Cosa c’è dietro il ritiro della Russia dall’accordo sul grano

Le cause del ritiro russo dalla “Black Sea Grain Initiative” vanno ricercate in una attenta analisi dei condizionamenti geopolitici della guerra: l’aggressione dei mercenari Wagner, la ricerca di alleanze nel continente africano e il surplus produttivo di grano russo giocano un ruolo importante nelle strategie del Cremlino.

Maurizio Delli Santi

– Nella catastrofe della guerra in Ucraina, l’accordo siglato un anno fa, il 22 luglio 2022, da Ucraina, Russia, Turchia e Nazioni Unite ha rappresentato un momento decisivo in cui erano prevalse le regioni dell’umanità e l’affermazione del diritto internazionale.
– Le cause e le conseguenze del ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative vanno ricercate in una attenta analisi dei condizionamenti geopolitici della guerra e dei profili giuridici che la sottendono, senza affidarsi totalmente alle narrazioni ufficiali.
– L’auspicio ora è che l’impegno della comunità internazionale possa nuovamente mediare per far sì che dal Mar Nero si apra stavolta a un grande “corridoio umanitario”.

In prima battuta, visti i contesti delle ricorrenti mistificazioni sull’informazione aggravati dalla “guerra ibrida”, è sempre bene ricercare varie fonti sullo scenario internazionale, possibilmente trasversali o indipendenti, e compiere puntuali verifiche. Questo vale anche per le questioni poste dall’annuncio della Russia di volersi ritirare, stavolta per davvero, dal c.d. “accordo sul grano”, più propriamente indicato come Black Sea Grain Initiative, l’intesa che doveva consentire all’Ucraina di continuare ad assicurare per il mercato globale esportazioni per 45milioni di tonnellate di cereali all’anno: quantitativi tra più importanti del mondo di grano, granoturco, orzo, mais, semi e olio di girasoli in particolare.

Un primo aspetto riguarda il commento di alcuni affrettati analisti che hanno ricondotto la decisione russa alla ritorsione per l’ultimo attentato compiuto dagli ucraini in Crimea al ponte di Kerch. In realtà lo stesso portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha smentito ogni collegamento con l’attacco, ed è noto che l’intenzione del ritiro era stata annunciata da tempo.
Un profilo invece più complesso riguarda il tema dell’impatto avuto dall’accordo sul mercato globale dei cereali, per gli inevitabili riflessi sugli aspetti della crisi alimentare che riguarda principalmente le popolazioni sulla soglia della carestia in particolare nel continente africano e in alcune regioni asiatiche.

Vale perciò accedere al sito delle Nazioni Unite dedicato al “Centro congiunto di coordinamento” (JCC) previsto dall’accordo e andare alla voce “Dati”. Dall’attuazione dell’intesa si contano 39,2 milioni di tonnellate esportate, ma tra i primi cinque Paesi destinatari risultano per prima la Cina, in misura assolutamente rilevante con oltre 8 milioni di tonnellate, a seguire Spagna (6 mln), Turchia (3,2 mln), Italia (2,1 mln), Olanda (2 mln), e poi il Bangladesh (1,1 mln). Dall’Africa figura primo l’Egitto (1,6 mln) e ancora, ma per quantità nettamente inferiori, Tunisia (713,5 k), Libia (558, 5 k), Kenya (437,5 k), e a fine lista Etiopia (282,5 k), Algeria (212,5 k), Marocco (111,2 k ) e Sudan (95,3 k). In sostanza, la realtà è ben diversa dalla narrazione che l’intesa avrebbe aiutato soprattutto l’Africa.

Beninteso ciò non svilisce il valore complessivo dell’accordo raggiunto all’incirca un anno fa grazie alla mediazione del presidente turco Erdogan e dello stesso Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres, che in quella circostanza sembrò aver ritrovato il piglio che si richiede alla carica. La ripresa delle esportazioni del grano nel Mar Nero ha evitato la lievitazione del costo dei cereali sui mercati internazionali e i connessi effetti distorsivi sull’aumento di assicurazioni e noli che tanto incidono sul traffico mercantile. E questo effetto positivo ha avuto riflessi certamente anche sui paesi africani, che hanno potuto almeno ricevere prodotti alimentari finiti a più basso costo.
Inoltre, anche secondo le analisi di Politico.com, la questione che la Cina sia il principale destinatario delle esportazioni di cereali induce ad un cauto ottimismo perché ora da parte occidentale si auspica che Pechino possa esercitare le dovute pressioni su Mosca per rivedere la posizione del ritiro dall’accordo. Anche per questo lo stesso Erdogan ha rilanciato dichiarazioni rassicuranti per le possibilità di rimetterlo in esercizio.

