Stati Uniti, la Corte Suprema cancella provvisoriamente il diritto di abortire delle donne texane

Sette milioni di donne scippate del loro diritto, costituzionalmente garantito, di scegliere liberamente se ricorrere all’interruzione di gravidanza.

Elisabetta Grande

Per la terza volta nel giro di pochissimi giorni la SCOTUS mostra il suo volto ultra conservatore, con una decisione che in questo caso tocca una delle questioni più calde, su cui già ci si aspettava che si pronunciasse. Il tema è quello del diritto di abortire, che le donne statunitensi hanno conquistato nel 1973 – con la nota pronuncia Roe v. Wade – e i cui confini sono stati rimodulati nel 1992 con il caso Planned Parenthood v. Casey.

Nella sua più recente definizione, quella data dalla Suprema Corte in Planned Parenthood per l’appunto, si tratta del diritto – costituzionalmente affermato in via di interpretazione del XIV emendamento (in forza della così detta substantive due process clause) – di abortire fino alla viability del feto, ossia fino al momento in cui quest’ultimo non sia capace di vivere autonomamente fuori dal grembo della madre, ciò che di norma avviene intorno alla 22ma-24ma settimana. Fino ad allora, infatti, nessuno Stato può imporre un “undue burden”, ossia un onere eccessivo, alla donna che scelga di interrompere la sua gravidanza.

È certamente una protezione della libera scelta della donna fra le più ampie che si riscontrino a livello di sistemi giuridici mondiali, ma altresì una delle tutele più controverse e da tempo oggetto di attacco da parte dei legislatori degli Stati repubblicani. Le ultime volte, nel 2016 e nel 2020, che la Corte Suprema si è pronunciata in relazione a tali attacchi – in particolare provenienti dal Texas e dalla Louisiana, che con normative simili fra loro avevano cercato di limitare il diritto delle donne di abortire, facendo leva sulla necessità che i medici abortisti dovessero avere la possibilità di far ammettere le proprie pazienti in ospedali vicino alla clinica in cui operavano – il margine di vittoria per le donne è stato ridottissimo: 5 a 3 e 5 a 4.

È per questo che la decisione della SCOTUS di mercoledì primo settembre di non bloccare la nuova e particolarmente restrittiva legge del Texas, che prevede la possibilità di aborto solo fino alla sesta settimana di gravidanza – ossia quando molte donne non sanno ancora di essere incinte – e impedisce una scelta in tal senso anche in ipotesi di stupro o incesto, fa paura, nonostante si tratti di una pronuncia interlocutoria. La Corte infatti non è intervenuta nel merito della questione, per decidere cioè se fosse costituzionale o meno quella legge, giacché è prima ai livelli più bassi della piramide giudiziaria che tale problema deve essere risolto. La SCOTUS ha per il momento “solo” preso posizione sulla richiesta in via di urgenza di bloccare provvisoriamente la normativa, sul cui rispetto della Costituzione prenderà posizione – se lo vorrà – solo quando sul punto si saranno pronunciate le corti inferiori.

Per quanto non definitiva, la decisione ha tuttavia un pesantissimo impatto sulle donne texane, che per il momento sono sostanzialmente state scippate del diritto loro costituzionalmente garantito di scegliere liberamente se abortire o meno, in uno Stato in cui l’85/90 per cento degli aborti avvengono dopo la sesta settimana di gravidanza.

Inoltre, per quanto provvisoria – a differenza di ciò che è accaduto nel passato quando, pur non avendo bloccato la legge del Texas nel 2013, l’aveva nel 2016 tuttavia dichiarata incostituzionale – questa volta la decisione della Corte pare davvero preludere a una pronuncia nel merito dello stesso tenore. Pare annunciare, cioè, un rivolgimento definitivo di Roe v. Wade e di Planned Parenthood v. Casey, col suo portato di brusco ritorno ai tempi bui dell’assenza di riconoscimento del principio di autodeterminazione della donna e della sua costrizione perfino a subire le conseguenze indesiderate di un atto violento nei suoi confronti. Rispetto al 2016 e al 2020 la composizione della Corte è cambiata in senso via via più conservatore e neppure il mutamento di rotta, effettuato già nel 2020 dal Chief Justice John Roberts per salvare il diritto delle donne di abortire contro gli attacchi – certamente più blandi rispetto all’attuale – da parte della Louisiana, sembra oggi poter evitare un simile passo indietro di civiltà. Le nuove nomine di Trump alla SCOTUS – Neil Gorsuch al posto di Antonin Scalia, ma soprattutto Brett Kavanough al posto di Anthony Kennedy e poi, la ciliegina sulla torta, Amy Coney Barrett al posto di Ruth Baden Ginzburg – hanno determinato, infatti, una sua configurazione davvero preoccupante per qualsiasi agenda minimamente progressista. Con una maggioranza di 6 giudici conservatori su 9, neanche il recente allineamento di John Roberts con Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Stephen Breyer, sembra ormai più capace di impedire il peggio!

