Cosa succede a Neum? Il destino della Bosnia-Erzegovina appeso a un filo

Intrighi, dichiarazioni roboanti e lunghi silenzi. Una guerra che sembra imminente e una pace da salvare a tutti i costi.

Andrea Caira

Intrighi, dichiarazioni roboanti e lunghi silenzi. Una guerra che sembra imminente e una pace da salvare a tutti i costi. Quella che potrebbe sembrare la trama di una puntata di Game of Thrones è invece la quotidianità della Bosnia-Erzegovina.

Che lo Stato dei gigli sia in crisi è abbastanza evidente. Da una parte, lo stallo amministrativo interno perdura orami da diversi mesi, ovvero da quando le autorità serbo-bosniache hanno deciso di boicottare gli organi comuni in risposta alla legge che vieta la negazione dei crimini di guerra; dall’altra, la comunità croata dell’Erzegovina continua a vivere in un perenne stato d’ambiguità, con l’orecchio impegnato a decifrare i messaggi che arrivano da Zagabria. Allo stato attuale, le elezioni del prossimo autunno appaiono più come un ultimatum che come un momento di consolidamento democratico.

Durante gli ultimi giorni di gennaio, nella città costiera di Neum, si sono aperti i negoziati che hanno coinvolto le forze politiche governative delle due Entità (la Repubblica di Bosnia-Erzegovina si compone in Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska). Scopo degli incontri è stato quello di discutere le modifiche da apportare alla legge elettorale. Un sistema, quello vigente, da considerarsi incostituzionale rispetto al processo di nomina della Presidenza e dei membri della Camera dei Popoli, nonché basato su vincoli etnico-discriminatori più che rappresentativi.

Fin dalle prime battute, però, si è compreso che l’oggetto della discussione fosse ben altro rispetto al mero procedimento costituzionale: il cuore degli incontri di Neum è stato il futuro stesso della Bosnia. Insomma, potrà sembrare ironico, ma nell’anno del trentennale della guerra in Bosnia-Erzegovina si torna a parlare di eserciti, armi e confini. D’altronde, anche l’elemento cronologico non andrebbe sottovalutato: a queste latitudini le date vengono investite spesso da significati allegorici. Il 6 aprile, ad esempio, è contemporaneamente sia la commemorazione dell’occupazione nazista della Jugoslavia (1941) che l’anniversario della Liberazione partigiana di Sarajevo (1945), ma segna anche l’inizio del successivo assedio alla città (1992). A questo punto, appare lecito chiedersi, dovremmo forse attendere con apprensione la prossima primavera?

Nulla di fatto

Il quadro attuale appare complesso e stratificato. Sicuramente non facilmente intellegibile. Dopo la prima tornata di incontri le parti sono sembrate molto distanti, arroccate sulle proprie posizioni e prive di un reale sentimento riconciliatorio. A uscire rafforzata da questa situazione sembrerebbe essere solamente la retorica scissionista dei partiti nazionalisti.

In ordine di tempo le dichiarazioni espresse da Dragan Čović (leader del partito HDZ – Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina) al cospetto all’Assemblea nazionale della Republika Srpska sono solo le ultime di una lunga serie di minacce rivolte alla pace nazionale. Il politico croato-bosniaco ha prima esortato i delegati della RS a perseguire nella loro politica volta al rafforzamento dell’Entità territoriale, per poi confessare che il grado d’autonomia raggiunto dalla Republika alla luce delle ultime manovre di ripristino delle competenze può essere solo oggetto “d’invidia da parte di tutti”. Asserzioni che si anellano a quelle già espresse al termine della prima settimana dei negoziati, quando Čović ha lapidariamente affermato che “questo format è finito. Dobbiamo cercare di risolvere i problemi in 7-10 giorni”. Aggiungendo inoltre che il suo “ottimismo è stato spento in questi sei mesi. Non ha più senso lavorare con queste persone”.

Parole che si muovono su uno sfondo ancor più ingarbugliato e conflittuale. Il discorso di Čović ha avuto lungo in una città, Banja Luka, dove le cicatrici della guerra risultano evidenti anche attraverso la composizione urbana: rispetto ai circa 29mila croati che vivevano in città nel 1991, oggi se ne contano solamente 5mila circa. Cifre che da sole riescono a restituire la brutalità della pulizia etnica raggiunta durante il conflitto. Un particolare che non è sfuggito al parlamentare croato-bosniaco Zlatko Miletic, che in un’intervista rilasciata a Sloboda Bosna ha osservato come Čović non abbia fatto minimamente menzione ai civili croati uccisi o costretti a fuggire durante la guerra. “Nel solo villaggio di Brisevo”, ha sostenuto Miletic, “il 24 e 25 luglio 1992 67 persone sono state uccise, tra cui, per ricordarlo a Čović, 14 donne, due bambini e quattro disabili. Com’è possibile che esprima tanta empatia nei confronti delle autorità della RS, dove uno dei parlamentari intervenuti in quella sessione ha compiuto la pulizia etnica a Kotor-Varos, dove diverse migliaia di croati sono scomparsi. Com’è possibile che non ci si chieda rispetto al 1991, quando nella RS vivevano 145.000 croati-bosniaci a fronte dei 14.000 attuali, dove siano queste persone e perché se ne siano andate”.