Le riflessioni per le speculazioni sull’Africa però rimangono, e ora assumono un particolare rilievo perché l’annuncio della fine dell’accordo è venuto dalla Russia – guarda caso – proprio alla vigilia del vertice Russia-Africa previsto a San Pietroburgo il 27 e il 28 luglio prossimi. Il summit, enfaticamente declamato come il Secondo Vertice del Forum Economico e Umanitario Russia- Africa, segue il primo incontro tenuto il 23-24 ottobre 2019 a Sochi salutato con lo slogan: «Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo». I documenti ufficiali russi parlano del fine di raggiungere «un nuovo partenariato che risulti reciprocamente vantaggioso per affrontare le sfide del XXI secolo», e di «rafforzare una cooperazione globale e paritaria tra la Russia e i paesi africani in tutte le sue dimensioni: politica, sicurezza, economia, sfera scientifica, tecnica, culturale e umanitaria». In buona sostanza si tratta di quell’immagine di una Russia filantropica verso i problemi dell’umanità del “Sud globale”, che Putin vorrebbe asseverare in quella parte del mondo per coalizzarlo conto l’Occidente.
La costruzione della narrazione di Putin era già iniziata a marzo con i primi annunci della Russia di non rinnovare l’accordo sul grano: «Quasi il 45% è andato a paesi europei ben nutriti, nonostante il fatto che l’intero accordo sia stato servito con la salsa di dover garantire gli interessi dei paesi africani», aveva dichiarato. E ora il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha ribadito che «la Russia è pronta a inviare gratis grano ai Paesi africani bisognosi anche senza il Black Sea Grain Initiative», precisando che della questione si discuterà proprio al forum di San Pietroburgo.

Per comprendere lo scenario di tanta generosità occorre considerare però altri aspetti. Il primo, molto significativo, è riconducibile alla sovreccedenza della produzione di cereali russi che è stata posta in evidenza dalla stessa agenzia di stampa russa TASS, da siti di società e agenzie specializzate come Jacob & Partners, World Grain, e Bneintellinews, oltre che da diverse analisi del Dipartimento di Stato USA. Come riscontri si riportano dichiarazioni di Putin che a marzo aveva annunciato il record di tutti i tempi di 153-155 milioni di tonnellate di grano prodotti nello scorso anno, mentre le indicazioni del 16 giugno del vice primo ministro Victoria Abramchenko hanno confermato il trend positivo per 130 milioni di tonnellate per quest’anno. Sta di fatto che la troppa produzione, secondo le citate agenzie internazionali, ha comportato un’eccedenza che non ha trovato sbocchi, con inevitabili problemi di mancanza di spazi per lo stoccaggio e di trasporto, dovuti più che al sistema delle sanzioni ai condizionamenti generali della guerra. La questione all’interno della Russia sta pure assumendo un profilo di rischio per l’inflazione e le lagnanze che dalle assemblee locali affluiscono al centro: i coltivatori di grano russi hanno già perso circa 1 trilione di rubli (15 miliardi di dollari) a causa dei dazi all’esportazione ma le perdite subite sul mercato interno sarebbero anche più elevate. Insomma l’idea di Putin e della sua nomenklatura è che in qualche modo se si blocca il grano ucraino la Russia potrà esportare i sui cereali in eccedenza, che altrimenti finirebbero per marcire.

Il disegno quindi si coniuga bene con le altre due esigenze strategiche: la prima, concerne l’intento, di cui si è detto, di accaparrarsi la riconoscenza del “Sud globale”, la seconda concerne ora la necessità attualissima di recuperare il controllo dell’ingerenza e dei condizionamenti sui governi africani finora assicurati dal gruppo Wagner, appena ribellatosi e di cui è ancora molto incerta la fidelizzazione al leader supremo. Sui profili di quest’ultimo scenario va pura collocata la ben evidente aspirazione di Putin di riavvicinare l’area ultranazionalista, che, come documenta il sito Tsargrad, Il Primato Russo da tempo richiede una postura più ferma e decisa nell’escalation della guerra.
Tutto questo scenario induce a valutare con attenzione le dichiarazioni ufficiali della Russia sulla parte che non sarebbe applicata dall’accordo con riguardo alle sue esportazioni per effetto delle sanzioni. In realtà, possono considerarsi effetti indiretti ma solo in qualche misura, perché in generale il sistema delle sanzioni dell’Occidente contro la Russia non ha riguardato – né avrebbe potuto farlo – le esportazioni di prodotti alimentari, specie se fossero state riferite alle destinazioni dirette al Sud del mondo. Peraltro, anche in ambito Onu, e persino Nato, si stavano perfezionando alcune soluzioni tecniche che avrebbero ulteriormente facilitato le esportazioni russe in questo contesto. L’Onu e UE hanno pure avviato un approfondimento per una soluzione mirata per la richiesta russa di reinserire la banca agricola Rosselkhozbank nel circuito finanziario Swift.