In attesa del riscontro di una simile disastrosa ipotesi, quando fra breve cioè la Corte deciderà sulla costituzionalità di una legge del Mississippi – giudicata illegittima dalle corti inferiori – che limita a 15 settimane il diritto di aborto, la sua decisione del primo settembre lascia per il momento in vita una legge alquanto peculiare, studiata dal legislatore del Texas per rendere più difficile impugnare la drastica limitazione dell’autodeterminazione delle donne in essa contenuta.

Tale peculiarità consiste nell’indicazione di chi è legittimato a portare in giudizio il o la violatore/trice della norma. Non si tratta infatti dello Stato, attraverso uno dei suoi organi, bensì – e qui sta la novità assoluta della legge – del quivis de populo, ossia di un qualunque cittadino (neppure necessariamente texano), il quale potrà intentare un’azione civile contro chi ha aiutato la donna ad abortire dopo la sesta settimana di gravidanza e ottenere, in caso di successo, 10.000 dollari di “ricompensa” dal violatore, più il rimborso delle spese legali (in un sistema, si noti, che di norma prevede invece che ciascuno si paghi le proprie spese, secondo la così detta American rule).

Una vera e propria taglia, dunque, messa sul capo non solo del medico che effettua l’operazione, ma di chiunque aiuti la donna ad abortire, anche l’amico o il parente che l’abbia sostenuta moralmente o economicamente o perfino il tassista che l’abbia accompagnata presso la clinica abortiva. Al di là del pericolosissimo effetto “caccia alle streghe” di una simile normativa, il suo preoccupante risvolto procedurale – che ha peraltro costituito l’effettiva ragione della sua costruzione in tali termini – sta nella difficoltà di impugnarla di fronte alle corti federali per incostituzionalità prima della sua entrata in vigore. L’impugnazione preventiva di una legge, difatti, avviene di regola attraverso la citazione in giudizio del pubblico ufficiale incaricato di darvi applicazione, con la richiesta che la corte federale gli inibisca di farlo. In questo caso però non esiste pubblico ufficiale che debba dare applicazione alla legge: è il quivis de populo che lo sostituisce. Cosicché, solo quando da quest’ultimo citati in giudizio di fronte a una corte statale, la clinica, il medico, l’amico, il tassista, ecc… potranno eccepire l’incostituzionalità della normativa, che a quel punto sarà tuttavia già entrata in vigore.

Il geniale trucchetto, momentaneamente avallato dalla SCOTUS, ha consentito alla legge texana di rimanere in piedi nonostante il suo chiaro contrasto con Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey, col risultato di impedire per ora ai sette milioni di donne di quello Stato in età fertile – soprattutto a quelle più fragili economicamente, alle minorenni (che, dovendo passare per il consenso di un tutore o di un genitore con relativo eventuale ricorso in corte, vedranno rapidamente trascorrere il tempo oltre il quale non potranno più abortire), alle nere (che oggi costituiscono il 70% di chi chiede l’intervento) e alle immigrate clandestine (che hanno maggiori difficoltà di movimento) – di ricorrere all’interruzione di gravidanza. È un modello di costruzione normativo che altri Stati sono pronti ad imitare, a partire dalla Florida, e che rischia di far subito entrare in vigore moltissime leggi che riporteranno le donne ai tempi più bui degli aborti illegali.

Ma le preoccupazioni di chi osserva il nuovo oscurantismo dei diritti che la Corte Suprema federale pare avere inaugurato non si fermano qui. Il timore di molti e di molte è che questa SCOTUS possa spingersi oltre l’affermazione di costituzionalità di leggi statali che prevedano pesanti limiti a quel diritto di abortire che le donne americane hanno conquistato quasi cinquant’anni fa. La paura è che questa SCOTUS possa rovesciare del tutto quel principio di libertà e dichiarare costituzionalmente protetto il feto fin dalla sua formazione. Il pieno riconoscimento della personalità del feto, obiettivo di tanti anti-abortisti, comporterebbe allora un divieto di aborto – e magari anche di contraccezione – generalizzato, ossia non limitato ai soli Stati repubblicani che così volessero stabilire, ma valido per tutto il territorio statunitense.

Uno scenario da incubo, che le regole poco democratiche del sistema statunitense hanno contribuito a produrre. Quei tre giudici nominati da Trump e dal Senato, sono infatti, tanto quanto chi li ha nominati, espressione della minoranza e non della maggioranza del paese. Trump, ricordiamolo, è diventato presidente nonostante avesse ottenuto più di tre milioni di voti in meno rispetto alla sua avversaria, mentre il Senato che ne ha confermato le nomine alla Corte secondo linee strettamente partitiche, era controllato dai Repubblicani che cumulativamente rappresentavano però meno di metà del paese. Il paradossale risultato è dunque che, per quanto la maggioranza degli americani appoggi appieno Roe v. Wade, una Corte Suprema, la cui visione coincide con la minoranza del paese, potrebbe permettersi di cancellare i diritti fondamentali di tutti e tutte!

 

(credit foto EPA/MICHAEL REYNOLDS)



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