Aborto Usa: c’è chi gongola. E rilancia. Anche a casa nostra

La sentenza della Corte suprema e le reazioni che ha scatenato, anche nel nostro Paese, devono far suonare il campanello d’allarme. I diritti (soprattutto delle donne) non sono mai conquistati per sempre.

Ingrid Colanicchia

Dopo la sentenza della Corte suprema che ha rovesciato Roe v. Wade, la storica sentenza che nel 1973 aveva affermato il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti, vescovi e movimenti no-choice gongolano. Al di là e al di qua dell’oceano.

Mons. José H. Gomez, presidente della Conferenza espiscopale Usa, e mons. William E. Lori, presidente della Committee on Pro-Life Activities della stessa Conferenza, hanno definito quella di venerdì scorso «una giornata storica»: «Per quasi cinquant’anni l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha provocato la morte di decine di milioni di bambini non ancora nati, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere. […] Ringraziamo Dio che la Corte abbia oggi ribaltato questa decisione. Preghiamo che i nostri rappresentanti ora promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi».

Sulla stessa lunghezza d’onda America, la rivista dei gesuiti, che in un editoriale dal titolo “Roe v. Wade era una parodia legale e morale. La sua fine può portare vera giustizia alle donne e ai non nati” ribadisce quando già espresso in maggio, quando era circolata per la prima volta la bozza di parere maggioritario del giudice Alito.

Ma c’è anche chi dissente o esprime un’opinione non così prona ai diktat della Chiesa. È il caso per esempio del National Catholic Reporter, periodico indipendente, che sottolinea come i movimenti “pro-life” dovrebbero a questo punto spendersi anche per qualcos’altro oltre alla lotta all’aborto: «Sarebbe un buon momento per i cattolici pro-vita ammettere che l’accesso alla contraccezione è probabilmente il modo più efficace per prevenire gravidanze non pianificate che spesso si concludono con l’aborto. Dovrebbero anche parlare delle molte e varie questioni a favore della vita con lo stesso fervore che hanno usato per l’aborto. Gli omicidi dei 19 bambini a Uvalde, in Texas, gridano ancora giustizia e misure ragionevoli di controllo delle armi rimangono, ancora, fuori portata. Migliaia di migranti muoiono ogni anno al confine tra Stati Uniti e Messico e la riforma dell’immigrazione è, a tutti gli effetti, senza speranza legislativa. E la pena di morte resta attiva in 20 Stati. Questo solo per iniziare. Prolungare la lotta all’aborto non sarà utile. Il Paese è a pezzi, almeno in parte a causa della polarizzazione e delle guerre culturali sostenute – finanche guidate – da vescovi cattolici e attivisti pro-vita».

E se la maggioranza della popolazione non è sicuramente contenta di quanto stabilito dalla Corte suprema (secondo un sondaggio del Pew Research Center il 61% degli americani pensa che l’aborto debba essere legale in tutte o quasi le circostanze) sono sicuramente contenti gli evangelici bianchi, tra i quali quasi i tre quarti affermano che l’aborto dovrebbe essere illegale in tutti i casi senza eccezioni (21%) o che dovrebbe essere illegale nella maggior parte dei casi (53%). D’altronde l’86% degli evangelici bianchi pensa che la vita inizi al concepimento e che il feto sia quindi una persona con diritti…

Ma anche qui in Italia c’è poco da stare tranquilli viste le reazioni suscitate dalla sentenza.

La Pontificia Accademia per la vita ha rilasciato una dichiarazione che non sorprende ma che non può non inquietare. «Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato posizione su questo tema sfida il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva», si legge nella dichiarazione. «La protezione e la difesa della vita umana non è questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, è questione di ampio significato sociale. Dopo 50 anni, è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile, per chiederci che tipo di convivenza e società vogliamo costruire». La cosa ha del paradossale: una istituzione fondata su dogmi indiscutibili, in base ai quali ha sempre detto cosa è giusto e cosa è sbagliato (pretendendo che così fosse per tutti), ha la sfacciataggine di invocare un “dibattito non ideologico”! Inoltre, dal quadro è totalmente esclusa la questione della scelta: si parla solo ed esclusivamente di assistenza alle madri, in modo tale che possano portare avanti la gravidanza. Per l’Accademia è infatti tempo di «sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche». E per farlo occorre allargare lo sguardo impegnandosi per «assicurare un’adeguata educazione sessuale [siamo curiosi di conoscerne i termini…], garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti», attraverso «una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita». Di quello che desiderano queste donne già incasellate nella definizione di “madri” se ne infischiano.

