“Basta con le intimidazioni morali all’università!”. Intervista a Sandra Kostner

Autori censurati, temi tabù, rivendicazioni identitarie. Negli ultimi anni nelle università si è creato un clima di intimidazioni morali e ideologiche che hanno pesanti conseguenze su studenti e ricercatori. Duecento studiosi tedeschi hanno fondato una Rete per promuovere la libertà di ricerca e respingere queste pressioni.

Cinzia Sciuto

Sono già più di duecento le adesioni alla Rete per la libertà di ricerca scientifica fondata poche settimane fa in Germania su iniziativa di alcuni ricercatori tedeschi. Obiettivo è denunciare il clima di intimidazione che negli ultimi anni opprime sempre più il mondo accademico e promuovere la libertà di ricerca scientifica. Di questa iniziativa parliamo con una delle fondatrici, la storica Sandra Kostner, direttrice del master in Interculturalità e integrazione presso l’Istituto superiore di studi pedagogici di Schwäbisch Gmünd.

Sandra Kostner Professoressa Kostner, perché avete sentito il bisogno di fondare questa rete? Oggi, in un Paese europeo democratico, cosa minaccia la libertà di ricerca?

Oggi in Europa – ad eccezione forse dell’Ungheria – le minacce alla libertà di ricerca scientifica non vengono certo dallo Stato, ma dall’interno del sistema stesso e si tratta di pressioni di tipo ideologico, morale e politico. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi cinque-dieci anni circa è l’emergere di una precisa tipologia di ricercatori che considerano la ricerca e l’insegnamento innanzitutto un mezzo per realizzare la propria visione del mondo, per modellare la società su di essa. Si tratta di ricercatori che hanno una vera e propria agenda politico-ideologica, che vogliono perseguire attraverso la ricerca e l’insegnamento. Poiché si tratta appunto di modellare la società, questa tipologia di studiosi la si incontra soprattutto in quelle discipline che per propria natura sono particolarmente vulnerabili alle ideologie, ossia le scienze sociali e umanistiche. Ma gli effetti di questo fenomeno ricadono anche su altri campi: per esempio, uno dei temi su cui la discussione si accende spesso è quello del genere e non è raro che i biologi vengano pesantemente osteggiati perché affermano che dal punto di vista biologico i generi sono due, XX e XY, con una piccolissima percentuale di intersessuali. Questa è la distinzione biologica, che però non si adatta alla visione di coloro che sostengono che il genere è un costrutto puramente sociale e che ognuno deve poter arbitrariamente scegliere a quale genere appartenere. Per costoro naturalmente la biologia rappresenta un pesante affronto. Sanno bene che la loro ideologia non è sostenibile, semplicemente perché la biologia porta prove che loro non possono portare. E poiché non possono colpire la biologia sul terreno degli argomenti, gettano discredito sui biologi, accusandoli di sessismo, di essere di destra, di essere razzisti eccetera. Così, si avvelena il clima della ricerca nelle università. In alcuni dipartimenti sia gli studenti sia i ricercatori hanno paura di parlare liberamente, perché pensano che possa essere rischioso per la loro carriera. Nel corso degli ultimi anni ho ricevuto sempre più spesso segnalazioni di studenti che mi confessavano di avere paura di argomentare liberamente, per timore di prendere un brutto voto. Oppure studenti che pensano di dover citare determinati autori e invece ignorarne altri per ottenere un buon voto. Naturalmente tutto questo non viene detto esplicitamente. Nessun docente dice che se non citi questo o quell’autore, o viceversa, ti mette un brutto voto, ma si è creato un clima di mancanza di libertà molto pericoloso, sul quale vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica con la nostra Rete per la libertà scientifica.

Può fare degli esempi di casi concreti in cui questa libertà è stata minacciata?

Non voglio fare nomi, perché poi il rischio è che queste persone entrino nel mirino e vengano attaccate. Mi limito a descrivere dei casi tipici. Per esempio, quello che spesso accade è che un paper molto ben strutturato e argomentato, sottoposto alla valutazione di una rivista scientifica venga respinto perché non coincide con la linea ideologica della rivista stessa. Naturalmente si tratta di cose molto difficili da dimostrare. Coloro che sono vittime di questa forma di censura infatti non possono essere certi al 100 per cento che il motivo del rifiuto del loro paper sia ideologico. Si limitano a osservare che rispetto alla media degli articoli pubblicati su quella rivista il loro era decisamente più solido sul piano empirico e che quindi il motivo del rifiuto deve risiedere altrove. Oppure talvolta capita che vengano richieste delle modifiche, per esempio l’inserimento di determinati autori considerati “imprescindibili”. Un altro effetto di questo fenomeno ha a che fare con i finanziamenti. Racconto la vicenda di Susanne Schöter, stavolta citandola apertamente perché lei stessa ha reso pubblico quanto le è accaduto. La professoressa Schröter è una etnologa esperta di islam, direttrice del Centro di studi sull’islam globale alla Goethe Universität di Francoforte. Nel maggio del 2019 ha organizzato una conferenza sul velo, invitando relatori sia contro sia a favore dell’uso del velo. Ecco, da allora fa molta fatica a trovare finanziamenti per le sue ricerche. Cosa è successo? Può essere certamente che i suoi progetti di ricerca siano improvvisamente diventati scadenti, ma la cosa è decisamente improbabile nel caso di una ricercatrice così affermata e stimata come la professoressa Schröter. Semplicemente da quel giorno viene vista con occhi diversi.