Rimane la questione centrale che in ogni caso la scelta della Russia di ritirarsi dall’accordo è destinata ad avere non poche conseguenze, anche se l’aspetto sorprendente dell’annuncio russo del 17 luglio è stata la reazione del mercato: i prezzi del grano sono inizialmente saliti, ma poi sono ridiscesi. Anche se l’andamento potrà risultare ancora fluttuante, sulle prospettive più concrete delle conseguenze almeno sul breve periodo aiutano ancora le analisi internazionali. Per Tanner Ehmke, economista dell’americana CoBank, l’annuncio arriva in un punto basso della stagione marittima, e fa guadagnare tempo all’Ucraina per potenziare percorsi alternativi prima dell’autunno. La domanda globale dei paesi più deboli potrà spostarsi effettivamente verso le spedizioni di grano russo che rimangono elevate, e anche verso il raccolto di mais del Brasile, pure estremamente favorevole. La Cina, destinazione principale per le materie prime agricole esportate dal Mar Nero, e la Turchia, che è terza, lavoreranno per fare pressioni sulla Russia. Conta molto anche il cambiamento dello scenario complessivo: la Turchia ha votato per approvare l’adesione della Svezia alla NATO, e il potere di Vladimir Putin si è indebolito dopo l’ammutinamento del Gruppo Wagner e le turbolenze di vari generali. Anche se l’accordo è ufficialmente concluso, sarà improbabile che Putin affondi qualche nave diretta verso la Cina, anche perché sarà difficile per la marina russa individuare quali navi colpire e quali lasciar passare.

Nel tempo in ogni caso sono prevedibili conseguenze per qualsiasi diverso input che la “nebbia della guerra” attualmente non consente di intravedere con chiarezza. In questa prospettiva, vale perciò richiamare alcuni principi del diritto internazionale che andrebbero più efficacemente riaffermati nel contesto di nuovi negoziati sul grano, soprattutto delle Nazioni Unite. Quello che sta realizzando la Russia, in concreto, e cioè «il blocco dei porti o delle coste di uno Stato», con la conseguente limitazione della libertà di navigazione, non è altro che una declinazione specifica di un atto di «aggressione», divenuto illegittimo a seguito della Risoluzione dell’Assemblea Generale della Nazioni Unite 3314 (XXXIX) del 14 dicembre 1974, e ora sanzionabile anche ai sensi dello Statuto della Corte penale internazionale (art.8-bis). Il “blocco navale” è infatti una modalità tipica dell’attacco alla sovranità di uno Stato che può essere legittimato solo se ricorrono gravi violazioni alla Carta delle Nazioni Unite. Peralto, secondo il diritto internazionale, è prevista una specifica modalità di notifica formale del “blocco” e deve essere sottoposta al vaglio delle Nazioni Unite, su cui possono pronunciarsi anche l’Assemblea Generale e la Corte internazionale di giustizia. In linea generale, posto peraltro che nel sistema delle Nazioni Unite la legittimazione dell’uso della forza ricade esclusivamente nelle misure che può adottare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ai sensi dell’articolo 42 della Carta anche il blocco navale va ricondotto esclusivamente nell’ambito di quelle “misure per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale” del Capitolo VII.

Per quanto poi specificamente deve richiamarsi a proposito del blocco di esportazioni alimentari è bene richiamare alcuni principi e norme fondamentali. L’art. 54.1 del primo Protocollo di Ginevra del 1977 pone un esplicito divieto di affamare la popolazione civile e di negarle assistenza sanitaria, e in parallelo all’articolo 8. Crimini di guerra. para 2, sub b, xxv) dello Statuto della Corte penale internazionale si incrimina la condotta di «affamare intenzionalmente, come metodo di guerra, i civili privandoli dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza». Si tratta di una fattispecie per cui ong dipendenti avrebbero già investito la Corte ponendo in relazione il blocco delle esportazioni alimentari con le distruzioni dei campi agricoli, delle dighe e le altre modalità criminali di condotta della guerra che hanno coinvolto la popolazione civile.
Sulla base di questi principi e regole universali, è bene perciò che la Russia sia chiamata a confrontarsi in un dibattito aperto anche in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E dunque, al di là delle condanne che sono giunte puntuali, è ora necessario che Nazioni Unite e Unione Europea sappiano far convergere le posizioni della Turchia, ma anche della Cina e dei paesi del “Sud globale” per ripensare la pace, partendo proprio da un Mar Nero che si apra stavolta a un grande “corridoio umanitario”.

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CREDITI FOTO:  BC VANESSA, a vessel chartered by the UN’s World Food Programme carrying 30,000 metric tons of wheat with final destination Afghanistan, during inspection by the Joint Coordination Centre, 28 September 2022, Istanbul. © UN/Levent Kulu



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