Cosa sta succedendo in Niger

In Niger, nella notte tra il 26 e il 27 luglio, un gruppo di militari della guardia presidenziale ha rovesciato il governo di Mohamed Bazoum, primo presidente eletto democraticamente nel Paese. Abdourahamane Tchiani, capo della guardia presidenziale con una lunga carriera militare alle spalle, si è autoproclamato leader del governo di transizione. Il golpe è stato ufficialmente giustificato con la necessità di porre rimedio alla crescente insicurezza nel Paese e al malgoverno, ma le ragioni reali vanno cercate in un più banale interesse personale.

Chiara Piaggio

Da alcuni giorni il Niger, Paese semidesertico tra i più poveri del continente, comprendente un vasto lembo del Sahara e abitato da soli 25 milioni di persone, è al centro delle preoccupazioni della comunità internazionale.
I fatti ormai li conosciamo: nella notte tra il 26 e il 27 luglio un gruppo di militari della guardia presidenziale ha rovesciato il governo di Mohamed Bazoum, primo presidente eletto democraticamente nel Paese. Abdourahamane Tchiani, capo della guardia presidenziale con una lunga carriera militare alle spalle, si è autoproclamato leader del governo di transizione. Il golpe è stato ufficialmente giustificato con la necessità di porre rimedio alla crescente insicurezza nel Paese e al malgoverno, ma le ragioni reali vanno cercate in un più banale interesse personale: la tensione crescente tra Bazoum e Tchiani sembrava portare a un ridimensionamento del potere di quest’ultimo.

Non è certo il primo colpo di stato nella regione (dal 2020 ad oggi ce ne sono stati ben cinque nei Paesi limitrofi, due in Mali, uno in Guinea, due in Burkina Faso), eppure, questa volta, le risposte sono state più concitate del solito. Condanne e sospensioni degli aiuti sono arrivati da più parti, USA, Unione Europea, Germania, Francia, Spagna.
Dietro l’interesse internazionale c’è molto più della preoccupazione per il futuro del Paese e della democrazia. Ci sono interessi ed alleanze.
Era proprio sul Niger ricco di uranio che l’Occidente, con la Francia in testa, aveva deciso di scommettere, dopo che Mali e Burkina Faso si erano voltati verso la Russia. Nel Niger si vedeva il principale alleato e in Bazoum uno dei partner più affidabili in una regione instabile. Insomma, ultimo baluardo della democrazia nella fascia del Sahel, speranza dell’Occidente per la lotta al jihadismo e per accordi volti a controllare i flussi migratori. È chiaro che una giunta ostile priverebbe i partner occidentali dell’unico punto di riferimento nella regione, aprendo un ulteriore varco alla Russia.

E qui, sta un nodo cruciale. A colpire l’opinione pubblica sono stati soprattutto i colori russi improvvisamente apparsi per le strade di Niamey: quando i golpisti hanno accusato la Francia di voler “intervenire militarmente” (dichiarazione poi smentita dall’esagono), centinaia di nigerini hanno preso d’assalto l’ambasciata francese, inneggiando alla Russia e a Putin.
Che la Francia susciti rancori è indubbio, dovuti al passato coloniale, alle interferenze del presente e al paternalismo persistente, oltre agli scarsi risultati nella lotta al terrorismo. E le manifestazioni pro Putin, per quanto controbilanciate da un’opinione pubblica che ha condannato il golpe, ci dicono che la Russia potrebbe essersi ben posizionata come catalizzatrice del sentimento anti-occidentale, anti-imperialista e ancor di più anti-francese, in ampie zone dell’Africa.

A gioirne per ora sono i mercenari, che, si sa, prosperano dove c’è instabilità politica. Mentre il Cremlino, per voce del ministro degli esteri Sergey Lavrov, si è unito al coro di ferme condanne internazionali (“crediamo che il golpe sia incostituzionale, e abbiamo sempre avuto una posizione chiara e ferma su questo”), Yevgeny Prigozhin, capo della Wagner, ha prontamente pubblicato su telegram un messaggio di giubilo e sostegno al nuovo governo.
E la reazione degli altri stati africani? È proprio da lì che arriva la minaccia più imminente. L’Unione Africana e l’Ecowas (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), organizzazione di 15 stati presieduta dal presidente nigeriano Bola Tinubu, sono stati fra i primi a condannare il golpe come tentativo di destabilizzare la democrazia. L’Ecowas, decisa a far valere il proprio ruolo, ha imposto sanzioni definite da Thiani “ingiuste e disumane” e minacciato di intervenire militarmente se il presidente Bazoum non verrà reinsediato entro sette giorni. Altri stati africani si sono detti pronti a intervenire e la Nigeria ha sospeso la fornitura di energia elettrica al Niger. Dall’altra parte, Burkina Faso e Mali si sono mostrati un fronte compatto, annunciando che qualsiasi intervento militare contro il Niger equivarrebbe a una dichiarazione di guerra contro di loro.

Ad oggi, la situazione resta incerta per tutte le parti in gioco. L’Unione Europea potrà accettare pragmaticamente la situazione in essere o condannarla fermamente rischiando di spingere il Niger tra le braccia russe. L’Ecowas potrà tenere il pugno duro o arrendersi al fallimento della sua capacità di rappresentare una forza dissuasiva. Quanto a Tchiani, motivato più dall’ambizione personale che dall’ideologia, dovrà decidere se perseguire una linea anti-occidentale rinunciando conseguentemente agli aiuti e all’assistenza militare, e se proseguire il braccio di ferro con l’Ecowas rischiando l’ultima opzione sul tavolo: la guerra. La partita è ancora aperta e, mentre si tentano trattative, l’ultimatum di domenica si avvicina. Intanto il 3 agosto, nel giorno in cui il Niger festeggia l’indipendenza, per le strade di Niamey sventolano bandiere russe e striscioni che gridano “la Francia deve andarsene”.

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CREDITI IMMAGINE EPA/ISSIFOU DJIBO



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