Contro le derive identitarie. Un appello dal mondo universitario francese

Nel dicembre 2020, un gruppo di accademici francesi, preoccupati per le derive identitarie nel mondo universitario e della ricerca, hanno dato vita a un “Osservatorio del decolonialismo e delle ideologie identitarie” col proposito di analizzare criticamente queste tesi che alimentano la ricerca e le scienze sociali, pesando sul dibattito pubblico. In gennaio l’Osservatorio ha pubblicato il seguente appello sottoscritto da circa 80 tra docenti e ricercatori universitari.

Observatoire du décolonialisme et des idéologies identitaires

Ci troviamo oggi di fronte a una ondata identitaria senza precedenti all’interno dell’insegnamento universitario e della ricerca. Un movimento militante intende imporre una critica radicale delle società democratiche, in nome di un preteso “decolonialismo” e di una “intersezionalità” che pensa di combattere le disuguaglianze assegnando a ogni persona identità di “razza” e di religione, di sesso e di “genere”. Queste società, assimilate all’Occidente a discapito di qualsivoglia rigoroso approccio geografico e storico, sono condannate come coloniali e patriarcali e come luoghi in cui si esercita un “razzismo sistemico”, in discorsi che confondono scienza e propaganda. Questo movimento ideologico procede a una metodica occupazione di posti di prestigio del sapere, cosa che l’ha fatto uscire dalla marginalità nonostante l’estremismo, l’intolleranza e lo spirito di vendetta che lo caratterizzano.

Gli ideologi all’opera intendono “decostruire” l’insieme dei saperi. Per loro non si tratta di esercitare liberamente i diritti del pensiero sapiente sui suoi oggetti e i suoi metodi, ma di condurre la critica dei saperi in uno spirito di relativismo estremo, discreditando la nozione stessa di verità. Ogni sapere è esclusivamente ridotto a una questione di potere e le scienze sono sistematicamente denunciate a causa del predominio della razza, della cultura, del genere che sarebbero a loro fondamento.

Militanza e “decostruzione” si uniscono così per limitare l’esercizio della razionalità critica e il dibattito scientifico argomentato. Il nuovo credo del decolonialismo e delle ideologie identitarie si espande sulle reti sociali che lo amplificano e i suoi adepti prendono di mira chiunque rifiuti la conversione: fenomeni di censura, di intimidazione, di discriminazione politica hanno creato divisioni inedite e portano i giovani dottorandi ad allinearsi a questi nuovi baroni, pena non ottenere mai un posto.

Il problema non è affatto limitato alla professione di docenti-ricercatori. La questione della scienza, infatti, solleva quella della formazione su cui si fonda la Scuola, chiave di volta della Repubblica. Inoltre, la conquista metodica dell’egemonia culturale si traduce in una crescente influenza sui media, che limita notevolmente lo spazio per il dibattito democratico.

È proprio perché è fondamentale combattere le discriminazioni razziste e sessiste nella nostra società che è necessario combattere queste nuove forme di fanatismo. Queste si avvalgono di nobili cause senza fornire alcuna valida soluzione ai problemi sollevati. Inoltre, questi nuovi attivismi fanatici operano curiose inversioni. In nome dell’“antirazzismo politico” rivendicano identità razziali e riducono gli individui alla loro “bianchezza” o alla loro non “bianchezza”. Affermando di sviluppare una scrittura “inclusiva”, intendono imporre un’ortografia contraria ai fondamenti del linguaggio, impossibile da insegnare, e quindi profondamente escludente. Invece di sviluppare conoscenze situate socialmente e storicamente, pretendono di racchiudere tutte le conoscenze in un genere, una razza, una cultura o un’età, che si trovano così essenzializzate in identità. Non è in questo modo che si combattono il razzismo, il sessismo o le disuguaglianze all’interno di una nazione o tra le nazioni. Questo identitarismo che acquista spazio all’interno dell’Università minaccia invece di promuovere altre forme di identitarismo al di fuori dell’istituzione.

Lanciando l’Osservatorio del decolonialismo e delle altre ideologie identitarie che si presentano come sapienti, chiediamo di porre fine al reclutamento della ricerca e della trasmissione della conoscenza. Per questo invitiamo tutte le persone di buone volontà del mondo dell’università e della ricerca a contribuire al lavoro dell’Osservatorio, a diffonderlo e a utilizzare le sue banche dati, per constatare insieme a noi la natura ridicola di questi discorsi dogmatici che ignorano tutto della distanza da sé. Per resistere fermamente alle intimidazioni ideologiche che alimentano l’oscurantismo, è necessario difendere il pluralismo e il gusto della discussione su basi razionali.

Firmatari

Michel Albouy, Roland Assaraf, Claudine Attias-Donfut, Samir Bajrić, Fabrice Balanche, Isabelle Barbéris, Sami Biasoni, Yves Bottineau, Jean-François Braunstein, Jean-Marie Brohm, Pierre-André Buvet, Sylvie Catelin, Joseph Ciccolini, Catherine Louveau, Georges Copinschi, Charles Coutel, Jacques de Saint-Victor, Gilles Denis, Albert Doja, Jean Dupèbe, Michel Erman, Michel Fichant, Renée Fregosi, Édith Fuchs, Alexandre Gady, Monique Gosselin-Noat, Yana Grinshpun, Hubert Heckmann, Emmanuelle Hénin, Nathalie Heinich, Catherine Kintzler, Mustapha Krazem, Marcel Kuntz, Arnaud Larcheret, Andrée Lerousseau, Anne-Marie Le Pourhiet, Franck Lessay, Laurent Loty, Jean-Marie Maguin, Joseph Martinetti, Éric Maulin, Samuel Mayol, Adel Mtimet, Frank Muller, Serge Niémetz, Bruno Ollivier, Fabien Ollier, Rémi Pellet, Laetitia Petit, René Pommier, André Quaderi, Gérard Rabinovitch, François Rastier, Nicolas Robert, Gilbert Romeyer-Dherbey, François Roudaut, Bernard Rougier, Xavier-Laurent Salvador, Georges-Elia Sarfati, Pierre Schapira, Bruno Sire, Isabelle Starkier, Jean-Paul Sermain, Wiktor Stoczkowski, Jean Szlamowicz, Vincent Tournier, Pierre-André Taguieff, Véronique Taquin, Pierre-Henri Tavoillot, Thibault Tellier, André Tiran, Dominique Triaire, Shmuel Trigano, Pierre Vermeren.

(Traduzione di Ingrid Colanicchia)

 

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