 

Lei lavora nell’ambito degli studi sull’immigrazione e l’integrazione, che è uno dei settori su cui questo tipo di pressioni si esercita in maniera particolare. Ne è stata vittima anche personalmente?

Lavoro in una università di una regione rurale della Svevia dove non ci sono molti colleghi ideologici, il che aiuta… Se lavorassi a Berlino sarebbe diverso. Ma anche io ho avuto esperienze spiacevoli. Ne racconto una che mi ha fatto davvero riflettere. Nella primavera del 2017 ho organizzato una serie di lezioni sul tema “Libertà e autodeterminazione nell’islam”, invitando relatori di diversi orientamenti. Uno di loro a un certo punto della sua relazione ha parlato del velo (ebbene sì, il velo è uno dei nodi cruciali di questo dibattito). L’ospite ha fatto un excursus storico, parlando di come l’uso del velo sia cambiato nel tempo, del suo uso prima di Maometto, durante l’epoca del profeta e dopo. E poi ha detto che naturalmente se oggi una donna adulta vuole portare il velo è libera di farlo. Ma ha anche aggiunto che questa donna deve essere consapevole di portarsi addosso i segni del patriarcato e che per questo indossare il velo non è accettabile per le insegnanti, in quanto negherebbe la neutralità dello Stato. A quel punto una studentessa che portava il velo si è alzata e ha lasciato la sala. Naturalmente era suo diritto, anche se è un comportamento immaturo che fa morire sul nascere il dibattito. In ogni caso alcune settimane dopo questa studentessa, che io non avevo mai visto prima e che era venuta di sua iniziativa a una conferenza pubblica, mi ha annunciato che avrebbe sporto denuncia contro il relatore per incitazione all’odio, un’accusa del tutto infondata, perché quello che il relatore aveva detto è esattamente quello che ha affermato la Corte costituzionale tedesca sul tema. Mi ha anche detto apertamente che il suo obiettivo era impedire che all’università venisse di nuovo invitato qualcuno che critica il velo perché, sosteneva, lei ha diritto a un percorso di studi non discriminatorio e questo per lei significa non dover ascoltare nessuna critica sul velo all’università.

Facendo un po’ l’avvocato del diavolo, dove sta il problema se si chiede all’università una maggiore sensibilità nei confronti di gruppi che storicamente hanno subito e spesso continuano a subire discriminazione?

Il problema è che l’università ha una chiara funzione nella nostra società, una funzione che può svolgere a pieno solo in un contesto di libertà di pensiero. Le università sono l’agorà delle idee, dell’innovazione, della creatività. E tutto questo non può emergere se vengono posti dei paletti per i quali ci sono cose che a prescindere non possono essere dette perché qualcuno potrebbe sentirsi ferito. E non è una questione di sensibilità. Io non sono certo fra coloro che vanno dritti come un treno, dando colpi a destra e a manca e cercando di fare più danni possibili, anzi. Qui non siamo però di fronte a una questione di sensibilità ma di potere. Parliamo di una forma di intimidazione morale con la quale si possono esercitare pressioni sull’intera società, peraltro in maniera totalmente arbitraria perché i miei sentimenti feriti non sono dimostrabili. Mentre l’università è, o dovrebbe essere, il luogo dove tutto può essere sottoponibile a verifica. I sentimenti sono il contrario del sapere. Lo dico in maniera volontariamente provocatoria: le università non sono centri terapeutici. Non è quella la loro funzione, esattamente come non è compito dei centri terapeutici portare innovazione e conoscenza. Sono due funzioni diverse.

Non c’è però il rischio che alcune ricerche vengano strumentalizzate da destra? Non è un problema che i ricercatori si devono porre?

Innanzitutto, se guardiamo all’interno del sistema accademico, almeno in Germania ma credo che la cosa valga per molti Paesi occidentali, la stragrande maggioranza del personale docente e dei ricercatori è politicamente orientato a sinistra, per cui dall’interno del sistema stesso non c’è nessun pericolo di strumentalizzazione da destra. Semmai c’è il rischio contrario. Molti di quelli che io chiamo ricercatori-ideologi sono più vicini alle frange più estremiste della sinistra, ma nessuno si pone il problema che le loro ricerche possano essere strumentalizzate da sinistra. E io non mi sognerei mai di dire loro che non hanno il diritto di fare ricerca in quella direzione o che dovrebbero porsi il problema di chi usa le loro ricerche, perché già sarebbe commistione fra politica e scienza, che invece vanno tenute il più separate possibile perché nella scienza non devono entrare in circolazione troppe “monete straniere”: la sola moneta valida nella scienza è la conoscenza.

