Cosa sono le torbiere e come possono aiutarci a salvare il clima

Le torbiere ricoprono solo il 3% della terraferma ma hanno un ruolo fondamentale: contrastano il cambiamento climatico.

Giuseppe Lai

Gravità, urgenza, speranza. Sono le tre parole chiave che emergono dal Rapporto 2023 dell’IPCC, pubblicato lo scorso 20 marzo. Gli scienziati dell’ONU, che periodicamente fanno il punto sui cambiamenti climatici, hanno convenuto su un fatto: le misure finora adottate dai governi per limitare il riscaldamento globale a 1.5°C entro il 2030 sono insufficienti. In più di un secolo – sottolinea il Report – la temperatura globale è già aumentata di 1.1°C rispetto ai valori preindustriali (1880) e si dovrebbero dimezzare le emissioni inquinanti per raggiungere l’obbiettivo di 1.5°C previsto dagli accordi di Parigi. Senza una svolta immediata delle politiche sul clima, le temperature potrebbero raggiungere i 3.2°C entro il 2100, con effetti devastanti sull’ecosistema terra. La gravità della situazione – sostengono gli esperti – è tale da mettere a rischio la sopravvivenza di circa 3 miliardi e mezzo di persone su scala globale. Il quadro che emerge dal Rapporto, tuttavia, non è solo a tinte fosche: a fronte di un’iniziativa politica ancora carente a livello decisionale, gli studiosi IPCC pongono l’accento su alcune azioni in grado di contribuire alla mitigazione delle emissioni. Tra queste, la gestione sostenibile dei suoli, che significa salvaguardare le foreste, gli oceani e le zone umide della Terra, ecosistemi che catturano i gas serra e migliorano la salute del pianeta. Le aree umide internazionali, in particolare, sono tutelate dalla Convenzione di Ramsar, un accordo firmato nel lontano 1971 da 172 Paesi al fine di valorizzare stagni, paludi, acquitrini, distese superficiali di acqua marina e promuoverne la conservazione e l’utilizzo razionale. In alcune regioni fredde della Terra, come il Nord Europa, l’Alaska, la Siberia e in qualche “nicchia” tropicale, sono presenti aree umide con caratteristiche peculiari, le torbiere. Sono formate da varie specie vegetali immerse nell’acqua che hanno una particolarità: al termine del loro ciclo vitale, solo una piccola parte di esse mineralizza, cioè si trasforma in sostanze minerali e CO2, che si libera nell’atmosfera. Grazie all’umidità elevata, la maggior parte della materia organica dei vegetali non mineralizza e si conserva nel suolo anche per migliaia di anni. Risultato? Meno CO2 in atmosfera, e questo contribuisce, come noto, alla mitigazione dei cambiamenti climatici. I numeri sono eloquenti: nonostante le torbiere coprano solo il 3% della terraferma, svolgono una funzione strategica su scala globale, immagazzinando – secondo stime della FAO – una quantità di carbonio pari a quello dell’intera vegetazione terrestre.

L’importanza delle torbiere rende necessarie e inderogabili misure efficaci di salvaguardia, mappatura e monitoraggio. È quanto emerge nello studio della FAO Peatland mapping and monitoring: recommendations and technical overview, contenente informazioni tecniche sulla gestione di questi preziosi ecosistemi. Occorre dare priorità agli interventi di tutela delle torbiere già mappate – sostiene la FAO – e provvedere alla bonifica di quelle a rischio per cause umane. Infatti, azioni come la sottrazione di acqua dalla torba per scopi agricoli, gli incendi o altri fattori possono causare effetti opposti a quelli che si vogliono perseguire: le torbiere, in questi casi, da lenti accumulatori di carbonio diventano rapide fonti di emissione di gas serra, in grado di rilasciare in pochi anni sotto forma di CO2 una quantità enorme di carbonio sequestrato per millenni. Un evento che farebbe innalzare notevolmente la quantità di gas serra in atmosfera, con conseguenze imprevedibili.  Le azioni umane – secondo stime FAO – hanno distrutto circa il 15% delle torbiere del pianeta, un dato da non sottovalutare, trattandosi di risorse non rinnovabili: possono essere necessari 1000 anni prima che si accumuli 1 metro di torba. La loro fragilità e, al tempo stesso, il loro ruolo sulla stabilità del clima, ha indotto alcuni Paesi del mondo a porre in atto iniziative per una gestione sostenibile di questi ecosistemi.