Il Movimento per la vita non ha tardato a dire la sua. «Un segnale molto forte arriva da oltreoceano, un segnale che qualcosa inizia a cambiare, che la politica inizia a riconoscere il concepito come essere umano, come uno di noi», si legge in un commento della presidente, Marina Casini. «Il ribaltamento della Roe vs Wade ci infonde un grande entusiasmo e una grande speranza perché indica non solo che si tratta di una strada possibile ma di una strada che iniziamo a costruire. I pro-life americani ci insegnano che una buona strategia, lunga e paziente, può portare a dei risultati storici come questo. Gli Usa, la più grande democrazia al mondo, ha rivolto lo sguardo ai suoi cittadini più piccoli riconoscendone il diritto alla vita. Questo è un precedente storico ma anche uno stimolo per fare la nostra parte, anche attraverso il messaggio di solidarietà che portiamo ogni giorno con i nostri movimenti e Centri di aiuto alla vita».

E anche le reazioni del mondo politico italiano non si sono fatte attendere.

Il senatore della Lega Simone Pillon è stato forse il primo a esultare. In un post su Facebook ha subito alzato la posta: «Ora portiamo anche in Europa e in Italia la brezza leggera del diritto alla vita di ogni bambino, che deve poter vedere questo bel cielo azzurro», scrive Pillon. «Lavoreremo per questo, senza metterci contro nessuno ma restando dalla parte delle mamme, dei papà e dei loro bambini. PS. Un grande grazie al presidente Trump, che non ha mai fatto mistero di voler difendere la vita nascente, nominando giudici pro life alla Corte Suprema».

Giorgia Meloni, interpellata dall’Ansa, dopo il «sì alla cultura della vita, no all’abisso della morte» pronunciato in Spagna, ha detto che vaneggia chi, pur di attaccarla, pensa che il suo partito lavori all’abolizione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Fratelli d’Italia, dice Meloni, «continuerà semplicemente a chiedere, e a operare, perché venga applicata la prima parte della 194, relativa alla prevenzione, e per dare alle donne che lo volessero una possibilità di scelta diversa da quella, troppo spesso obbligata, dell’aborto».

Parole praticamente identiche a quelle rilasciate dal vescovo Paglia, presidente della succitata Pontificia Accademia per la vita, in un’intervista al Corriere della Sera nella quale, dopo aver scartato l’ipotesi che la 194 venga messa in discussione, ha detto: «Credo però che un dibattito serio e pacato sulla 194 sia benvenuto, anzi augurabile. La legge infatti auspicava una tutela sociale della maternità. Questa parte è stata di certo disattesa se si considera lo scarso valore che oggi ha, dopo 44 anni, la maternità».

È d’altronde l’impianto stesso della legge a spiegare questa “premura” da parte di Meloni e Paglia. Non solo per la previsione, nello stesso dispositivo legislativo, della possibilità per il personale sanitario di fare obiezione di coscienza ma perché, a voler essere precisi, la legge 194 (che parla di «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza») non riconosce un vero e proprio diritto all’aborto in capo alla donna bensì stabilisce le condizioni (anche piuttosto stringenti) entro cui l’aborto non è reato.

Letta intanto con un tweet garantisce che in Italia non ci sarà nessun ritorno al Novecento. Speriamo. Ma forse sperare non basta più.

Credit immagine: attiviste pro-choice davanti alla Corte Suprema Usa, Washington D.C., 1° novembre 2021. ANSA EPA/JIM LO SCALZO



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