Ognuno dalla sua parte della storia

Chi invece sembra trare i maggiori vantaggi dalla matassa politica è il leader dell’SNSD (Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti) Milorad Dodik. In occasione della visita del collega Čović, Dodik ha sottolineato come nonostante la crisi sia “grande ed evidente” la situazione “non è mai stata migliore”. Aggiungendo inoltre che il reale progetto dei bosgnacchi è quello di rendere le comunità serbe e croate delle minoranze all’interno della Bosnia. Quella che Nicole Janigro aveva splendidamente descritto come la “sindrome d’accerchiamento” sembrerebbe, a distanza di anni, essere ancora il parametro su cui i politici di Banja Luka improntano la propria propaganda. Insomma, non molto distante dal concetto espresso da Dobrica Ćosić per cui i “serbi vincono le guerre ma perdono la pace”. Probabilmente è sempre utile ricordare che i confini interni della RS sono stati delineati propriamente a partire dalle conquiste militari effettuate degli uomini comandati dal criminale di guerra Ratko Mladić.

In maniera critica rispetto all’intervento di Čović a Banja Luka si è espresso anche il vicepresidente dell’SDP BiH (Partito Socialdemocratico di Bosnia ed Erzegovina), Vojin Mijatović, che tramite social ha affermato che “nel 1942, il mio bisnonno Simeon Vujmilovic, fu ucciso dagli Ustascia di Ante Pavelić a Banja Luka, così come centinaia di altri membri del movimento di resistenza”, e che bisogna ringraziare “Dragan Covic per le bandiere degli Ustascia sparse in tutta l’Erzegovina oggi”. “Ognuno dalla sua parte della storia”, ha poi concluso.

Logicamente la complessità della questione ha superato agilmente i confini nazionali, arrivando ad interessare Zagabria e riaccendendo i mai sopiti spiriti irredentisti. Il sogno di una “Granze Croazia” si fa sempre più ricorrente e, proprio come trent’anni fa con l’incontro di Ganz, poggia sull’alleanza serbo-croata in chiave anti-bosgnacca. “La Croazia”, ha sostenuto il Primo ministro croato, “vuole l’uguaglianza per i croati e attualmente i bosgnacchi stanno ‘eleggendo’ un rappresentante per i croati attraverso l’ingegneria elettorale. L’obiettivo è risolvere queste anomalie, non continuare a perseverarle. La Bosnia-Erzegovina può funzionare bene solo se tutti sono soddisfatti. I croati non sono soddisfatti. Se la situazione rimane così, non andrà bene”. Più morigerato è apparso l’ex membro della presidenza Bakir Izetbegović, che in conferenza stampa ha dichiaro che “i croati di tutta la Federazione vivono in pace con i bosgnacchi. Non credo che il popolo croato in Bosnia sia pronto a distruggere la pace e tutto quanto per il bene di una posizione che i suoi rappresentanti avrebbero potuto risolvere nei negoziati in altre occasioni”. Rispetto alle dichiarazioni di Čović ha poi tentato di minimizzare sostenendo che “credo che Dragan Čović abbia abbastanza esperienza di vita e politica: lui e l’HDZ non faranno la scelta sbagliata”.

Nella prossima settima ricominceranno i negoziati di Neum e la speranza è indubbiamente quella di trovare una soluzione pacifica che possa coinvolgere tutte le parti nella creazione di una Bosnia esente da discriminazioni interne. Ciononostante, le rassicurazioni di Izetbegović rispetto alfuturo della Bosnia sembrano altamente traballanti. Le discussioni in merito alla riforma elettorale e alle competenze delle Entità traducono i limiti nazionali generati dai vincoli di Dayton. Una volta ancora lo spettacolo a cui stiamo assistendo è il proseguimento del conflitto attraverso altri piani: la “bonifica etnica” che lascia le trincee per occupare i banchi parlamentari.

Intanto, la Comunità internazionale osserva l’evolversi della situazione in maniera distaccata. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha manifestato il proprio ottimismo in merito alle possibilità di trovare un punto di svolta nelle trattative, ma ha anche sottolineato che l’UE non tollererà prese di posizioni unilaterali da parte dei delegati che possano invalidare il processo di pace. La speranza è che l’attesa internazionale non si trasformi, come negli anni Novanta, in aperto diniego. Pertanto, se i vari Dodik e Čović dovessero condurre nuovamente lo Stato in guerra, sarebbe imperdonabile considerali legittimi rappresentanti delle comunità come avvenuto nei casi di Karazic e di Mate Boban. Trent’anni fa il conflitto si sarebbe potuto evitare ma si preferì ricorrere alle armi. Oggi non esistono soluzioni alternative: la pace deve essere la sola condizione. In caso contrario, di chi potrebbero essere le responsabilità se non dei controllori internazionali?

 

(credit foto Talha Ozturk / Anadolu Agency)



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