L’Indonesia, che ospita il 40% di tutte le torbiere tropicali, ha intrapreso azioni di contrasto alle pratiche di deforestazione e incendio, che – negli anni ’80 – hanno devastato territori molto estesi. Tra i progetti in corso del governo indonesiano, l’iniziativa ‘One Map’ e la creazione del Programma di difesa e gestione dell’ecosistema delle torbiere, che prevede direttive per la loro difesa e monitoraggio. Nella stessa direzione la Repubblica Democratica del Congo, che ha istituito un’Unità Torbiere per definire e rispondere alle esigenze prioritarie di tutela. In una regione del Bacino del Congo, la Cuvette Centrale, è stata scoperta alcuni anni fa una torbiera considerata dagli studiosi una delle più estese al mondo. Un ecosistema peculiare, da un lato per essere inaccessibile alle attività industriali grazie alla foresta pluviale, dall’altro per la gestione tradizionale del territorio da parte delle comunità indigene locali. La sua importanza è, soprattutto, quella di essere un immenso “carbon sink”, un deposito enorme di carbonio che richiederebbe misure di tutela straordinarie; se infatti il carbonio dovesse liberarsi in atmosfera, causerebbe un inquinamento equivalente a tre anni di emissioni globali prodotte dai combustibili fossili. Le autorità politiche del Congo, dopo la sua scoperta, hanno firmato nel 2018 la Dichiarazione di Brazzaville, un documento che si proponeva di proteggere le torbiere tropicali presenti nei loro territori. Un accordo che, tuttavia, camminava su una linea sottile, dovendo conciliare la lotta al climate change con lo “sviluppo inclusivo e sostenibile” del territorio. Ciò ha suscitato l’allarme degli ambientalisti sul rischio di interventi invasivi nell’area, rivelatosi giustificato poichè negli anni successivi sono state concesse numerose licenze di esplorazione petrolifera, con effetti prevedibili: costruzione di infrastrutture per le attività estrattive, distruzione della foresta pluviale e minaccia per le torbiere della Cuvette Centrale.

La domanda a questo punto è inevitabile: è possibile tutelare risorse così essenziali con norme emanate da governi in cui dominano corruzione, criminalità e repressione? È difficile rispondere positivamente; intanto la posta in gioco è e rimane una sola: la stabilità del clima. In quest’ottica, data l’importanza delle torbiere, occorre colmare la scarsità di conoscenze su questi ecosistemi e promuovere studi più approfonditi, mettendo a frutto le esperienze in corso in vari Paesi. Individuare le torbiere su scala regionale e, in prospettiva, su scala globale, presuppone infatti l’impiego di strumenti di indagine più avanzati di quelli attualmente in uso. Le tecniche tradizionali di rilevamento consentono di esplorare solo le formazioni superficiali di torba e non svelano, ad esempio, le torbiere nel sottosuolo delle aree tropicali, localizzate anche a 7 metri di profondità. Un approccio promettente è quello basato sul telerilevamento, cioè l’osservazione del territorio tramite strumenti montati su piattaforme satellitari o aeree. Tale metodica, applicata in Norvegia e in Indonesia, si basa sull’impiego di uno strumento geofisico trasportato da un elicottero, capace di inviare segnali magnetici nel sottosuolo. Questi segnali raggiungono gli strati profondi e attraversano i materiali presenti, tra cui le torbe; esse generano un campo magnetico che, captato dallo strumento, costruisce il modello tridimensionale della torbiera, definendone la posizione e la morfologia.

 

Foto WikipediaJan van der Crabben



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