La Corte costituzionale ha sottratto ai cittadini il referendum sull’eutanasia

Con la decisione della Consulta hanno vinto la restaurazione e il potere clericale. Di fronte a questa ennesima violenza bisogna ripartire subito.

Paolo Flores d'Arcais

La Corte costituzionale ha deciso di sottrarre ai cittadini il referendum sull’eutanasia. Ha trovato il pelo nell’uovo, per dirla con il suo presidente, Giuliano Amato.
Ha vinto il potere clericale, che alle urne avrebbe subito una sconfitta ciclopica, molto oltre quelle storiche su divorzio e aborto, a definitiva conferma che la società italiana è ormai secolarizzata, anche se (quasi) tutti i gangli del potere sono ancora in mano a cattolici.

Ha vinto il potere partitocratico, che in (quasi) tutte le sue componenti aborriva l’idea di una consultazione popolare che avrebbe costretto a pronunciarsi, dunque a scontrarsi (compresa ciascuna al proprio interno), tra il diritto del cittadino sulla propria vita o la sottomissione ai voleri delle Eminenze di Santa Romana Chiesa, o a dichiararsi smaccatamente per Ponzio Pilato.

Ha vinto la Restaurazione, ormai evidentemente tracimata anche a Palazzo della Consulta, obliati ormai i tempi in cui fu davvero usbergo della Costituzione repubblicana, massime con il periodo dell’egemonia e presidenza Zagrebelsky.

Ha vinto l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, che ha sempre rifiutato il confronto pubblico (cui lo abbiamo sfidato più volte), perché sa di aver ben altri argomenti che gli argomenti non conoscono, e il suo Vicario-di-Cristo-in-terra Jorge Mario Bergoglio in arte Francesco, che tanto piace alle (non) sinistre ormai senza Lumi.

Ha vinto il partito della tortura, perché se pur soffri in modo indicibile e irreversibile, fisicamente e/o psicologicamente, la tua “vita” ormai ridotta a gigantesco grumo di sofferenza, di tortura, appunto, dovrai continuare ad assaporarla fino all’ultima feccia (tranne i rarissimi casi previsti da una precedente sentenza della Corte), ad maiorem Dei gloriam, e amen.

Hanno perso tutti i cittadini, tutti, tranne i pochi pasdaran clericali che potranno prevaricare gli altri imponendo loro l’“etica” della sofferenza. Perché si dice che l’eutanasia (la morte per il possibile “buona”, senza sofferenza) sia un tema che divide. Nulla di più falso.

Chiedete a un cittadino se sul proprio fine vita preferisce decidere egli stesso o che a decidere sia qualcuno che non conosce e magari ha valori opposti ai suoi. Io l’ho fatto in molte discussione pubbliche con cardinali, vescovi, teologi, e nessuno ha mai preferito che sul suo fine vita decidessi io. Ma sul mio poi pretende di decidere lui. In realtà, nel rifiutare che sul proprio fine vita decida uno sconosciuto, magari portatore di valori opposti ai propri, si realizza l’unanimità. Ciascuno pretende di decidere autonomamente, o delegando chi preferisce. Dunque una convinzione del genere dovrebbe essere scolpita in Costituzione.

Non è così solo perché alcuni, nella presunzione smisurata di interpretare la volontà di Dio (in psichiatria si definisce delirio di onnipotenza), mentre pretendono di decidere per sé, quella stessa decisione pretendono di imporla per legge a tutti gli altri. Dio lo vuole (“Dio è con noi” suona anche Gott mit uns). Altrimenti fino a 12 (art. 580 c.p.) o 15 (art. 579 c.p.) anni di galera.

Di fronte a questa ennesima violenza clericale bisogna ripartire subito. Con un nuovo quesito per un nuovo referendum, con una mobilitazione ancora più ampia, che intanto impedisca che passi la legge truffa sul suicidio assistito, frutto di inciucio partitocratico, che disconosce l’autonomia della scelta di ciascuno, dunque la tua vita-e-libertà. La lotta contro la (im)morale della tortura deve continuare. Subito.

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CREDIT FOTO:  ANSA/FABIO FRUSTACI



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