d'Arcais

La democrazia deve liberarsi del disincanto. Deve riscoprire le virtù delle religioni. Deve assicurarsi il contributo ormai irrinunciabile che esse possono dare alla convivenza civile governata dal principio della sovranità popolare. Più esattamente: per avere un domani, la democrazia deve rinunciare oggi, definitivamente e irreversibilmente, al “muro di separazione” tra vita politica e fedi religiose, che a partire dall’America di Jefferson ne ha segnato la nascita e accompagnato la diffusione. Deve mandare in soffitta il concetto classico di laicità.

Di più (e peggio). Poiché il suo futuro è inesorabilmente multiculturale, la democrazia deve combattere nel presente ogni cascame ideologico che continui a giudicare le religioni illusione (o, Dio non voglia, superstizione) anziché riconoscerle e incensarle come inesauribili e insostituibili risorse: etiche, politiche, e perfino della vera conoscenza.

Queste, all’osso, le tesi di fondo dell’ultimo Habermas. Sconcertanti, è il meno che si possa dire. Habermas non è una voce fra le tante. Habermas è, da quasi due generazioni, il filosofo (almeno sulla scena continentale). L’erede della scuola di Francoforte, di un pensiero critico, radicalmente critico, verso ogni establishment. Più radicale, anzi, rispetto ai “francofortesi”, perché concretamente più esigente (il pensiero “apocalittico”, da Theodor W. Adorno a Toni Negri, che vede ovunque la subalternità al dominio, con la sua ossessività generica finisce infatti per bordeggiare il pensiero frivolo). Insomma: Habermas è l’intellettuale pubblico che ha saputo dare all’impegno civile la sua veste più recente, quella del patriottismo costituzionale, paradigma capace di fornire al mondo progressista una risposta teorico-politica all’estinguersi dei marxismi. In questo universo di discorso (e di possibile prassi conseguente), una laicità intransigente sembrava scontata.

E invece – ammonisce Habermas ormai conquistato al politically correct – la secolarizzazione è sostanzialmente un abbaglio eurocentrico. Quel processo per cui l’Europa è stata progressivamente conquistata dal “razionalismo occidentale”, le chiese hanno perduto il dominio sui beni mondani, la religione è stata ristretta alla cura delle anime e all’amministrazione del bene-salvezza, diventando questione privata e libera di ogni individuo, tutto questo è un pregiudizio da vecchio continente. E una colpevole illusione/superstizione, simmetrica del peggiore fanatismo clericale, la previsione che in un mondo nato dal binomio scienza più eresia, dove l’uomo è misura e fine di ogni cosa, e la realtà è spiegata empiricamente, la religione debba finire emarginata nella sfera della consolazione irrazionale, sulla scia di un’ipotesi-Dio ormai superflua.

Per Habermas, infatti, post-secolare, anziché non-ancora-secolare (non abbastanza disincantata e laica), è ormai la società occidentale globalmente considerata. Ormai e per fortuna. È infatti un bene, predica Habermas, che le religioni ritrovino un ruolo pubblico – questo il tratto più significativo della società post-secolare – pena l’incapacità della democrazia di affrontare la sfida di convivenze pluraliste da immigrazione inarrestabile, o gli angosciosi dilemmi bioetici, dove nessuno può avere risposte certe all’assedio di domande inedite e ineludibili, che mandano in frantumi venerabili tradizioni di valori.

All’analisi e al panegirico della società post-secolare Habermas ha dedicato un saggio/conferenza che sta facendo il giro del mondo (anche alla lettera, attraverso ripetute “lectures” in diversi paesi e continenti). Il plauso è fin qui unanime: a destra, si sa, la ragione è molto apprezzata, ma solo se e quando si batte il petto per i propri limiti e canonizza le ragioni della fede. A sinistra, è ormai epidemico e finisce subito nella “top ten” tutto ciò che valorizza e incensa le culture “altre”, refrattarie alla vituperatissima “assimilazione” illuminista. Se poi questi leitmotiv vengono suonati sul pentagramma del dialogo, panacea contro ogni conflitto, l’unanimità è assicurato.

Qui vorremmo invece provare a sospendere il giudizio e a esaminare la proposta teorico-pratica di Habermas sine ira et studio, cioè criticamente.

***

“CONTRO HABERMAS” di Paolo Flores d’Arcais, Nino Aragno Editore

IL SOMMARIO

parte prima

DEMOCRAZIA E RELIGIONE

  1. Le avventure del disincanto 11
  2. Democrazia radicale o rivincita di Dio 27
  3. Cittadinanza contro identità 47

parte seconda

UN CONFRONTO RAVVICINATO

  1. Undici tesi contro Habermas 69
  2. Jürgen Habermas: una risposta a Paolo Flores d’Arcais. Repetita iuvant: la religione nella sfera pubblica 85
  3. Paolo Flores d’Arcais: l’insostenibile distinzione di Habermas 95
  4. Riprendiamo il discorso 127

parte terza

ETICA E COGNITIVISMO

  1. Il relativismo etico di Homo Sapiens 147
  2. La leggenda dell’apprendimento morale 167
  3. Intesa e conflitto 191
  4. Modernità e ragione 217

Speranza o illusione 237



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