COP27, il compromesso è una resa sul futuro

La conferenza sul clima di Sharm-el-Sheikh è stata storica per alcuni aspetti, ma deludente sotto moltissimi punti di vista.

Sofia Belardinelli

Una delle Conferenze sul clima più lunghe di sempre, quella che si è conclusa domenica 21 novembre a Sharm-el-Sheikh. Storica per alcuni aspetti, ma deludente sotto moltissimi punti di vista.

Tra i principali successi raggiunti al termine delle due settimane di negoziati va senz’altro annoverato il fatto che nel testo finale sia stata inserita la risoluzione di istituire un fondo economico internazionale per far fronte alle perdite e ai danni causati dal cambiamento climatico. In tal modo, viene per la prima volta riconosciuta ufficialmente la centralità della giustizia climatica, che porta con sé il riconoscimento implicito della diversa ripartizione delle responsabilità storiche nell’aver causato i cambiamenti climatici.

Di questo successo hanno gioito soprattutto i paesi in via di sviluppo, che si trovano nella posizione di essere al tempo stesso coloro che hanno meno contribuito a causare l’attuale crisi climatica e coloro che ne pagano, già oggi, le più aspre conseguenze. Ma la prima ambiguità di questa vittoria si può intravedere analizzando quali siano i Paesi membri del Gruppo dei 77, a cui oggi aderiscono 134 nazioni: a capitanare (e finanziare) questa coalizione, infatti, è la Cina, la cui economia è in forte espansione e che si conferma prima, ormai da anni, in termini di contributo annuale alle emissioni globali di gas climalteranti. Questo suggerisce quale sia uno dei punti più controversi nel dibattito sulla giustizia climatica: quali sono i paesi effettivamente “vulnerabili”, che avranno perciò diritto di beneficiare di questo fondo? Sembra ragionevole escludere la Cina – che è ben difficile definire come “in via di sviluppo” –, ma i casi dubbi sono numerosi.

Esaminando il documento, la speranza in un impegno sostanziale si affievolisce sensibilmente: «La Conferenza delle Parti – si legge nel capitolo dedicato a Loss and Damageaccoglie con favore, per la prima volta, l’esame delle questioni relative alle modalità di finanziamento in risposta alle perdite e ai danni associati agli effetti avversi dei cambiamenti climatici». Nulla di più. L’effettiva realizzazione di questo fondo, nonché il suo finanziamento, sono rimasti, per ora, nodi irrisolti.

La stessa disillusione si avverte nella lettura dei capitoli del documento dedicati alla mitigazione e all’adattamento. Esattamente come era accaduto un anno fa nella capitale scozzese, l’esito finale del negoziato è stato un compromesso al ribasso, a discapito di qualunque reale impegno per la transizione, che si riflette nel linguaggio adottato.

L’implementazione, tema su cui l’Egitto, paese ospitante, ha insistito moltissimo (intendendo però per “implementazione” principalmente il finanziamento di tecnologie energetiche più o meno verdi, dalle quali non è stato escluso – ancora una volta – il gas), è stata menzionata con la risoluzione, adottata dalle parti, di realizzare una transizione “ambiziosa, giusta, equa e inclusiva”. Come questo si tradurrebbe in pratica? Nessuna indicazione chiara.

Per sperare di non allontanarsi troppo dagli obiettivi di Parigi (universalmente ritenuti ormai irrealizzabili), l’unica possibilità sarebbe quella di abbandonare completamente e con rapidità ogni fonte energetica fossile; quel che la COP27 ha concluso, su questo fronte, è l’enfatizzazione «dell’importanza di potenziare un mix energetico pulito, che includa energia a basse emissioni [leggasi, gas] ed energia rinnovabile, a tutti i livelli».

Di simile tenore sono le conclusioni raggiunte per quanto riguarda gli impegni di mitigazione. Questi ultimi, come hanno nuovamente ribadito alcuni scienziati in un rapporto presentato proprio durante i lavori della COP27 (10 New Insights in Climate Science 2022), non possono essere ridotti o abbandonati, ma vanno portati avanti parallelamente agli sforzi di adattamento e al sostegno economico per far fronte alle perdite subite.

Nonostante il ripetuto richiamo all’importanza evidenze scientifiche per informare le decisioni politiche adottate, nel documento finale, dopo aver riaffermato l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C (la cui inclusione nel testo è stata tutt’altro che scontata), le parti si limitano a riconoscere che l’obiettivo di ridurre le emissioni annuali globali del 43% rispetto ai livelli del 2019 entro il 2030 «richiede un’azione accelerata nel corso di questo decennio cruciale». Per dare un’idea della fattibilità di un simile obiettivo – per raggiungere il quale, comunque, non viene proposta alcuna roadmap condivisa –, poche righe dopo si riporta che le parti «notano con grande preoccupazione che, in base agli ultimi rapporti delle NDC (Nationally Determined Contributions), si stima che nel 2030 il livello totale di emissioni climalteranti globali […] sarà solo per lo 0,3% inferiore ai livelli del 2019, il che non è in linea con gli scenari meno costosi per mantenere l’aumento delle temperature globali al di sotto dei 2° o 1,5°».

È opportuno sottolineare che molti hanno puntato il dito contro l’Egitto, accusato di aver favorito smaccatamente i produttori di combustibili fossili e, in generale, tutti coloro che hanno interesse nel mantenere invariato, per quanto possibile, lo status quo.

Diversi indizi suggeriscono che queste critiche potrebbero non essere del tutto infondate: ad esempio, tra gli sponsor ufficiali della COP27 figurano aziende decisamente poco attente alle questioni ambientali, come Microsoft, EgyptAir, Coca Cola (che figura come “supporter”), nonché altre aziende di vario genere. La maggior parte degli sponsor sono stati ricondotti, più o meno direttamente, a legami commerciali e finanziari con l’industria petrolifera, come dimostrato da un’inchiesta condotta dal Corporate Europe Observatory.

Non diremo nulla di nuovo affermando che anche questa COP – come le ventisei precedenti, d’altronde, vista la situazione in cui ci troviamo – è stata un’occasione sprecata: i leader mondiali avrebbero potuto mostrare coraggio, ma ancora una volta si sono confermati legati a doppio filo a un sistema – economico e sociale – la cui completa insostenibilità è evidente oltre ogni ragionevole dubbio, e che andrebbe completamente ripensato.

(credit foto Christophe Gateau/dpa)



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