Perché la COP26 sul clima è stata un fallimento

A Glasgow nessun impegno concreto per limitare l’aumento della temperatura entro 1,5°C. E nessuna critica al modello di sviluppo responsabile della crisi.

Giuseppe De Marzo

Se l’obiettivo della COP26, come più volte dichiarato, era quello di limitare l’aumento della temperatura entro 1,5°C, la conferenza è stata un fallimento. Nel documento non vi è traccia di azioni e impegni concreti per raggiungere questo risultato. Dovremmo tagliare del 45% le emissioni entro il 2030 ma si rimanda irresponsabile al prossimo anno. Il rapporto dell’UNEP denuncia come le emissioni, di questo passo, nel 2030 cresceranno del 13,7% invece che diminuire. C’è un divario enorme tra il taglio necessario per evitare la catastrofe e gli attuali NDC (contributi volontari nazionali). Ad esempio, l’Italia se volesse rispettare l’impegno sottoscritto a Parigi nel 2015 dovrebbe tagliare del 92% le proprie emissioni entro il 2030. Rimanere sotto la soglia di 1,5°C è possibile solo con una immediata diminuzione delle emissioni di gas serra, raggiungendo emissioni nette pari a zero entro il 2050. Questo obiettivo richiede rapide, profonde e sostenute riduzioni delle emissioni globali di gas serra, impegni precisi, azioni concrete, investimenti chiari, cronoprogramma credibile, bilanci coerenti. Obiettivi che andrebbero concretamente portati avanti attraverso il coinvolgimento e la partecipazione indispensabile di comunità, reti sociali, istituzioni di prossimità e cittadini. Niente di tutto questo è contenuto nel documento finale. La conseguenza è che l’aumento della temperatura previsto sarà del 2,4°C. Il pianto e le scuse del presidente della COP26, Alok Sharma, valgono davvero a poco, visto che in ballo ci sono il presente e il futuro di tutti e tutte noi.

Stati Uniti e UE hanno anche impedito l’istituzione del “Glasgow Facility on Loss and Damage”, l’organismo richiesto da ben 134 paesi per garantire sostegno finanziario ai tanti paesi che già sono costretti a subire danni enormi a causa del collasso climatico. Nessuna responsabilità per le emissioni storiche e per il debito ecologico accumulato in più di 500 anni di colonialismo e sfruttamento di imperi, regni e governi del nord del mondo nei confronti delle popolazioni del sud. Così come nessun impegno sulla promessa del Fondo Verde di 100 miliardi di dollari all’anno ai paesi impoveriti da investire nell’adattamento e nella mitigazione (smettiamola di chiamarli poveri, come si legge ancora nel documento, perché se vogliamo uscire dalle crisi è importante usare un altro linguaggio e un altro lessico per restituire memoria ai processi storici). Il documento sottolinea la necessità di un aumento del sostegno delle parti ai paesi in via di sviluppo, ma “nota con rammarico” che neppure il target dei 100 miliardi al 2020 è stato raggiunto. Era stato Obama durante la COP15 a farsi garante di quell’impegno. Sono passati 12 anni da quella promessa e i cosiddetti paesi “in via di sviluppo” (un’altra definizione che trasuda ipocrisia e razzismo: chi ha stabilito cosa sia sviluppo, chi lo definisce e in base a cosa?), aspettano da allora. Mentre lo scorso anno le multinazionali, secondo il FMI, hanno ricevuto sostegni pubblici per circa 5900 miliardi di dollari: una cifra astronomica che mostra la forza spudorata ed il cinismo di chi comanda davvero: non certo la democrazia. Non è un caso che nel documento si “chiede al settore privato, alle banche multilaterali di sviluppo e ad altre istituzioni finanziarie di migliorare la mobilitazione della finanza”. Una deriva pericolosissima: invocare la finanza internazionale e l’innovazione tecnologica come salvatori. Gli stessi che da anni portano avanti l’obiettivo di finanziarizzare la crisi climatica per estrarre valore anche dalla natura, incuranti dei suoi limiti e dei suoi processi di autorigenerazione ed autorganizzazione. Proprio prima della COP26 sono stati lanciati a Wall Street nuovi strumenti finanziari. Fa bene il prof. Riccardo Petrella a denunciare come oggi i fondi d’investimento stiano per diventare i principali proprietari del mondo. Come definire del resto BlackRock che gestisce più di 9 mila miliardi di dollari ed è dietro solo a Stati Uniti e Cina come potenza finanziaria. Vorrebbero acquistare il 30% delle aree protette del mondo per poi gestirle con i criteri della finanza internazionale, utilizzando imprese chiamate NAC (natural asset company) per estrarre profitti anche dai processi naturali, appropriandosene e imponendo le loro regole. Le organizzazioni indigene presenti con i loro delegati a Glasgow hanno denunciato nell’Assemblea per l’Amazzonia l’ennesimo tentativo di genocidio e la violazione sistematica dei loro diritti collettivi. Hanno ragione.

La pandemia non solo non ci ha reso migliori ma nemmeno più lucidi, anzi. Ha aumentato la voracità del capitalismo fossile e silenziato la voce del multilateralismo. Eppure, sappiamo che la vita è un insieme di relazioni inseparabili. Tutte le entità viventi, natura umana inclusa, sono interconnesse e interdipendenti. Ciò che facciamo alla Terra lo facciamo a noi stessi. Da Glasgow invece nessuna critica al modello di sviluppo responsabile della crisi. Anzi, la decisa volontà di portarlo avanti come se niente fosse successo o stesse succedendo. La vera questione politica è questa: non si vuole uscire dal paradigma della crescita economica infinita. L’insopportabile ipocrisia è quella di continuare a prenderci in giro con la fiaba della crescita verde, nonostante sia smentita dalle scienze e dall’evidenza dei fatti.

Non ci si può aspettare da chi difende questo modello la messa in campo di un approccio sistemico, né la capacità di autoriformarsi promuovendo un modello economico che rientri nei limiti della Terra e nelle sue capacità di autorigenerazione e autorganizzazione. Collasso climatico, riduzione della biodiversità, salute, aumento delle disuguaglianze, migrazioni, modello economico, sono problemi interconnessi e interdipendenti. Solo un modello economico fondato sulla giustizia ecologica è in grado di rigenerare non solo il multilateralismo ma la speranza di un futuro migliore per tutti e tutte. Hanno ragione da vendere i movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica che hanno contestato l’incapacità dei cosiddetti leader politici di assumere responsabilità concrete.

Il fallimento annunciato dell’ennesima conferenza delle parti per rispondere al collasso climatico è un messaggio per tutta l’umanità: non c’è più tempo. Se vogliamo salvarci bisogna cambiare strada e agire ora. Serve costruire un’altra agenda politica, capace di rispondere all’urgenza di riconversione ecologica dell’umanità. Serve promuovere un’alternativa civilizzante in grado di dar vita a una Internazionale della Terra che sappia difendere il nostro diritto alla vita. Non più dentro, ma fuori dai palazzi dove la retorica gentile serve a nascondere egoismo e avidità. Abbiamo bisogno di un esodo dalle vecchie convinzioni, di legami e alleanze nuove. Se vogliamo ritrovare la strada di casa, dove c’è la vita, il tempo è adesso.

 

(credit foto Xinhua/Han Yan)



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