Una comunista e femminista contro la superstizione del gender

Non saranno gli artifici linguistici del politicamente corretto a cambiare i dati reali. La differenza sessuale, che piaccia o no, non è un’opinione. È ciò che ha consentito alla nostra specie di riprodursi e sopravvivere.

Luciana Piddiu

Non riconoscersi nel proprio corpo è sicuramente una condizione dolorosa. E non basta dire, come si fa di solito, che coloro che vivono questa sensazione si sentono a disagio. L’atopia, il non esserci dentro la propria pelle, è una sofferenza che si tenta di superare cercando di adeguare la propria figura alle sensazioni che si provano. Se si nasce biologicamente maschi ma ci si sente femmine, o viceversa, si cercherà negli atteggiamenti, nel modo di porsi, nel plasmare il proprio corpo attraverso le cure mediche, di assumere le sembianze desiderate. E tuttavia il disconoscimento del corpo con cui si viene al mondo non può mai approdare alla cancellazione di quel medesimo corpo, al suo annullamento in favore di quello nuovo, acquisito con caparbia ostinazione e fatica. Un maschio che si senta femmina può assumerne le sembianze, ma in ogni cellula del suo corpo rimarrà sempre iscritto, a caratteri di fuoco, XY, il marchio originario. E lo stesso vale per le nate femmine che si sentono maschi.

Nella tradizione partenopea, che Marina Terragni ha recentemente richiamato nel suo blog, ci sono parole per designare i maschi e le femmine che non si sentono tali: femminielli e masculille. Ma la lingua che dice il mondo (sia pure ogni lingua a modo suo, come sosteneva R.Steiner) mette l’articolo determinativo maschile davanti a femminielli – i femminielli – quasi a significare che, pur con sembianze femminili, i maschi rimangono tali. Analogamente masculille richiede l’articolo determinativo femminile – le masculille – a dispetto delle loro sembianze maschili.

Mi si può obiettare che è il linguaggio a definire la realtà e non viceversa ma la questione è e rimane controversa; in ogni caso non saranno gli artifici linguistici del politicamente corretto né gli articoli di una legge discutibile a cambiare i dati reali.

Quello che si può fare per proteggere coloro che non si riconoscono nel proprio corpo è accettarli per come sono, non discriminarli, né a maggior ragione farli oggetto di insulti e violenze. Le leggi per garantire questi diritti ci sono già. Se mai si deve lavorare per cambiare la mentalità di coloro che si sentono minacciati da queste presenze. Ma non si può – per farli sentire ‘uguali’ agli altri – negare a noi stessi la realtà.

Se io – femmina nata da femmina, ho le regole, la capacità di generare figli e di allattare, pretendo di essere riconosciuta come tale. Non accetto da parte di chicchessia di essere nominata ‘persona che sanguina ogni mese’ o insultata con epiteti violenti come ‘persona col buco davanti’ o ‘produttrice di latte’. La differenza sessuale, che piaccia o no, non è un’opinione. È ciò che ha consentito alla nostra specie di riprodursi e sopravvivere. Se un essere umano maschile opera la transizione, ha tutto il diritto di farlo, dobbiamo accettarlo e proteggerlo. Potrà pure sentirsi donna, perché ‘donna non si nasce, lo si diventa’ come sosteneva Simone De Beauvoir. Ma la decostruzione del determinismo biologico ha un limite oltre il quale non si può andare. Non potrà pretendere di appropriarsi di quella meravigliosa facoltà che la natura ci ha concesso, per la quale l’umanità ha adorato, per millenni, come prima divinità la dea ‘madre’, né potrà provare la jouissance di sentire nel proprio ventre la vita che lievita e si rinnova, come ha magnificamente scritto Annie Leclerc. Nessuno nasce dalla “testa del padre”, come il mito di Atena vorrebbe far credere.



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