La Corte suprema alla prova della politica

I giudici della Corte suprema statunitense sono di nomina politica ma rimangono in carica a vita, avendo quindi il potere di incidere sulla vita politica del Paese anche quando la maggioranza che li ha nominati non è più tale. Per questo motivo la legittimità della Corte si fonda sulla sua capacità, dimostrata più volte nella storia, di essere nonostante tutto indipendente dalla politica. La crisi di legittimità di cui soffre oggi mostra però che basta molto poco per incrinare il meccanismo.

Elisabetta Grande

Mai in tempi recenti la Corte suprema statunitense ha subìto un crollo di popolarità come sta accadendo in questo periodo. Un sondaggio Gallup dei primi di settembre 2021 riporta un’approvazione dell’operato della Corte del solo 40% degli americani (contro il 58% dell’anno precedente): il tasso più basso da quando – 21 anni fa – questo tipo di sondaggio ha cominciato a essere effettuato 1. Una diversa indagine, condotta un mese dopo dall’Annenberg Public Policy Center dell’Università della Pennsylvania, rivela che ben più di 1 americano su 3 prospetta addirittura l’ipotesi di eliminare del tutto la Corte suprema oppure di sottrarle la giurisdizione in relazione ad alcune questioni politicamente calde, quando le sue decisioni siano in contrasto con le prese di posizione del Parlamento. Due anni prima solo il 20% degli americani aveva espresso un parere analogo 2.

La perdita di legittimazione della Supreme Court of the United States (Scotus) non è davvero questione di poco conto, giacché è su di essa che si fonda il suo potere. A differenza, infatti, del potere legislativo della borsa e di quello esecutivo della spada, che trovano fondamento esplicito nella Costituzione federale, il potere della Scotus, quale giudice ultimo delle leggi (e dell’azione dell’esecutivo), è una prerogativa che la stessa Corte si è auto-attribuita a partire dalla nota sentenza Marbury v. Madison del 1803, grazie al genio del suo chief justice, John Marshall.

In nessun luogo della Carta fondamentale è scritto infatti che il potere giudiziario includa quello di disapplicare le leggi, federali o statali, in contrasto con la Costituzione. Fu la nomina di Marbury a giudice federale – nelle more della transizione alla presidenza Jefferson, strenuo antifederalista – da parte dell’allora presidente federalista Adams, a offrire a John Marshall l’occasione per auto-conferirsi una simile prerogativa. Non avendo ricevuto da Madison, sottosegretario di Stato del nuovo presidente Jefferson, la notifica della nomina, Marbury si rivolse a John Marshall – federalista e compagno di partito – e alla sua Corte per ottenere giustizia, convinto che le sue buone ragioni e l’affiliazione alla stessa parte politica non avrebbero potuto che giocare a suo favore. A sorpresa, tuttavia, il chief justice emise una decisione di segno diverso rispetto a quella che Marbury si attendeva, attribuendo però a se stesso e alla sua Corte un potere profondamente pervasivo e fino ad allora inedito: il cosiddetto judicial review, ossia il controllo di costituzionalità delle leggi.
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CREDIT FOTO EPA/SHAWN THEW


1 Jeffrey M. Jones, “Approval of U.S. Supreme Court Down to 40%, a New Low”, Gallup, 23 settembre 2021, bit.ly/3CNVAma.

2 “1 in 3 Americans Say They Might Consider Abolishing or Limiting Supreme Court”, Annenberg Public Policy Center of the University of Pennsylvania, 4 ottobre 2021, bit.ly/3oWf7fk


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