La ricerca scientifica, come qualunque altra attività, ha già dei limiti, che sono quelli fissati dalla Costituzione e dalle leggi. Tutto quello che non cade entro questi limiti deve poter essere sottoposto a libera indagine. La mia libertà di ricerca comincia a finire nel momento in cui mi chiedo chi potrebbe beneficiare o chi potrebbe essere danneggiato dalle mie ricerche.

Le cosiddette scienze sociali però, a differenza delle scienze naturali, non hanno uno statuto epistemologico definito. In materie come sociologia, antropologia eccetera gli elementi ideologici e politici sono inevitabili, no?

Non sono completamente d’accordo, penso che si possa fare seria ricerca sociale senza approcci ideologici. Naturalmente – lo aveva già detto Weber un secolo fa – siamo tutti figli del nostro tempo ed essere consapevoli di questo, metterlo al centro della riflessione, è decisivo. Per cui, se da un alto è innegabile che non si fa ricerca sociale con assoluta obiettività, dall’altro penso che faccia una grossa differenza se un ricercatore in maniera consapevole utilizza il proprio campo di studi per realizzare la propria visione politica. Questa è una forma di truffa, perché è il compito della politica non della scienza. Per cui dico a questi colleghi: fate politica! E invece no: utilizzano l’autorità della scienza per perseguire scopi politici. Minando così l’autorità della scienza stessa! Alcune discipline, come per esempio la mia, sono totalmente discreditate agli occhi dell’opinione pubblica perché – nonostante i tanti colleghi che lavorano in maniera esemplare, con studi empirici fatti a regola d’arte – a ottenere visibilità sono quasi esclusivamente i ricercatori più ideologizzati.

In questo naturalmente i media svolgono un ruolo decisivo…

Assolutamente sì. Ci sono diversi fenomeni che si sovrappongono. Da un lato i media tendono a preferire la voce di chi esprime una posizione ideologica netta rispetto a chi offre punti di vista più complessi. Dall’altro sta emergendo sempre più chiaramente una frattura fra i collaboratori più anziani e quelli più giovani, che all’università si sono imbevuti di questo approccio ideologico, penso per esempio a tutta la retorica post-coloniale o a quella sul genere. Si tratta di persone che hanno fatto un percorso di studi con una impostazione ideologica e che vogliono replicare quella impostazione nei media nei quali lavorano. Queste persone hanno una modalità standard di operare basata sulla sopraffazione morale, che induce molti a sottomettersi per non essere accusati di razzismo, sessismo e via dicendo, il che innesca delle dinamiche di potere. E poi c’è naturalmente la reazione della politica che guarda questi dibattiti sui media e pensa “Ah, guarda, questa è la posizione dei media principali o degli intellettuali di riferimento, per cui se noi lavoriamo in questa direzione ci approveranno”, innescando un meccanismo di politicizzazione della scienza. E la cosa non riguarda solo le scienze sociali. Si tratta quindi di un complesso intreccio di relazioni tra politica e mondo scientifico. Da un lato gli scienziati che cercano di capire come ottenere maggiori finanziamenti, dall’altro la politica che privilegia i ricercatori con le migliori relazioni nel mondo dei media e con una ben precisa visione ideologica. Lo vediamo in maniera molto chiara in questo momento con la pandemia o sul tema del cambiamento climatico. Non è un caso che negli ultimi giorni abbiamo avuto molte adesioni dal mondo delle scienze naturali e mediche.

Tutto questo meccanismo che lei ha descritto è un fenomeno nato e cresciuto all’interno delle università che, potremmo dire, hanno allevato in seno coloro che ne mettono in discussione l’autorità e ne limitano la libertà di ricerca: come se ne esce?

Proprio così: è un problema interno alle università e la soluzione può venire solo dall’interno del sistema accademico. È questo il motivo per cui abbiamo fondato questa Rete. Qualcuno potrebbe replicare: “Cosa ce ne importa a noi che stiamo fuori dalla vostra Torre d’Avorio accademica?”. Ma noi non siamo nella Torre d’Avorio. Noi siamo quelli che formano le persone che poi agiscono nella società, e la cambiano. Siamo quelli che formano le classi dirigenti, coloro che andranno a occupare i posti chiave, nei media, nella politica, nell’economia. Per questo quello che accade nelle università riguarda tutti. Abbiamo assistito negli ultimi anni a un inequivocabile processo di illiberalizzazione dentro le università. Oggi urge un processo di riliberalizzazione.

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